La poetica di Giorgio Caproni si è imperniata su tre cardini principali: gioventù, amore e morte. In particolare i due estremi, l’inizio e la fine, sono diventati nel corso del tempo i temi più ricorrenti. Attraverso le due poesie che forse più di tutte esprimono l’allegoria che pervade i suoi versi, si propone qui un confronto tra i due estremi.

Tre sono, da sempre, i temi che la poesia italiana predilige: infanzia/gioventù, amore, morte. Che sarebbe come dire inizio, svolgimento e conclusione, con l’amore a ricoprire non a torto il ruolo-funzione di senso della vita, tappa in ogni aspetto centrale nel percorso che si apre e si sviluppa fra principio e fine. La produzione poetica di Giorgio Caproni è stata a riguardo tra le più prolifiche, intense e fascinose del Novecento. La sua riflessione si è nel corso degli anni soffermata su tutti e tre i nuclei, dando infine un prioritario risalto alle tematiche di inizio e fine in un raffinato e spesso complesso meccanismo di rimandi e fusioni.

Le prime raccolte poetiche di Giorgio Caproni (Livorno 1912 – Roma 1990), Come un’allegoria (1936), Ballo a Fontanigorda (1938), Finzioni (1941) e Cronistoria (1943), sono accomunate dal delicato equilibrio fra la naturale semplicità stilistica che lo ha sempre caratterizzato e una precoce, profonda lettura del tempo della vita. Non è un fatto nuovo che un poeta si dedichi fin dalle origini alla fine, cioè alla morte e alla fuggevolezza del tempo, ma Caproni sembra dare più che altro importanza a un tempo maturo ancora da raggiungere, immaginando già quale potrebbe essere dall’alto di quell’eremo finale (meta ultima) la visione del tempo passato (il vissuto), dei ricordi e di tutto quel che resta della giovinezza.

Immagini e soggetti di cui l’immaginario caproniano si appropria sono gli elementi naturali: vento, aria (declinata in soffi d’aria), fuoco; mentre le ambientazioni che più di altre tornano sono paesaggi naturali poveri e umili. La presenza forte e rassicurante della natura (o di Natura, intesa come Madre Terra e divinità) pare essere giustificata dal suo essere l’unica in grado di opporsi allo scenario e al pensiero della morte.
Nella produzione giovanile di Caproni tutto sembra essere effimero, sfuggente e fuggitivo ma allo stesso tempo autentico nell’attimo esatto dell’esistenza. Come la felicità, quella felicità magari vera e riconoscibile eppure fatta di attimi di dimenticanza (Totò). Attimi dimenticati ma indimenticabili, quelli di Caproni, che si lancia in una rimembranza inesausta di lampi di memoria, a volte nitidi e taglienti, altre, come nel caso dei fanciulli e delle fanciulle – che popolano la poesia caproniana come figure fantastiche, quasi nelle vesti di elfi e ninfe – senza un’apparente importanza: momenti effimeri vissuti ma non trattenuti. Si delinea la figura di un poeta che non vive ma osserva gli altri farlo. Gli anni della gioventù sono centrali in questa prima fase: solo attraverso l’idea e il ricordo di giovinezza l’uomo può tentare di contrastare la morte, non essendo egli un’entità potente, duratura e creatrice come lo è la natura. La paura della fine è infatti contrastata da immagini di giovinezza istintiva e verace, incarnata da figure di donne (soggetti cardine nella poetica di Caproni) di bassa estrazione sociale, ingenue e innocenti, caratterizzate da una sensualità reticente ma viva, pulsante sotto le vesti e dentro i silenzi. Situazione ricorrente legata a queste figure è il passare accanto: al loro passaggio le fanciulle provocano una folata d’aria che permane più di quanto facciano loro stesse e i loro corpi. Donne-angelo capaci di portare soffi vitali ma anche tetri presagi e ricordi macchiati di sogni. Quella del poeta è la perenne attesa di una donna misteriosa che forse è la sua amante, forse sua madre, forse la morte.

Anche se da Cronistoria (1943) lo stile comincia a mutare – la scrittura si fa meno immediata, le figure più complesse e costruite – restano i tòpoi fissi del fuoco che arde e brucia, della fiamma, della cenere come unico elemento che resta dopo il passaggio della vita, della giovinezza e dell’amore («brace nera di gioventù»). Continua il pianto sul passato in un dominio di rosso, simbolo del sangue (e perciò di vita) ma anche di allarme, paura, ferita. Il passato continua a divorare tutto, sbiadendo in fretta dalla realtà e sopravvivendo soltanto nei ricordi («così lontano l’azzurro»). Ciò che resta nella vita dell’uomo che scrive e ricorda non è altro che cenere. La giovinezza è passata come una folata di vento, si è consumata in fretta come un fuoco, e si è infine spenta lasciando spazio a ciò che resta: detriti, polvere, ricordi.

Col passare del tempo, poi, la poesia di Caproni è arrivata prima a incarnare appieno lo spirito ermetico con Il passaggio d’Enea (1956), poi ad ampliare il suo respiro assumendo i connotati di una poesia più estesa e completa, in perenne ambivalenza tra lirica e prosa, musicalità e concretezza, linguaggio alto e basso. Si è spinta nei meandri dell’allegoria del viaggio (tema ossessivo, come nota Pier Vincenzo Mengaldo) per approdare infine al ritorno: un viaggio cioè inverso, verso quel passato che già il poeta rimpiangeva nelle prime raccolte e che sembrava ad un certo punto aver metabolizzato, senza il bisogno di doverlo rivivere.

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.

Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.

[…]

Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto se io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.

Il Congedo del viaggiatore cerimonioso è la poesia di congedo dalla vita (quantomeno da un certo tipo di vita), dalla poesia (da un certo tipo di poesia) e un apprestarsi a un aldilà tanto poco terreno quanto poco celeste. Poesia manifesto di un’intera raccolta dedicata all’ultimo saluto, presentato come atto intimo e struggente durante il quale due mondi collidono, il fisico e il metafisico, si avvicinano e si sovrappongono per permettere all’io-poetico il passaggio dall’uno all’altro. L’intera raccolta, e non solo la poesia che dà il titolo, è basata su due elementi: luce e buio, vita e morte, restare e partire, che non sono altro che gli elementi dai quali si è partiti: inizio e fine. Chi resta lo fa nella luce, al caldo di una fiamma, chi parte esce al freddo, nel buio. Chi resta rimane qua, chi parte va di là. Di là o là: avverbi che assumono il senso di fine ultimo del peregrinare, punto d’arrivo certo ma misterioso. Nel Congedo questo di là è rappresentato dal disco rosso della stazione oltre la nebbia, porta d’accesso – appunto – per l’aldilà.

Non credo che questo sia il fischio del bracconiere.
C’è troppa nebbia.
Comunque (qui son le carte)
Finite voi la partita.
Io (potete continuare a bere anche per me)
conosco, né posso esimermi,
quello ch’è il mio preciso dovere.

Qualsiasi richiamo nel bosco oda insolito,
uccello o altro agente che sia,
devo andare a vedere.
Porgetemi per cortesia,
è lì a quel chiodo,
il fucile ed il mio cartucciere.
Intanto (scusate: ci vuole, col freddo che m’aspetta)
lasciate ch’io mi versi ancora
– ultimo – quest’altro bicchiere.

[…]

Vi vedo, o m’inganno, tremare,
agli angoli, la bocca?
Amici, posso anche sbagliare;
ma questo, comunque, vi dico,
e una volta per tutte:
temere fuori il nemico
è cosa, prima ancora che vile,
a parer mio troppo sciocca.
Porgetemi anche le cartucce e rimettetevi a bere.
Dovreste almeno sapere
che quando s'è avuto una piuma sul cappello,
e in sorte stivali e gabbana verde,
per non dir altro si perde
il tempo, pensando alla morte.

[…]

Al diavolo perciò la paura,
giacché non serve, Tanto,
in tutti noi non resta – sola –
che la certezza già da tempo in me sorta:
chi fabbrica una fortezza intorno a sé
s'illude quanto, ogni notte, chiude
a doppia mandata la porta.

Lasciatemi perciò uscire.
Questo io vi volevo dire.
Per quanto siano bui gli alberi,
non corre un rischio più grande di chi resta,
colui che va a rispondere
a un fischio.

Nella poesia Il fischio, il guardacaccia protagonista e io-narrante deve uscire al buio a controllare da dove arrivi il fischio che lui e i suoi compagni hanno sentito (perché potrebbe trattarsi di un bracconiere). Come il viaggiatore del Congedo lascia, chiusi nello scompartimento di un vagone caldo, gli altri passeggeri per uscire solo, al buio, entrando nella nebbia, così il guardacaccia si prepara a lasciare i suoi compagni di gioco al sicuro nella stanza. In questo caso non è esattamente una meta, quella da trovare, quanto un nemico: è percepibile, latente, la presenza di una Presenza, per l’appunto. Un nemico di cui non si conosce l’identità, la fattezza, la posizione (è interno o esterno all’animo umano?) ma che riesce con la sua sola – probabile, possibile – presenza a incutere timore nei cuori degli uomini. Solo lui, il guardacaccia, va oltre la paura, oltre l’oscurità, oltre i demoni dell’ombra e dell’inconscio, affrontando il destino per quel che è e per come viene: si fa passare dai suoi compagni il fucile e le cartucce per andare – armato ma senza spavento – a immettersi in quella ‘selva oscura’ che è il bosco da cui giunge il fischio (voce, forse, delle anime che abitano l’aldilà), li saluta e soprattutto li ammonisce di non avere paura. La paura, dice, non serve a difendersi, inutile fabbricare fortezze attorno a sé, inutile temere l’ignoto; l’ignoto esiste ed è nel destino dell’uomo: «Per quanto siano bui / gli alberi, non corre un rischio / più grande di chi resta, colui / che va a rispondere a un fischio».

Due poesie quindi, stessa fibra allegorica. Stesso impianto, stesso intento.
Due poesie selezionate in questo caso per confrontare un Caproni diverso nel tempo ma immutato e fedele a se stesso, che si interroga su una vita intesa come viaggio onirico; viaggio che tirando le somme e sintetizzando in maniera estrema si sdoppia nella sua duplice essenza: movimento a ritroso – quello della memoria, del ricordo di una città, della sua infanzia, di sua madre – e movimento in avanti, verso l’ignota nebbia che dà accesso all’ultraterreno. Percorso poetico che pare aderire perfettamente alle pieghe del percorso di vita del poeta-uomo, che dai vitali fulgori di gioventù si addentra con sempre maggiore consapevolezza nell’intricata boscaglia dell’età avanzata, del rimpianto e della consapevolezza della fine imminente. Un percorso che non manca di richiamare la dimensione più misteriosa e inquietante dell’animo umano, abitato da fantasmi e voci presaghe, né il nero fitto dei meandri dell’inconscio.

Tutto questo è stato tramandato dalle poesie che Caproni ha lasciato, dopo un congedo lungo più di venticinque anni ma che – appropriandoci delle parole di Giovanni Raboni che più di tutte sono adatte a concludere queste riflessioni – «in realtà ha avuto inizio con l’inizio stesso della sua poesia e, almeno per noi, non avrà mai fine».

 


Fonti:

Il lettore può reperire tutte le poesie di Giorgio Caproni citate e parzialmente riportate in questo articolo nel volume Caproni. Tutte le poesie, Garzanti, 2016

 

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