Di fronte alla prorompente società dei consumi Marcel Duchamp rifiuta l’idea consolidata di arte eliminando la suddivisione tra arte e vita creando un cortocircuito. Con le sue opere l’artista segna un prima e un dopo da cui è impossibile tornare indietro. Superando i limiti fino a quel momento ben delineati, tende all’infinito, sia nella realizzazione mentale che pratica, divenendo lui stesso un tutt’uno con l’opera.

«Il bello della natura riguarda la forma dell’oggetto, la quale consiste nella limitazione; il sublime invece, si può trovare anche in un oggetto privo di forma, in quanto implichi o provochi la rappresentazione sull’illimitatezza, pensata per di più nella sua totalità.»
Critica del giudizio, Immanuel Kant, Editori Laterza, 1997.

Il concetto di limite ha una moltitudine di declinazioni, nonostante si possa restringere il campo a due accezioni del termine: una positiva, nella quale il limite è l’ambito entro il quale si ha la certezza di agire, di essere; l’altra negativa, per la quale il limite è ciò che ostacola, che stringe entro i confini.1
Verso la fine del Settecento, Immanuel Kant affrontava il concetto di ‘Sublime’ e delimitava la sfera di validità dell’esperienza paragonando l’intelletto a un’isola, dai confini ben precisi e circondata da un mare di apparenze, verso la quale gli uomini si sentono però irresistibilmente attratti. Secondo Kant, di fronte alla magnificenza della Natura, l’uomo prova dapprima un senso di smarrimento e di frustrazione, per poi riconoscere grazie all’esperienza del Sublime, la propria superiorità, come se per fare esperienza del sublime bisognasse subire un vero e proprio trauma.2

Lo stesso discorso può applicarsi alle arti visive: si pensi allo spaesamento di una persona alla vista di un oggetto che non sa se definire scultoreo o pittorico, perché non ha mai visto nulla del genere prima d’ora. 

Sono molti gli artisti che hanno lavorato, più o meno consapevolmente, sul concetto di Sublime, meraviglia e infinito. Fra i primi ad andare oltre troviamo Marcel Duchamp.
Per molti è il padre di oggetti stravaganti che al primo sguardo suscitano un «ma potrei farlo anche io!»: i cosiddetti ready-made, attraverso i quali si arriva alla pura rappresentazione del pensiero astratto.


L’artista mette così in discussione la consolidata idea di arte nel suo profondo legame con la tela da parte dei più accademici, facendo saltare completamente gli schemi del dipinto così che l’arte diventi raccontabile. Con i ready-made si avvera la profezia di Wassily Kandinsky, secondo cui «la nostra anima si sta risvegliando da un lungo periodo di materialismo, e racchiude in sé i germi di quella disperazione che nasce dalla mancanza di una fede, di uno scopo, di una meta. Non è ancora svanito l’incubo delle concezioni materialistiche che consideravano la vita dell’universo come un gioco perverso e senza peso. L’anima si sta svegliando ma è ancora in preda all’incubo»3.


Questo ‘scatto’ verso l’astrazione assume un’importanza fondamentale, se si comprende che i decenni in cui Duchamp lavora rappresentano l’inizio dell’era a partire dalla quale l’uomo perde sempre più le sue credenze, attraverso le nuove forme di rappresentazione, ma soprattutto attraverso le scoperte scientifiche e la caduta di una ormai flebile fede. È anche la fine dell’autorialità legata alla mera manualità del gesto, come poteva essere in artisti precedenti. Mentre con artisti vibranti come Van Gogh la pennellata è così forte da sembrare un prolungamento cerebrale ed emozionale dell’artista, con i ready-made di Duchamp si ha un salto: non vi è più il trinomio artista-pennello-rappresentazione ma lo ‘scatto’ si concretizza in artista-rappresentazione, il compimento della fusione tra arte e vita. Così come quella di artisti come Fontana, Rotko, Kandinsky, Malevich e molti altri ancora tremendamente attuali, l’opera duchampiana è imperniata sulla tensione al superamento del limite per tendere all’infinito. Il che si potrebbe di fatto leggere come un manifesto, un’arringa contro la superficialità che avrà il suo picco con la società dei consumi, con conseguenze che è possibile apprendere ancora oggi.


Per abbattere il divario-limite tra artista, spettatore e la stessa autorialità accademica, l’artista Duchamp è appunto intenzionato a far diventare parte dell’opera lo spettatore stesso, come ad esempio con Il Grande Vetro. Con essa, il fruitore ne diviene parte integrante e di conseguenza non si distingue più il divario, legato ai canoni tradizionali, tra l’opera e lo spazio. L’opera duchampiana è stata ideata e costruita per far sì che sia presente il pubblico, senza il quale, essa stessa non funzionerebbe. È fondamentale quindi la presenza di corpi all’interno del campo visivo delle sue opere: in questo modo non solo ogni punto di vista è strettamente personale, ma è anche unico. Grazie a questo gioco visivo e dinamico, si stabiliscono diverse connessioni mentali tra opera e osservatore.


Così facendo, l’artista ha posto il problema estetico e teorico della riconoscibilità dell’opera d’arte, ma anche nella individuazione delle sue qualità e del senso.
Se non è più necessario vedere l’arte, vuol dire che non è neanche necessario fare, basta pensare.
In questo senso, la non-opera d’arte poneva in termini diversi e in una nuova visione il binomio arte-vita; il fare arte e il modus vivendi si fondevano in una nuova prospettiva in arte di vivere. Si ha quindi un superamento del limite mediante il superamento della tela che viene definito ‘infrasottile’: limite, soglia, confine attraverso cui avviene il passaggio4 tra mondo reale e mondo ideale, in una mutazione complessiva della visione dell’opera d’arte innescata dai cortocircuiti duchampiani. Un superamento della visione, un andare oltre l’apparenza e cercare il significato profondo nella realtà, in noi stessi e quindi nell’arte.

Non è affatto casuale affermare che nelle opere d’arte contemporanea sia richiesta una certa sensibilità che, da molti abbinata alla debolezza, è divenuta quasi un tabù del consumismo contemporaneo. La possibilità di resuscitare risposte emotive e sentimentali, nonostante l’economia dei mezzi espressivi e la semplicità delle idee, è uno degli scopi principali degli artisti contemporanei; l’arte evoca dei messaggi prettamente simbolici, può evocare emozioni, sensazioni, memorie, immagini nuove, diverse e ognuna di esse sarà differente per ogni individuo.

L’interpretazione cambia anche con il passare del tempo che modifica conoscenza e coscienza. Come asserisce il professor De Duve nel Paradigma del Gomitolo, il sentimento che si prova davanti opera d’arte viene definito entità relazionale e niente in essa ci toccherebbe se non la percepissimo; è come se l’opera tessesse numerosi legami con l’esterno e questo è il motivo per cui la percepiamo. Il fruitore sarà colui che sceglierà un filo del gomitolo ed esso sarà la sua chiave di lettura5.
Tuttavia, non è da sottovalutare che ogni punto di vista è esclusivo e quindi non ve ne sono altri uguali. L’opera avrà così il significato nella sua interezza solo con la partecipazione di tutti i più svariati fruitori. Qualsiasi punto di vista è un modo diverso di approcciare alla matassa aggrovigliata e non vi è quindi un’interpretazione errata, il che rende l’arte di questo genere ancora più affascinante.

È qui che diventa evidente il sublime, la meraviglia a cui si arriva leggendo e filtrando le opere d’arte. La meraviglia, la tensione verso l’infinito, il saper guardare più in là del nostro naso, è motore autentico dell’Universo e dell’intelletto umano. Senza l’ignoto non potremmo più meravigliarci, non potremmo più avere l’aspirazione di conoscere. L’ignoto, così come il nulla, fanno paura, ma gli artisti ci sussurrano all’orecchio un modo di prendere di petto questo mostro sotto il letto.
Ma durante il duello con l’Ignoto si comprenderà che non è possibile affrontarlo del tutto, come un gioco che non ha mai fine. Una continua scoperta, un susseguirsi di picchi di nulla e meraviglia che è proprio la bellezza che si racchiude nell’Universo e che riescono a raccontarci artisti contemporanei, da Duchamp in poi.


Fonti:
1 https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/26/sviluppo-quando-limite-non-e-limite/455237/
2 Colameri Andrea e Gancitano Maura, Lezioni di Meraviglia, Viaggi tra filosofia e immaginazione, Edizioni Tlon, 2019
3 Kandinsky Wassily, Lo spirituale nell’arte, Bombiani Edizioni, 1995, p.17
4 Grazioli Elio, Infrasottile: l’arte contemporanea ai limiti, Postmedia Books 2018, p. 17
5 De Duve Thierry, Artefatto, Il gomitolo e il paradigma, pp 170-178
6 Kant Immanuel, Critica del giudizio, Editori Laterza, 1997.

Condividi l'articolo
Pin It
TAGS: