Nell’estate del 1959, Pier Paolo Pasolini a bordo di una Fiat 1100 intraprende un viaggio lungo le coste italiane, da cui estrae il reportage La lunga strada di sabbia. Tocca anche la Calabria ed è lì che Pasolini viene rimproverato per averla definita «terra di banditi». Dietro quello che può sembrare un insulto c’è il Pasolini che osserva finemente dandoci una riflessione nitida su una terra antica e ancora oggi piena di contraddizioni.

Lo sguardo detiene una posizione di prestigio come mezzo ‘espressivo’, soprattutto nella contemporaneità. È come se gli occhi di ognuno di noi avessero guadagnato un potere nuovo e molteplice, generando una tribù globale di sguardi accomunati da uno spirito di comunicazione, che spesso supplisce ad altre forme di espressione. E con ‘sguardo’ si intenda anche la funzione che i nostri occhi espletano sul mondo – o meglio sui mondi, quello nostro privato e quello intorno a noi. È forse il senso e lo strumento più potente per arrivare dritti alla percezione delle cose, mostrandoci e plasmando per noi quella che è o sembra la realtà.

Quando la realtà su cui lo sguardo si posa risponde al nome ‘Italia’, quel labirinto diventa in modo quasi inesorabile il locus amoenus di contraddizioni sociali e questioni irrisolte che ne hanno caratterizzato la storia soprattutto nel Novecento. Se poi, ancora oltre, la realtà da filtrare è il sud Italia e la Calabria in particolare, è come trovarsi davanti ad una sfinge alla fine di quel labirinto.

Pier Paolo Pasolini, ormai più di sessant’anni fa, ha cercato di rintracciare e tratteggiare, attraverso la sua personalissima sensibilità, un profilo dettagliato e vivido nell’anima più profonda dell’Italia dei tardi anni Cinquanta, compiendo quello che si potrebbe definire un viaggio dal retrogusto socio-antropologico in mezzo al popolo italiano, di spiaggia in spiaggia: la Lunga strada di sabbia che dà il titolo all’opera e al viaggio commissionatogli dalla rivista «Successo».

Partito dalla Liguria a bordo di una Fiat 1100 nell’estate 1959, tra giugno e agosto, Pasolini dà vita al suo reportage di viaggio, un sorta di taccuino letterario, quasi uno Zibaldone di annotazioni e impressioni e al contempo una discesa nell’Italia del boom economico lungo lo stivale, giù fino alla Calabria – luogo che più di tutti ha suscitato sentimenti contrastanti al poeta friulano – per poi riprendere la risalita verso nord, lungo l’Adriatico.

Quella raccontata è la prima volta del poeta in Calabria, una sorta di Grand Tour popolare in una delle regioni meno ‘pasoliniane’ da un punto di vista storico e biografico ‒ di certo non quanto lo siano il Friuli, l’Emilia-Romagna e il Lazio –, senza dubbio quella più remota ma al contempo la più vicina al Pasolini in cerca del contatto con la gente e i luoghi vergini, non ancora corrotti e appiattiti dall’omologazione e dal consumismo, dove la generale asincronia con la modernità e il resto della società hanno preservato un senso di umanità quasi estinto e a lui estremamente caro.

Ormai trentasettenne e intellettuale affermato, dopo aver toccato la Sicilia, il poeta friulano riprende il viaggio da Reggio Calabria, che definisce «città estremamente drammatica e originale, di una angosciosa povertà», attraversa i paesi della costa e risale poi la statale 106 lungo lo Ionio, scrivendo che «non è un mare nostro: spaventa», fino a entrare «in un mondo che non è più riconoscibile».

Poi la strada lascia il mare e s'interna in una zona, tutta gialla, con le colline che sembrano dune immaginate da Kafka. Il tramonto le vela di un rosa di sangue.

A metà strada vira verso l’entroterra e si avventura nella zona di Cutro, verso Crotone. Un paesaggio di contadini a cavallo, vecchie e lente carrette, strade assolate, laddove oggi ci sono, a costeggiare quel paesaggio, case mai finite che aspettano gente che non tornerà mai definitivamente a viverci. Una Calabria che è ancora parte del terzo mondo ‘pasolinianamente’ inteso, territorio ma soprattutto concetto e fenomeno, come la Crotone che si ritrova di nuovo nella poesia Profezia del 1964, terra degli ultimi, meta e protagonista delle ondate di flussi migratori provenienti da Africa e Asia ma che oggi è, al tempo stesso, anche punto di partenza degli esodi di tanti giovani verso il Nord Italia e il resto dell’Europa.

Pasolini non è esente dal fascino sinistro e ancestrale del luogo che vede passando in macchina, e che più lo ha impressionato in tutto il suo lungo viaggio, descrivendolo in maniera tanto apparentemente ambigua quanto impeccabilmente vivida:

È, veramente, il paese dei banditi, come si vede in certi westerns. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi. Si sente, non so da cosa, che siamo fuori dalla legge, o, se non dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello. […] Ma intorno c’è una cornice di vuoto e di silenzio che fa paura.

Pasolini a Crotone nel 1959 in occasione del Premio Crotone vinto con il romanzo Una vita violenta.

La descrizione che Pasolini fa di Cutro non viene accolta dagli amministratori locali dell’epoca, che lo denunciano per diffamazione a mezzo stampa perché «la reputazione, l’onore, il decoro, la dignità delle laboriose popolazioni di Cutro sono stati evidentemente e gravemente calpestati». Un paese che su quelle parole si divide, portando però soprattutto i giovani a schierarsi con il poeta, che in quello stesso anno, il 1959, avrebbe vinto, tra non poche polemiche, il Premio Crotone per il romanzo Una vita violenta, assegnatogli da una giuria composta da Bassani, Repaci, Gadda, Ungaretti e Moravia. In occasione della premiazione Pasolini si esprime così:

Sono felice di non avere vinto lo Strega o il Viareggio, perché considero quello che mi avete dato come il più adeguato riconoscimento alla mia opera. I protagonisti del mio romanzo, anche se vivono nella capitale, fanno parte del Mezzogiorno d’Italia, ed è giusto che qui a Crotone, trovassero l’esatta comprensione, in una terra giovane, perché nasce ora alla vita sociale, e in modo fresco, genuino, prende coscienza della sua forza, dei suoi bisogni.

Tra quei giovani cutresi schierati con il poeta vi è anche Rosario Migale, partigiano e comunista che, qualche anno dopo, sarebbe stato scelto proprio per la parte dell’apostolo Tommaso nel suo Vangelo secondo Matteo, che venne girato proprio in prossimità di Cutro, sulle spiagge dello «straniero, il nemico, il seducente Ionio». Molto vicino al tipo di paesaggio ricercato da Pasolini, quel tratto di Calabria viene scelto per i suoi caratteristici contrasti naturali tra mare e montagna, ma soprattutto, come racconta in un’intervista rilasciata al Manifesto di Catanzaro, perché «[...] le folle colorite e varie che s’incontrano in queste zone difficilmente si trovano altrove. Ecco è proprio il senso; la bellezza di queste masse [...]» , ma anche perché lì davvero si può «parlare di vivacità, e quindi di vita, in quelle città marinare, mercantili, laddove si sente palpitare coralmente il cuore delle masse popolari».

Su quei lidi e in quelle zone Pasolini sarebbe tornato ancora nel 1964 durante il suo tour-documentario Comizi d’amore, occasione in cui gli italiani si esprimono su tematiche come il rapporto uomo-donna, la sessualità, la morale, il divorzio e il buon costume.

Una scena del film Il Vangelo secondo Matteo girata in località Le Castella, nei pressi di Crotone. Il primo da destra è il partigiano Rosario Migale.

Proprio in occasione del Premio Crotone, Pasolini ha un incontro con alcuni intellettuali del posto che avevano chiesto un chiarimento, e qualche giorno dopo si reca nuovamente a Cutro per incontrare gli studenti, rimanendo sorpreso per il calore umano e per l’aderenza alle sue tesi. Oltre a ciò, nell’ottobre di quell’anno, Pasolini scrive una lettera al direttore del quotidiano «Paese Sera» dando alla stampa ulteriori delucidazioni sulla vicenda:

[…]e così ho un po’ scherzato, linguisticamente, come in tutto il resto del mio servizio. Dicendo che la zona di Cutro è quella che più mi ha impressionato di tutto il viaggio, ho detto la verità: chiamandola poi zona di ‘banditi’, ho usato la parola: 1) nel suo etimo; 2) nel significato che essa ha nei film western, ossia in un significato puramente coloristico; 3) con profonda simpatia. Fin da bambino, ho sempre tenuto per i banditi contro i poliziotti; figurarsi in questo caso.

Ma Pasolini oltrepassa l’accusa che gli è stata mossa e punta il dito dritto al dietro le quinte, alla «borghesia democristiana conformista e ipocrita» che aveva orchestrato il tutto per meri fini politici:

In questa polemica i dirigenti democristiani calabresi […] adottano come più efficace argomento oratorio l’appello alla tradizione, una tradizione morta e sepolta, puramente archeologica, esattamente come facevano i fascisti con l’antica Roma […] eludono i problemi veri, deviando l’interesse pubblico verso delle sciocchezze folcloristiche, sfruttando ipocritamente la ingenua passione dei calabresi semplici; non vogliono ammettere che in realtà in Calabria i ‘banditi’ ci sono.

Pasolini spiega poi che a Cutro, in quegli anni, il 40% della popolazione non ha diritto di voto perché condannata per furto di legna nei boschi della tenuta del barone locale. E aggiunge: «Ora vorrei sapere che cos’altro è questa gente se non ‘bandita’ dalla società italiana, che è dalla parte del barone e dei suoi servi politici».

Paternalismo e tirannia, elementi che hanno fatto della Calabria una terra storicamente mal governata e abusata, secondo il poeta non potevano non produrre una popolazione nel cui carattere si mischiano tanto l’arretratezza quanto un sano spirito di rivolta: «E appunto per questo non si può non amarla, non essere tutti dalla sua parte, non avversare con tutta la forza del cuore della ragione chi vuol perpetuare questo stato di cose, ignorandole, mettendole a tacere, mistificandole».

Tra le altre cose, proprio in quell’anno ricorre il decimo anniversario dei fatti di Melissa, che Pasolini definisce «opera del popolo», l’evento epocale che ha segnato la storia recente della Calabria e dell’intero Mezzogiorno d’Italia: il 29 ottobre 1949 nel fondo Fragalà di Melissa, piccolo comune nel crotonese, prende il via la rivolta dei contadini in marcia sui latifondi per chiedere il rispetto dei provvedimenti emanati nel secondo dopoguerra. Tre di loro perdono la vita a seguito dei colpi sparati dalla polizia sulla folla, ma l’evento non passa inosservato: l’indignazione su tutto il territorio nazionale sale e tutti prendono difese e coscienza della situazione contadina del Mezzogiorno. Quello stesso giorno anche Rosario Migale, il partigiano cutrese poi amico di Pasolini, viene arrestato con altri contadini per avere occupato a Cutro un latifondo dello stesso proprietario del fondo Fragalà di Melissa.

Emilio Notte, La strage di Melissa, 1953

 […]Questi sono dati della vostra realtà: se poi volete fare come gli struzzi, affar vostro. Ma io ve ne sconsiglio. Mi dispiace dell’equivoco: non si tiene mai abbastanza conto del vostro ‘complesso di inferiorità’, della vostra psicologia patologica, della vostra collettiva angesi o mania di persecuzione. Tutto ciò è storicamente e socialmente giustificato. E io non vi consiglierei di cercare consolazioni in un passato idealizzato e definitivamente remoto: l’unico modo per consolarsi è lottare, e per lottare bisogna guardare in faccia la realtà.

In questi termini Pasolini scrive, sempre nel ’59, una lettera indirizzata a Pasquale Nicolini, ufficiale sanitario della provincia di Cosenza, che garbatamente gli chiede chiarimenti sui suoi giudizi apparentemente negativi sulla sua regione.

Una regione, la Calabria, di cui la stampa spesso ancora oggi scrive in modo sterile e senza cognizione, guidata da luoghi comuni. Pasolini, al contrario, filtra un luogo fuori dal comune, quasi un Eden perduto e ora corrotto, regalando riflessioni che hanno valore politico e sociale che risuonano spietatamente attuali. Travalicando i decenni e regalandoci una visione fedele su una terra in cui la lotta contro lo status quo è l’unica consolazione possibile, le sue sono parole di un intellettuale a contatto con una realtà estranea ma compresa, un antidoto verbale contro un campanilismo spesso malato, egocentrico e narcisista schiavo di una retorica stantia.
Uno sguardo corsaro e controcorrente, una fotografia in parole che va al di là di romantiche visioni da cartolina e di visioni politiche dissonanti.

 Il murales di Jorit a Napoli, nel quartiere Scampia. Foto di Daniele Maisto.


Fonti:

Pier Paolo Pasolini, La lunga strada di sabbia. Introduzione di Paolo Mauri, Guanda, 2017
Gli articoli menzionati e la foto di Pasolini a Crotone sono stati selezionati su http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/ 
La foto de Il vangelo secondo Matteo e le informazioni su Rosario Migale sono estratte da https://www.malanova.info/2020/02/01/rosario-migale-un-ribelle-del-novecento/ 
La foto di copertina raffigura Pier Paolo Pasolini fotografato da Sandro Becchetti, 1971.
Sulla strage di Melissa: https://ilmanifesto.it/il-sangue-di-melissa/ 
La lunga strada di sabbia letto e interpretato da Luca Mauceri: https://youtu.be/RRQ_D2Difg8 
Pasolini sulle spiagge calabresi in Comizi d’amore: https://youtu.be/UHEMajtWQ6Q 
Pasolini intervista un agricoltore calabrese: https://youtu.be/2nklCTEQ3GI  

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