Il pittore Agostino Arrivabene coltiva un elegante decadentismo attraverso il confronto col mito di Persefone. Nella rappresentazione di paura, nevrosi e orrido nasconde (e rivela) traumi e insofferenza per le apparenze.


Merda d’artista. È il capostipite ingenerato di un ceppo contraddittorio e tutto uguale a sé: l’hanno chiamata arte contemporanea, perché «immaginazione senza tecnica» sarebbe stato troppo lungo. Non cito il Twitter, ma un grande Tom Stoppard in L’artista che scende una scala[1].

C’è però chi ancora si illumina per la forza del passato, la vanità del mito, usato come stanza segreta per trovare risposte su di sé, sul proprio tempo. Agostino Arrivabene, classe ’67, si forma presso l’Accademia di Brera e matura una pittura trasognata e visionaria soprattutto grazie alla lezione del suo maestro Gustave Moreau.

Ciò che Agostino racconta è quasi sempre immerso entro un’atmosfera onirica, carica di fisicità e paura, e gli strumenti che impiega sono funzionali allo studio e al confronto. Un pittore che si specchia nel passato e che si rappresenta, vanitas vanitatum, come un novello Ade batterico, immerso in un cono d’ombra pullulante di germi infernali, con le labbra intrise di un rosso malinconico e il corpo leonardesco ed immobile di chi è incapace di districarsi nel fermento del sogno. I senza-testa e senza-direzione di Arrivabene sono personaggi soliti, un po’ come Filottete per i tragici greci, l’inetto di Svevo e le cose blu nei testi dei Verdena.

Figura 1Il catalogo di Isterie plutoniche illustra venticinque opere di Arrivabene, esposte dalla Galleria Antonia Jannone di Milano tra il 21 marzo 30 aprile 2011. Il mito rappresentato coinvolge figure divine in pulsioni primitive: Ade che risponde al desiderio di possedere una fanciulla, fisicamente ed esclusivamente; e Demetra, madre di lei, adirata e non disposta a rassegnarsi ad accadimenti ingiusti. Persefone non è la classica e colorata dea della «rinascita della Primavera»[2]: è la signora dei morti, al cui nome deve essere applicata reticenza. Colta di sorpresa, forse proprio dall’arrivo di Ade (fig. 1) –, si fa scolorita, nuda, immobile, marmorea quasi. Il volto mostra i segni di una nevrosi vorticosa e novecentesca, provocata dai terribili sentimenti di ‘strappo’, ‘perdita’; gli stessi che il pittore racconta di aver vissuto dall’età di quattro anni, dopo la morte di sua madre.

Per il pittore la ricerca di cause e manifestazioni del dolore inizia proprio dall’età infantile, ed è assai curioso che – scelta editoriale o autoriale? – proprio quel catalogo sul retro abbia stampato a grossi caratteri: πάθει μάθος[3], preparatorio per una omonima mostra dell’Arrivabene di due anni dopo. Proserpina reagisce alla sua sorte triste e lacerata di un’unione forzata con la potenza che il Leopardi dello Zibaldone definiva «grande (…) e di gran terrore»: ella ride, ma di un riso assai folle e partecipa di una natura quotidiana e minuscola. Caccia via mosche (fig. 2), baciata da rari camaleonti. La drammatica riflessione sul dolore – quello che insegna – sfocia nella sopportazione dello stesso, nella pacifica convivenza con esso. Eppure, la Proserpina dell’Arrivabene è piena di paure: fisiche soprattutto, quindi concrete; ma tutt’altro che possibili, quindi surreali (fig. 3 e 4). Il teatro di quest’angoscia è sempre l’ultraterreno, dove la fanciulla è stata portata contro la propria volontà. È forse quella, la dimensione in cui albergano i sogni più reconditi del nostro artista, dove i suoi feticci (teschi, occhi e gocce di sangue) si fanno mondi possibili, portatori di qualche estatica epifania o, al contrario, scoperta?

«L’arte mi permette di esternare i miei lati più oscuri», dice. Sono le chiacchiere, i vernissage, le mostre e i corteggiamenti rifiutati in vita ed accettati in sogno, forse. Quelle inquietudini allontanate nel concreto, Agostino le rivive tutte con la fisicità del colore (grasso e impastato alla vecchia maniera[4]). E inevitabile arriva la domanda: «Forse sono io Persefone? (…) Io Ade? Io pellegrino nelle ombre oscure degli inferi, o nell’iperboreo?». Ma se Agostino si sentisse davvero Ade, lo crederemmo immobile, confinato in un universo – seppure pittorico – senza soluzioni. Ci sarebbe da propendere piuttosto per l’identificazione con Proserpina, che ritrova la via di casa per mezzo di un compromesso, che ritorna dagli inferi e vi discende: ciò giustificherebbe il sempre rinnovabile alternarsi e convivere di vita e di morte anche nella pittura del nostro artista.

È una morale compensativa – apodotica, direbbero i Greci –, che trova soluzione alla sofferenza mediante la perfezione formale. I fiori-germe, i teschi bifronti, i coralli sanguinolenti e i pesci senza consistenza sono parte della natura in cui Arrivabene reclama la sua verità.


Fonti:

[1] F. Gualdoni, Agostino Arrivabene, in Agostino Arrivabene. Isterie Plutoniche, Torino, Allemandi & C., 2011

[2] E. Lucie-Smith, Persefone, in Agostino Arrivabene. Isterie Plutoniche, Torino, Allemandi & C., 2011

[3] Aeschl. Ag. 176-183

[4] Si parafrasa Philippe Daverio, puntata del programma Passepartout (Rai 5) del 7 gennaio 2011

AA.VV., Agostino Arrivabene. Isterie Plutoniche, Torino, Allemandi & C., 2011

Agostino Arrivabene, http://www.agostinoarrivabene.it 

A. P. Cignitti, Agostino Arrivabene, pittore alchemico, https://www.rocaille.it/agostino-arrivabene-pittore-alchemico/ 

A. P. Cignitti, Agostino Arrivabene: Theoin, http://www.rocaille.it/agostino-arrivabenetheoin/ 

V. Sgarbi, Il surreale manierismo di Agostino Arrivabene, http://www.italianfactory.info/portale/index.php/2013/10/il-surreale-manierismo-di-arrivabene/ 

 

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