La moderna banalizzazione del sapere, alimentata anche da un uso maldestro dei social network su scala globale, crea un quesito e un problema enormi per i lavoratori del settore culturale: qual è il modo migliore per attrarre e stimolare il pubblico senza rendere noiosa la visita in un museo, senza rendere il visitatore uno spettatore passivo? La risposta migliore potrebbe darla proprio la storia dell’arte.

Nell’approcciarsi alle opere d’arte, soprattutto di quel periodo che va dalla fine del Medioevo all’inizio dell’arte contemporanea, molto spesso si compie il grande errore di fermarsi all’apparenza, alla bellezza estetica e al senso di godimento che esse procurano, ignorando i significati che l’artista ha voluto sottendere.

Sommando questa premessa alla spietata banalizzazione del sapere nel mondo di oggi, complice anche la diffusione del culto dei social, molti musei hanno consapevolmente reso le proprie audioguide, unico mezzo informativo per il visitatore singolo, frivole, rendendo le spiegazioni delle opere nient’ altro che letture di manuali da liceo, senza stimolare in alcun modo la curiosità del visitatore.

Dopo questo assunto, uno dei maggiori problemi che si pone davanti ai lavoratori del settore culturale è trovare il modo per attrarre il pubblico stimolandolo e rendendo l’esperienza di visita piacevole, non pesante e mai noiosa.
A tal proposito, molti hanno optato per l’utilizzo maldestro dello strumento social. Un esempio in questa direzione è l’invito che, nel 2017, il museo di Brera lanciava ai propri visitatori a farsi un selfie davanti al Bacio di Hayez in occasione di San Valentino, cosa che certamente avrebbe fatto pubblicità al museo – non che Brera poi ne avesse bisogno, eh – ma che tuttavia non aumentava in nessun modo il bagaglio culturale del visitatore, chiamato ad essere mero spettatore passivo; anzi, probabilmente non faceva altro che accrescere la logica della foto solo alle/con le opere ‘famose’, senza sviluppare una reale curiosità della conoscenza dell’opera, oscurando completamente i quadri intorno.

L’effetto estremizzato dell’incentivo ad un comportamento simile si può notare anche osservando i milioni di turisti annuali del Louvre che, nella sala della Gioconda, spinti dalla volontà di un selfie, quasi non si accorgono che proprio davanti alla Gioconda c’è uno dei più grandi capolavori del Veronese, cui il visitatore disattento non presta la minima attenzione, contento solo di avere la foto nel proprio smartphone.

Rendere la conoscenza democratica, aprire ed attrarre il grande pubblico, non significa in alcun modo banalizzarla, semplificarla, immaginando che i visitatori siano solo buoni a farsi i selfie e non abbiano interesse nel conoscere e comprendere la storia dell’arte che si presenta ai loro occhi.

Rendere i musei un'alternativa alla passeggiata nel centro commerciale non è la soluzione.
Un passo per risolvere questa tendenza banalizzatrice potrebbe essere fatto, ad esempio, introducendo nelle noiose audioguide nozioni relative alle scoperte operate dai tanti storici dell’arte che spendono la loro vita in ricerca per offrire al mondo una migliore comprensione dell’arte che ci circonda. Un esempio è il lavoro della docente universitaria Valentina Sapienza sui dipinti della sala bassa della Scuola Grande di San Rocco, che mette in evidenza come il limite della tela e del significato conosciuto sia stato molto spesso superato per narrare altro all’osservatore dotato degli strumenti per comprendere ciò che vi era narrato.

Analizzando più da vicino l’Adorazione dei Magi di Tintoretto, vi si notano delle piccole imperfezioni che l’osservatore attento noterà: l’insolita aureola che avvolge il Cristo bambino come insolito è il numero di astanti all’evento, cioè i tre Magi ed altre due figure a sinistra che gli rendono omaggio, tra le quali una inginocchiata che presenta un cappello e un bastone , tipici attributi del pellegrino.
Per spiegare questi particolari insoliti si è cercata la fonte cui si è ispirato Tintoretto, ovvero il Protovangelo di Giacomo, in cui si narra che “una nube luminosa divenne una grande luce e poco alla volta si ritirò lasciando apparire un piccolo bambino”; ecco dunque spiegata l’insolita luce, nonostante il dilemma per i due personaggi rimanga. Se non fosse che il Protovangelo di Giacomo arrivò in Italia tramite la traduzione dal greco di Guillaume Postel, che è incredibilmente simile all’uomo rappresentato in ginocchio in adorazione al bambino.

Guillaume Postel è stato uomo di lettere che nel 1555 viene accusato di eresia e giudicato amens, folle, per il suo pensiero basato sulla ‘concordia Mundi’. Nelle sue opere affermava che la causa principale della crisi religiosa che percorreva l’Europa in quegli anni fosse legata al peccato originale, con il quale l’uomo ha corrotto lo stato di primigenia perfezione, e che per tornare ad esso ci fosse bisogno della venuta di un secondo messia, una donna, che avrebbe eliminato anche il peccato originale operato da Eva. Queste sue idee vennero raccolte in due libri editi a Venezia, città che egli considerava destinata a divenire la nuova Gerusalemme pronta ad attendere l’arrivo del nuovo Messia.

Con questa chiave di lettura il quadro diventa ancora più comprensibile: Postel, con l’abito dogale riferimento a Venezia, inginocchiato davanti alla madre del mondo, è accompagnato da un personaggio identificabile come un pellegrino turco che annoda un sacco in cui vi è lo stemma della Confraternita di San Rocco, committente dell’opera, in riferimento ai doni che la Scuola operava ai propri assistiti come la farina e il grano. Per metafora, il turco con questo suo gesto sta a simboleggiare la necessità della fine del contrasto con gli Ottomani, principali fornitori di farina, al fine di poter perseguire gli obiettivi di assistenza ai bisognosi caratteristici della Scuola Grande.

Ecco che il cerchio si chiude, che il mistero viene svelato grazie ad anni di studio. Ed è questo, infine, il modo in cui Tintoretto supera il limite della figurazione andando a narrare un'altra storia. Un’altra storia che sarebbe bello apprendere dalle audioguide.


Fonti: 
V. Sapienza, Miti, metafore e profezie. Le Storie di Maria di Jacopo Tintoretto nella sala terrena della Scuola Grande di San Rocco, in Venezia Cinquecento, 33/2007. 
https://pinacotecabrera.org/

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