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Tracce di Palestina: resistenza all’amnesia - Palin Web Magazine

Il conflitto israelo-palestinese è stato ed è ancora uno dei più cruenti della storia; il caos che questa guerra genera lascia dietro di sé solo macerie e rovine, e l’uomo rischia di assuefarsi ad atrocità che non lo coinvolgono direttamente. Due artiste palestinesi, Mona Hatum e Leila Shawa, combattono le forme di amnesia, alla ricerca di un riscatto per il popolo palestinese attraverso la potenza delle loro opere.

Il rosso del sangue versato nelle lotte di liberazione, il nero dei lutti, del dolore, della tristezza sotto l’occupazione israeliana, il bianco di una pace antica e ingiustamente negata, il verde della fertile terra di Palestina. I colori della bandiera palestinese narrano una storia e vivono nel vento di un discorso reale.[1]

Questi sono i colori che sanciscono la nascita delle prime bandiere della rivolta araba contro il dominio turco-ottomano (1916-1918), riprese successivamente dalle bandiere del panarabismo socialista Baath in Iraq e in Siria. Questi colori resistono ancora oggi in un luogo dominato dal caos, dilaniato dalla guerra, in una terra definita da molti una prigione a cielo aperto, Gaza, così come in tutti i territori occupati dall’espansionismo dello Stato ebraico di Israele. La guerra cancella le persone, trasforma l’ambiente, si nutre della disperazione, plasma le menti. La guerra genera caos e cela il suo volto dietro quello di un Dio sconosciuto, vive dell’ignoranza e favorisce la dimenticanza; ma l’arte, potente mezzo atto a smuovere le coscienze, mantiene un contatto vivo e presente con la storia, con le vite che si intrecciano e congelano in attimi tesi di terrore. Il tempo scandito dalle lancette dell’orologio è costituito in queste terre da un lungo e spettrale silenzio; solo il boato delle bombe segna il passare del tempo incessante. Si tratta delle stesse bombe che l’artista anglo-palestinese Mona Hatum rappresenta in Natura Morta (2009): bellissimi oggetti colorati realizzati artigianalmente con vetro di Murano richiamano la forma delle bombe a mano; l’opera, in dialogo con i lavori di Mario Mertz, si trova «ambiguamente in bilico tra l’ordigno micidiale e la sensualità di un frutto».

La Palestina è una terra colorata di sangue, morte e sofferenza, ma anche una terra fatta di uomini, di vite, di sogni e desideri che non si interrompono, che lottano continuamente per la ricerca della libertà. Mona Hatum racconta:

Sebbene io sia nata in Libano, la mia famiglia è palestinese. E come la maggior parte dei palestinesi che divennero esuli in Libano dopo il 1948, non furono mai in grado di ottenere carte d'identità libanesi. Era un modo per dissuaderli dall'integrarsi nella situazione libanese. Quando sono andata a Londra nel 1975 per quella che doveva essere una breve visita, sono rimasta bloccata lì perché in Libano è scoppiata la guerra, e questo ha creato una sorta di dislocazione, [che] si manifesta nel mio lavoro...

All’interno delle sue opere l’artista esplora il sentimento di dislocazione, di oppressione e violenza, talvolta traslando, nelle sue installazioni, semplici oggetti domestici in campi minacciosi attraversati da corrente. Niente è ciò che sembra, nelle sue opere. In Undercurrent (Red), utilizzando la forma di un tappeto, crea un campo di forte tensione: dal perimetro del tessuto si irradiano numerosi fili rossi collegati a lampadine di varia intensità che si espandano sul terreno come magma. Il tappeto associato all’idea di calore, casa e preghiera diventa un campo pericoloso, che non accoglie alla soglia ma al contrario respinge chiunque si avvicini. In Hot spot (2013) il termine è ricondotto a un luogo di disordini militari o civili, il globo è rappresentato attraverso il neon rosso che delinea i continenti: dunque il mondo intero è una zona di pericolo dominata da continui disordini. Il conflitto tra familiarità e disorientamento di questi oggetti deriva dal modo con cui essi si rapportano allo spettatore, lasciando un segno e guidandolo verso una riflessione che porta alla consapevolezza della guerra. Solitamente lo spettatore che visita il museo si avvicina all’opera, la osserva, le opere di Hatum invece respingono, incutono timore, rappresentano la guerra. Il suo lavoro è scomodo, difficile da accettare; come sostiene Said:

In un’altra epoca le sue opere avrebbero potuto essere fatte di argento o di marmo, e avrebbero potuto assumere lo status di sublimi rovine o preziosi frammenti posti davanti a noi per ricordare la nostra mortalità e la precarietà che condividiamo l’uno con l’altro in quanto esseri umani. In un’epoca di migranti, coprifuoco, carte d’identità, rifugiati, esiliati, massacri, campi profughi e civili in fuga, tuttavia, sono strumenti banali di una memoria ribelle che fronteggia sé stessa e del suo perseguitare o opprimere implacabilmente gli altri.

Mona Hatoum – Undercurrent (red) , 2008, Cavo elettrico rivestito in tela, lampadine, dispositivo dimmer, ø 10 m, Foto Ela Bialkowska
Mona Hatoum – Undercurrent (red) , 2008, Cavo elettrico rivestito in tela, lampadine, dispositivo dimmer, ø 10 m, Foto Ela Bialkowska

Un’altra artista palestinese che riflette sui conflitti della società traslandoli all’interno del suo lavoro è Laila Shawa, nata a Gaza. A partire dagli anni Novanta, l’artista fotografa le scritte sui muri di Gaza, scritte che l’esercito israeliano cancella periodicamente eliminando qualsiasi traccia di dissenso. Il suo lavoro è quello del recupero, della testimonianza: sovrappone alle immagini delle figure geometriche colorate, come quadrati o triangoli, in modo che il testo sia sottolineato; a volte, come in Wall of Gaza: Target (1992), davanti alle frasi appare un bambino circondato da un pallino rosso come fosse un bersaglio. L’innocenza si contrappone alla sfrontatezza della guerra e della morte:

All’urgenza di una scrittura priva di ogni orpello estetico contrappone la rassicurante geometria che rimanda a un desiderio di ordine e stabilità in una terra che non conosce pace.

Target Wall of Gaza: Target, Silkscreen on Canvas 1992, 100 x 150 cm, Collection of the Jordan National Gallery, The Shoman Foundation, and private collection [in copertina]

Altrettanto interessante è il lavoro serigrafico Walls of Gaza III, Fashionista Terorrista (2010). L’immagine rappresenta una persona che indossa una keffiya e un maglione decorato con cristalli Swarovski, a rappresentare come la keffiya, simbolo della resistenza palestinese, sia oggi considera un simbolo di moda in Occidente. Giocando con i temi del kitsch e utilizzando l’ironia, l’artista mostra come le immagini vengano oggi strumentalizzate e ricontestualizzate dai media. Anche Mona Hatum realizza un lavoro interessante con la keffiya: Keffieh 1993-99. Human hair on cotton. In questo caso la keffiya è posta in orizzontale su un tavolo all’interno di una scatola di vetro, e ciò che colpisce è che invece di essere costituita da fili di cotone intrecciati è fatta di capelli. L’opera inquieta lo spettatore, lo sfida (l’atto di radersi simboleggia la punizione e la perdita di potere). La keffiya in questo caso è allo stesso tempo un oggetto innocente e una reliquia sacra, simbolo nazionale collettivo, simbolo doloroso ma necessario per mantenere vivo il ricordo dei crimini commessi contro la popolazione in nome di un Dio. I capelli intrecciati sono imprigionati e costretti a seguire lo schema decorativo della keffiya, la stessa usata come arma politica in nome della libertà.

Mona Hatoum, Keffieh, 1993-1999 Cheveux sur tissu en coton 120 x 120 cm © Courtesy collection Agnès b. © Photo Courtesy White Cube. photo Hugo Glendinning.
Mona Hatoum, Keffieh, 1993-1999 Cheveux sur tissu en coton 120 x 120 cm © Courtesy collection Agnès b. © Photo Courtesy White Cube. photo Hugo Glendinning.

Fonti:

[1] L. Binni, R. Bocco, W. Dahmash, B. Gagliardi, 2020: 76 anni di dibattito politico e culturale, in «Il ponte», Anno LXXVI, n.1, gennaio-febbraio, 2020, p. 7
C. Rovere, I gesti dell’alfabeto. Artiste arabe contemporanee dalla tradizione al design, in E. De Cecco (a cura di), Arte-mondo. Storia dell’arte, storie dell’arte, Milano, Postmediabooks, 2010
E.W. Said, The Art of Displacement: Mona Hatoum’s Logic of Irreconcilables, M. Hatoum, The Entire World as a Foreign Land, London, Tate Gallery Publishing Ltd, 2000
L. Binni, R. Bocco, W. Dahmash, B. Gagliardi, 2020: 76 anni di dibattito politico e culturale, in «Il ponte», Anno LXXVI, n.1, gennaio-febbraio, 2020
Who is Mona Hatoum?, in «Tate», ultima consultazione 23/07/2021
Mona Hatoum. Natura morta, in «Fondazione Merz», ultima consultazione 23/07/2021

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