Palin parla con Valerio Lo Muzio, giovane giornalista freelance e videomaker. Lavora per La Repubblica e per il programma L’Aria Che Tira su La7, oltre a essere il creatore di Waiting For Patrick, un minidoc pubblicato di recente e incentrato sulla figura di Patrick Zaki.

[In collaborazione con Massimo Salvati]

In un’epoca di negazionismo scientifico e post-verità in cui gli eventi si affastellano, i social network si evolvono e di conseguenza le notizie corrono più veloci di quanto non lo siamo noi a carpirne la veridicità, fare il giornalista di questi tempi non è certo la professione più facile da seguire. Lo sa bene Valerio Lo Muzio, giornalista freelance e videomaker per La Repubblica e La7, nonché autore del minidoc Waiting for Patrick, un racconto attraverso video, immagini e testimonianze su Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna arrestato nel febbraio 2020 e tutt’ora ingiustamente detenuto in Egitto.

Lo scorso gennaio, Lo Muzio è stato partecipe di uno spiacevole evento, avvenuto a Bologna e presto salito agli onori della cronaca locale e nazionale, che ha visto il giornalista e alcuni vigili urbani alle prese con uno scontro verbale e fisico con alcuni negazionisti del Covid-19 all’esterno di uno storico pub nella prima periferia bolognese.

Salvatore Bruno e Massimo Salvati hanno raggiunto Valerio Lo Muzio al telefono, per una breve intervista sul caso Zaki e sul suo fare giornalismo.

Un anno fa, quando la pandemia era ancora sconosciuta, Patrick veniva trattenuto e imprigionato dal governo egiziano. Dopo un anno sono cambiate e successe tante cose, ma Patrick è ancora lì.
Cosa pensi a riguardo?

Lo studente del Master Gemma dell'Università di Bologna, Patrick Zaki, da un anno è rinchiuso all'interno di una delle peggiori carceri del mondo: il penitenziario di Tora, in Egitto. In questa struttura penitenziaria ormai fatiscente, a sud del Cairo, esiste una sezione chiamata ‘lo Scorpione’, dove vi è una continua e sistematica violazione dei diritti umani: i detenuti sono tenuti ammassati in celle senza brandine anche in questo periodo di emergenza Covid, dormono per terra in condizioni igienico sanitarie disumane e sono vittime di torture e sevizie.

Il carcere di Tora è dunque lo specchio della scure repressiva del regime dittatoriale di Al-Sisi, che vi ha rinchiuso la maggior parte degli oltre 60.000 dissidenti, giornalisti, attivisti dei diritti umani e avversari politici, tra cui anche Patrick Zaki, il quale, ricordiamo, è accusato per reati di terrorismo e di propaganda sovversiva, di aver sostenuto il rovesciamento dello stato egiziano, di aver usato i social network per minare l’ordine sociale e la sicurezza pubblica e di aver istigato alla violenza e al terrorismo. Una serie di accuse che di solito in Egitto sono destinate a dissidenti e persone critiche nei confronti del governo. Patrick rischia fino a 25 anni di carcere, perché secondo le autorità, avrebbe pubblicato da un account Facebook notizie false, con l’intento di «disturbare la pace sociale, di incitare proteste contro l’autorità pubblica». Le accuse finora non sono mai state dimostrate, semplicemente perché non esistono e anche perché finora le udienze del suo processo vengono continuamente rimandate in uno stillicidio continuo che dura un anno e può ancora durare a lungo. Patrick è quindi, da un anno, un detenuto in eterna attesa di un processo, anche questo è una tecnica usata dal governo egiziano per trattenere a lungo i dissidenti, punirli zittirli e sfiancarli.
Ma perché Patrick fa così paura all’Egitto? Ho provato a dare una risposta a questa domanda raccontando chi è e cosa fa Patrick, in un minidoc prodotto da Gedi e pubblicato su La Repubblica, dal titolo Waiting for Patrick.

Un racconto del giovane attivista visto dagli occhi dei suoi amici e studenti di Bologna, che lo aspettano e lottano per la sua liberazione. Patrick è scomodo perché è uno studente che esce fuori dai dogmi imposti dal regime: studia all’estero, è curioso di sapere, di conoscere, viaggia, ha la mente e una mentalità aperta, e soprattutto si interessa di diritti umani, di giustizia e eguaglianza sociale, frequenta un master internazionale sugli studi di genere e lotta per i diritti delle donne; troppo per un regime repressivo come quello egiziano che perseguita la comunità Lgbt e ha intensificato gli attacchi contro tutto ciò che viene considerato ‘immorale’. Purtroppo, mentre Patrick si accingeva a passare il suo 365esimo giorno in cella, un altro studente internazionale, Ahmed Samir Abdelhay Ali, che frequentava un master a Vienna, presso la Central European University è stato arrestato in Egitto. Un messaggio, quello che il Governo egiziano manda ai suoi giovani studenti, forte e che fa paura: «Questa è la fine che fate se andate a studiare all'estero».

Per la causa di Zaki si sono mossi molti enti e istituzioni, basti pensare anche al Comune di Bologna e all’Alma Mater Studiorum.
Come ti spieghi la mancanza di efficacia/efficienza degli appelli al governo di al-Sisi?

Se minacci qualcuno di fargli del male armato con un fiore, probabilmente quello ti riderà in faccia, soprattutto se è un dittatore. Con questo non voglio dire che dovremmo dichiarare guerra all'Egitto, la ‘guerra’ si può combattere in altre maniere, soprattutto sul piano economico. Urge una presa di posizione forte, seria e concreta, da parte dei governi europei. Le strade percorribili sono tante: imporre sanzioni economiche, l’embargo, il ritiro dall'Egitto degli ambasciatori fin quando non vengono rilasciati tutti i prigionieri politici, dichiarare l’Egitto paese non sicuro e quindi sconsigliare fortemente ai turisti di recarsi in villeggiatura in quel Paese e alle aziende di farci affari. Sarebbe auspicabile che a impegnarsi non siano solo le Istituzioni, ma anche le aziende private italiane, visto che l'asse commerciale tra i due Paesi è quanto mai proficuo, infatti secondo i dati Istat, il 2019 si è concluso con un valore complessivo dell’Interscambio Italia-Egitto pari a 4,34 miliardi di euro. Il nostro Governo da una parte chiede a gran voce verità e giustizia per Giulio Regeni, il ricercatore italiano assassinato nel 2016, e il rilascio dello studente dell'Università di Bologna, dall’altro invece continua a vendere armamenti bellici all’Egitto. Ma in questa bolla di ipocrisia non siamo certo soli: il presidente francese Emmanuel Macron ha recentemente accolto con tutti gli onori militari Al-Sisi, conferendogli persino la Legion d'Onore, la più alta onorificenza del Paese. Sicuramente la richiesta di conferire la cittadinanza italiana a Patrick Zaki può far aumentare l'ago della bilancia a favore del governo italiano, che però sembra abbastanza ‘morbido’ nei confronti del regime.

Pensi che le difficoltà nel reperire fonti e contatti per il caso Patrick Zaki come per Giulio Regeni siano un problema riconducibile alla mancanza di una democrazia dell’informazione?

Chiaramente in Egitto non esiste libertà di espressione, sono tantissimi i giornalisti incarcerati dal governo militare, tutti accusati di dare notizie false. È un problema ricorrente delle dittature: basti pensare alle famose ‘veline’ che il regime fascista distribuiva alla stampa italiana durante il ventennio. In un regime dittatoriale è consentita solo la propaganda di regime, per fortuna, in Egitto resistono organizzazioni e associazioni per i diritti umani, soprattutto internazionali, che provano tra mille difficoltà a fornire informazioni.

 Quali pensi siano in Italia le chimere e i limiti legati all’informazione?

A mio parere, in Italia uno dei grossi limiti che danneggia pesantemente l’informazione è il forte precariato. Il giornalista per svolgere il proprio lavoro in modo serio e professionale deve essere libero e indipendente, invece la maggior parte delle notizie che leggiamo sui giornali e sui siti web sono prodotti da collaboratori precari, pagati poco e pagati a singolo articolo, e quindi la maggior parte di loro devono fare, nell'arco di una giornata, molti articoli per committenti diversi, e su argomenti diversi. Tutto questo a volte va a discapito della qualità e della verifica delle fonti.

Il mese scorso sei stato protagonista di un evento abbastanza spiacevole legato ai negazionisti in uno storico pub di Bologna. Negli ultimi tempi, i casi di aggressione verso i giornalisti sembrano essere più frequenti.
Qual è la tua posizione in questo contesto?

In questi ultimi mesi, successivi alla crisi economica legata alle chiusure e a una pandemia globale, gli animi si sono sicuramente esasperati. C'è una pericolosa contro-narrazione che dipinge i giornalisti come complici di un complotto mondiale ordito da ‘alcuni potenti del mondo’ e più in generale come ‘servi’ di un determinato potere. Teorie complottistiche che francamente fanno ridere e che sono facilmente smontabili e confutabili. Credo che il problema principale non sia chi per rabbia, sconforto, e delle volte anche ignoranza crede a queste teorie, ma chi soffia sul fuoco della pandemia, strumentalizzando queste persone per creare uno scontro sociale. In questo contesto, dove vengono avvelenati i pozzi, il giornalista è visto come un nemico, una spia, un bugiardo prezzolato, al soldo sempre di qualcuno e non al servizio dei cittadini e quindi come un nemico da combattere, e ormai giornalisti, fotografi, videomaker e operatori video che ogni giorno sono sul campo rischiano sempre di più. Il nostro dovere come giornalisti è proprio quello di smontare le bufale, di raccontare quello che succede e in modo semplice, quindi di informare.


Qual è il consiglio che daresti maggiormente a chi si approccia e a chi sogna di intraprendere il mestiere del giornalista?

Di essere consapevole che il giornalista è un mestiere difficile e che il giornalismo è in forte crisi. Il consiglio è quello di crederci fortemente e fare di tutto per raggiungere il loro sogno, senza lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà, perché è un mestiere che può regalare tante gratificazioni e può aiutare a migliorare il mondo.

 


Tutta la redazione di Palin Magazine si schiera
a favore della liberazione di Patrick Zaki.

 

Per chi volesse approfondire ulteriormente sul caso Zaki, si rimanda questo articolo di Antonella Napoli pubblicato sull’Avvenire: Reportage Nel carcere egiziano di Tora lo specchio buio del regime.

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