Le Geografie temporali, opere dell’artista georgiana Sophie Ko Chkheidze, sono capaci di creare un dialogo confinante con la materia e il tempo. Ma sorge spontanea una domanda: come ci poniamo noi spettatori davanti all’opera d’arte, abituati come siamo a viaggiare con la mente alla velocità della luce, a guardare l’immagine che abbiamo davanti mettendo a fuoco un particolare per poi istantaneamente sostituirlo con un altro diverso? Si è giunti a un vuoto temporale perché ormai non si è abituati a focalizzarci sulla materia, ma le opere dell’artista si mostrano come il tentativo di riportare alla visibilità la terra e di ridarne senso in immagine. Con queste opere la terra torna materia viva, uno dei quattro elementi del cosmo e il fondamento della nostra vita.

L’arte del nostro tempo sta imponendo a se stessa il superamento di ogni limite, soprattutto a livello concettuale.
Ma una domanda sorge spontanea: come ci poniamo noi spettatori davanti all’opera d’arte, abituati come siamo a viaggiare con la mente alla velocità della luce, a guardare l’immagine che abbiamo davanti mettendo a fuoco un particolare per poi istantaneamente sostituirlo con un altro diverso? E se proprio noi provassimo a fermarci un attimo, se fossimo noi a porci un limite? Se provassimo a focalizzare la nostra attenzione su ciò che abbiamo di fronte, potremmo anche lasciarci trasportare per un istante dall’idea che il nostro pensiero affondi in immagini inesplorate capaci di darci un’esperienza nuova. Allora veramente, davanti all’opera d’arte, il ‘limite’, ovvero il muro invalicabile del latino limes, può corrispondere esattamente alla soglia (limen) verso nuovi orizzonti della nostra stessa conoscenza.

Ciò che si vuole provare è come in un’opera d’arte si possa riflettere il senso del ‘limite’ che riguarda, in fondo, le nostre vite, ad esempio di quell’istante così speciale della nostra esistenza, di quel frammento di tempo in cui decidiamo di cambiare rotta.
Poniamoci allora davanti alle opere dell’artista georgiana Sophie Ko, in particolare la serie intitolata Geografie Temporali. Queste sue opere riescono appieno a spiegare il punto di vista dal quale siamo partiti, se consideriamo la condizione del nostro vivere attuale nella quale ognuno di noi stenta a riconoscersi, oltre l’immagine intesa come prodotto-merce.

Sophie Ko Chkheidze, Terra, Geografia temporale, 2016, pigmento puro, polittico. cad. 160x60 cm. Foto della mostra personale presso la Galleria de’ Foscherari, 2016. Foto di Paolo Panzera.Sophie Ko Chkheidze, Terra, Geografia temporale, 2016, pigmento puro, polittico.
cad. 160x60 cm. Foto della mostra personale presso la Galleria de’ Foscherari, 2016. Foto di Paolo Panzera.

Di ogni cosa è cenere ciò che resta; basta guardarci intorno, ed ecco che cenere simbolicamente risultano le immagini che si trovano all’interno delle teche concepite dall’artista. Sembrerebbe un forzato ‘limite’, ma è di speranza la sensazione che inevitabilmente si prova contemplando queste opere, perché niente è ancora perduto, che poi è il messaggio che sembra volerci comunicare Sophie Ko.
Il cuore delle opere dell’artista è incentrato sul fatto che «se si è capaci di pietas verso quel che resta, verso i resti di una civiltà; se si cerca di raccogliere quel che resta nello spazio limitato del quadro (sorta di arca secolarizzata di un’alleanza tra passato, presente e futuro), allora si vede che la cenere da origine a forme nuove» [1].

Con forme si intendono fratture, increspature, slittamenti, figure, vuoti, riempimenti e frane, depositate all’interno di pannelli di cenere, ma in particolare si tratta di pigmenti puri e colorati, capaci di aprire un varco virtuale sotto forma di strada all’interno di una nuova terra, una terra creata artisticamente dentro i confini di una cornice.
Queste sue geografie temporali manifestano una propensione particolare a rigenerarsi nel tempo, sono quindi destinate a mutare grazie alla forza di gravità; non si pongono dunque limite risultando uniche, perché ognuna di esse dona una piccola parte di sé da quello spazio confinato da cui esce e cattura in qualche modo un’esplosione di colori della terra. Quelle crepe e striature colorate, quelle parti ricordano il colore degli occhi, la parte dell’iride, si collegano a noi in questo modo alla nostra natura (limitata), così come l’artista nel momento in cui realizza il suo manufatto artistico un proprio limite si impone, quindi, ascoltando il solo ritmo metaforico della materia.

Sophie Ko Chkheidze, Terra, Geografia temporale, 2016, pigmento puro, polittico. cad. 160x60 cm. Foto della mostra personale presso la Galleria de’ Foscherari, 2016. Foto di Paolo Panzera.Sophie Ko Chkheidze, Terra, Geografia temporale, 2016, pigmento puro, polittico.
cad. 160x60 cm. Foto della mostra personale presso la Galleria de’ Foscherari, 2016. Foto di Paolo Panzera.

E per quanto ogni opera possa essere generata entro un confine materiale, con le Geografie Temporali di Sophie Ko, può davvero accadere ciò che cita Claudio Parmiggiani: «l’opera è un creatura vivente; nel contatto con nuovi spazi si carica di interrogativi, si altera, si trasforma come il volto di un uomo nel tempo»[2]; ed è questo rapporto con lo spettatore sospeso nel gioco dei limiti che ho inteso qui segnalare.
Vale come esempio, in fondo, di come un’opera d’arte possa generare momenti unici, di confronto con lo spettatore, nel tempo finito – ovvero entro il limite – di uno sguardo comunque sempre nutrito da pensieri confinanti con il tutto.

Sophie Ko Chkheidze, Atlanti (polittico), 2016 Pigmento puro - Installazione composta da cinque elementi. Foto della personale “Terra-Geografie temporali”, presso la Galleria de’ Foscherari, 2016. Foto di Paolo Panzera.Sophie Ko Chkheidze, Atlanti (polittico), 2016 Pigmento puro - Installazione composta da cinque elementi.
Foto della personale “Terra-Geografie temporali”, presso la Galleria de’ Foscherari, 2016. Foto di Paolo Panzera.


Fonti:

1 F.Ferrari, Terra Geografie Temporali, Galleria de’ Foscherari, Bologna, 2016, p.12.
2 C.Parmiggiani, Gloria di cenere, (scritti di P. Giovanni Castagnoli, B. Corà, A. Guglielmi), della società editrice Umberto Allemandi & C. e della Galleria de’ Foscherari, Torino, 2007, p. 41.

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