La ripubblicazione de La Ciociara di Alberto Moravia significa rileggere un capolavoro sotto una lente nuova alla luce della contemporaneità, cambiando al contempo punto di vista per riuscire a farsi consolare dall’idea che leggere ci libera tutti dal dover capire e imparare solo per esperienza diretta.

Ragionare intorno a certi universi linguistici può essere una postura culturale, ormai naturale – o forse un’abitudine – che salva dalla presunzione di credere che determinate idee e strade da percorrere siano nuove e di conseguenza sconosciute. Inserirsi nel passato di una linea narrativa porta quindi a scoprire che certe strutture descrittive, linguistiche e genealogiche possono corrispondere a una qualche struttura sentimentale del presente narrativizzato della nostra vita.

La familiarità e la fiducia tattile nei confronti di una edizione di un’opera rendono la rilettura di un testo spesso un’operazione di confidenza. Quel rigo sottolineato è sempre lì sulla pagina di destra, la costa del libro è un po’ più aperta in quel particolare punto della trama, magari la lettura scorre veloce e salta certi ostacoli.
Insomma, prendere in mano una nuova edizione, per quanto il testo sia il medesimo, costringe, se si è fortunati, a rimettersi in gioco, a cedere il passo a un’idea nuova che quel particolare oggetto-libro, con il suo peritesto, innesca.

Nel 2019 la casa editrice Bompiani pubblica una collana celebrativa – di nuovo, ancora, memoria del passato : Nove libri per nove decenni, scegliendo per ogni decennio della propria attività un libro da dare alle stampe in una nuova veste tipografica.

Gli anni Sessanta sono rappresentati da La Ciociara di Alberto Moravia, edito per la prima volta nel 1957, per rileggere quello che in poche centinaia di pagine Moravia racchiude: vicende storiche, sentimentali, di crescita, di dolore, oggettive e personalissime. Accade in questa occasione, fatta di nuove condizioni al contorno, che quelle stesse parole vengano inserite in un nuovo contesto storico, sociale e personale, i lettori cambino e trovino nel medesimo libro altre storie consolazioni conferme; esso comunica ancora.

A proposito dell’opera, in un suo interessante saggio, Gianni Turchetta riflette sul ruolo di narratore della protagonista, Cesira, che definisce ‘inattendibile’ perché è «insieme protagonista e testimone, ma soprattutto, femminile e popolare», rendendo possibile la messa in pagina di quello che Arbasino definisce «rumore italiano della conversazione narrativa». Con il suo sguardo, popolare ma mai sciatto, Cesira vive ogni vicenda deformando il senso degli eventi e mettendo in scena la difesa di un modo di intendere il mondo che è personalissimo fino ad un certo punto, fino a quando è giusto, probabilmente, senza avere la presunzione di dare un giudizio morale; sembra confrontarsi con se stesso, ripercorrere gli stessi giri di pensiero, non avere la piena consapevolezza del confronto.

Ci sarebbe di che dire su quello svolgersi della vita provinciale ogni giorno uguale a se stessa, con le preoccupazioni di chi deve lavorare – «a me mi bastava il negozio, e l’appartamento per essere felice» – mettere insieme il pranzo e la cena, con le faccende quotidiane – «strofinavo, lucidavo, spolveravo, pulivo ogni angolo» – gli affari della bottega, e per il resto non vede il senso di dover capire cosa sta accadendo – «forse fu questa faccenda dei prosciutti che mi impedì di rendermi conto di quello che stava succedendo». Quello che ci viene offerto è lo sguardo di una quotidianità descritta a tinte affatto rassicuranti seppur sempre predicibili.

Del medesimo sguardo godono i sentimenti di Cesira per sua figlia: essi viaggiano sul binario della funzione più che su quello della relazione, sono i gesti che scatenano l’appartenenza perché tattili, coinvolgono la materia, occupano lo spazio, esistono fuori dall’astrazione. Cesira questi gesti li può indossare preoccupandosi della salute di sua figlia Rosetta, di doverle procurare una dote, di farla mangiare.

Ma accade poi che questo personaggio sia costretto a rimodulare il suo modo di vedere e capire il mondo attorno a sé.
Durante il periodo a Fondi [1], confinata in una realtà parallela a quella reale, di nuovo chiusa in un mondo piccolissimo e pur tuttavia costituito di bisogni primordiali e di ore vedove di occupazioni tangibili, Cesira incontra la guerra, la fame, Michele e poi di nuovo Rosetta.

L’ineffabilità di questo momento non impedisce a Cesira di guardare, ossia vedere, e nel desiderio fortissimo di proteggere sua figlia è dominata da una distrazione che la allontana persino da sé. Capisce che la guerra è una lente:

…e a questo punto voglio dire che la guerra è una gran prova; e che gli uomini bisognerebbe vederli in guerra e non in pace […] ciascuno agisce secondo la propria vera natura, senza freni e senza riguardi.

Guarda ora dentro se stessa «con la stessa sorpresa che se l’avessi scavato con le mie mani; […] quella fiducia in me e nelle cose che, passeggiando tutta sola, mi erano cresciute nell’animo a misura che i giorni passavano».

Quando poi ha occasione di sentir parlare un militare tedesco, di capire ciò che Michele pensa di lui, riesce a dissociare il suo sguardo da quello del suo mentore, lo mette in dubbio: «Come poteva essere questo? Allora non era vero che la giustizia fosse una cosa tanto buona». Sente persino insopportabile il peso delle conversazioni degli sfollati, da un certo punto in poi, che ruotano tutte attorno al mangiare, a quella materialità che era stata la sua vita.
La preparazione del momento di massimo cambiamento dello sguardo di Cesira arriva al culmine quando la sua ‘figlia d’oro’ diventa «donna indurita, esperta, amara, senza più alcuna illusione né alcuna speranza».

Nel racconto di questo cambiamento emerge la voce di Cesira-narratrice che lascia intendere come questo cambio di prospettiva e considerazione sia ormai immutabile, nell’una e nell’altra donna e nel modo in cui l’una vede e sente l’altra «perché lei era cambiata, e cambiando, aveva cambiato anche me e così tra di noi tutto era cambiato».

L’ultimo momento, infine, quello in cui l’ineffabilità, l’incapacità della parola, è sopperita da una visione: Michele in sogno che, pur non comunicando con Rosetta, la conforta con l’idea che continuare a vivere, nonostante tutto, fosse il dovere dei vivi, anche se essi non possono capirne il motivo.

Non stupisca a questo punto che le lacrime di comprensione, maturazione, accettazione di Rosetta, dopo pagine e pagine di apatia, giungano dopo che la ragazza ha deciso di cantare di nuovo, assecondando la richiesta e l’immagine che sua madre aveva di lei.

Rileggere, dunque, con la speranza di poter comprendere che la pluralità di visioni non corrisponde necessariamente alla confusione, che il processo di maturazione passa anche attraverso il cambio di direzione e che il punto di vista ha valore di verità se si tiene sempre a mente che quella verità è tale nel suo contesto di riferimento.


Fonti:

[1] Si tratta di un elemento autobiografico: «Ero nella lista degli antifascisti da arrestare e deportare in Germania; mi ero rifugiato a Fondi, in una gola selvaggia e disabitata, a mezza costa, presso un contadino che si chiamava Davide e che aveva una piccolissima casetta monocamera, alla quale era addossato un ripostiglio. In questo ripostiglio Elsa Morante ed io abbiamo abitato dal settembre del ’43 al maggio del ’44, cioè fino all’arrivo delle truppe alleate.» Alberto Moravia, Diario europeo, Milano 1993
Gianni Turchetta, I paradossi di Cesira: la saggezza di un narratore inattendibile, Associazione Culturale Internazionale Edizioni Sinestesie, 2016
Alberto Moravia, Diario europeo, Bompiani, Milano 1993

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