Viviamo in un mondo in cui la veridicità e quindi l’attendibilità di una notizia diventano fattori che passano in secondo piano davanti alle emozioni e alle sensazioni di chi legge: una continua ‘guerra per l’informazione’ tra fake news e verità autentica.

Un’espressione catalana dice che quando c’è un’inondazione, la cosa che manca più di tutte è l’acqua potabile.

Pensiamo ad un’alluvione provocata da un torrente e paragoniamola all’informazione di oggi. Siamo sommersi di notizie, ma pensiamo anche all’immediatezza con la quale ci arrivano, agli svariati canali attraverso i quali circolano, in una generale impossibilità di afferrare la verità autentica. Non solo: pensiamo anche alla loro rapidissima diffusione sui social network con tutto ciò che ne consegue, ad esempio la creazione di falsi miti e complottismi vari ed eventuali. Con buona pace della buona sana comunicazione e del linguaggio idoneo ed appropriato.

Cosa fa una notizia? Ma prima ancora, cos’è oggi l’informazione?
La distinzione tra news e bufale talvolta è davvero troppo sottile, tanto da ingannare persino l’occhio più attento. Partiamo da una semplice constatazione: le notizie vere si basano essenzialmente su basi oggettive, quindi fatti, eventi, persone e dati di cui abbiamo riscontro anche altrove. Da aggiungere che le notizie, che attraversino il tubo catodico, le onde radio o le connessioni Internet, raffreddano nel giro di un paio di giorni, massimo tre quando si tratta di notizie di certa rilevanza. Dopodiché, avanti la prossima. Le fake news, al contrario, non finiscono ma fanno dei giri immensi e poi ritornano, come certi amori nella canzone di Antonello Venditti, Amici mai.

Una fake news nasce, cresce, si riproduce e non muore. Ma perché attecchisce con così tanta potenza e prepotenza? Sicuramente, tra i punti di forza delle bufale, oltre all’iperconnettività globale in cui viviamo e il culto della rapidità squisitamente contemporaneo, vi è la presa di posizione contro un obiettivo comune verso cui è canalizzata una rabbia generale, spesso immotivatamente e ingiustamente condivisa, ‘decristallizzando’ a volte anche il politically correct attraverso l’uso di un linguaggio diretto e di pancia, non proprio da trivio; un modus scribendi che da una parte rende subito masticabile la bufala, dall’altro soddisfa l’impagabile sensazione di ‘onnipotenza comprensiva’ su qualsiasi tematica, e quindi la ricerca del senso immediato, generando un notevole abbaglio di autostima. In breve, è l’effetto Dunning-Kruger, per cui individui poco esperti in una data disciplina tendono a sovrastimare le loro esigue abilità e competenze e autodichiararsi esperti, quando al contrario gli esperti del settore propendono a sottostimare la propria reale competenza in materia.

Le bufale sono quindi tanto pericolose quanto potenzialmente digeribili da chiunque, non esigendo particolari studi di settore e un alto livello di comprensione. Risultato, un cortocircuito comunicativo che genera chimere portatrici della più fallace informazione che si nutrono di viralità, condivisioni e click che non danno quasi alcuna possibilità di verifica istantanea; e più dilagano, più moltiplicano la loro capacità di azione. E come in biologia, la viralità è anche una ‘guerra per l’informazione’.

Ma chi si cela dietro agli untori della falsa novella che la danno in pasto al popolo della rete? A diffonderla sono indubbiamente esperti smanettoni del web che lucrano su qualsiasi teoria cospirazionista, cultori della notizia farlocca attraverso titoli sensazionalisti con video, post e articoli su finte testate giornalistiche (il cosiddetto clickbaiting), generando una viralità fuori controllo e un relativo profitto grazie alle rendite pubblicitarie online . A contribuire poi alla proliferazione e al contagio delle bufale, quindi al traffico su siti e pagine social di fake news, sono principalmente i cosiddetti boomer (termine di recente conio a indicare europei e nordamericani nati tra l’immediato dopoguerra e il boom economico degli anni ‘60), quindi quelli che potrebbero essere anche i nostri nonni, zii o genitori. Ma attenzione, perché esistono anche boomer nettamente più giovani, che condividono con i primi le stesse caratteristiche di base, seppur distanziati di una manciata di decenni.

Leggasi: una legione anonima e non richiesta di giustizieri del web.
Il tipico boomer ‘untore’ è in primis un internauta non avvezzo al fact-checking (la verifica dei fatti), ha in genere una cultura medio-bassa alla quale abbina una spiccata quanto assoluta ignoranza in materia di Internet e social network, con annessi un senso di immotivata frustrazione e spesso delusione generale verso i tempi moderni e una voglia smodata di dire la sua. Un po’ come il calabrone che pare abbia una struttura alare che in relazione al suo peso non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso.
A battezzare la riproduzione meglio riuscita di questa categoria è il personaggio di Napalm 51, creato dal comico Maurizio Crozza.

Le fake news creano senza dubbio alcuno una percezione distorta e immotivata di una realtà che certo tipo di navigatori del web vedono estranea a loro, corrotta e invasa da chissà quale orda di barbari incivili nella quale stanno apparentemente stretti, o minacciati da chissà quale potere oscuro, il che spesso favorisce la scalata e le escursioni politiche di certi esponenti odierni. Quando a diffonderle sono personaggi di spicco o, peggio, addirittura gli esponenti politici stessi, le chimere di cui sopra diventano titani del ridicolo (qualcuno ricorderà di certi esponenti della politica italiana che riciclano periodicamente bufale sui migranti o noti negazionisti italici del Covid in tempi recenti).

Ed ecco che, nell’epoca della misinformazione più sfrenata, «‘dominare’ e ‘mentire’ diventano sinonimi», come sostiene il critico Alessandro Alfieri. E così assistiamo al trionfo della post-verità, una concezione secondo cui la verità viene declassata a fatto secondario e di poco conto, mentre ad avere valore autentico sono le notizie filtrate dalle sensazioni, convinzioni e percezioni dell’opinione pubblica, con un sostanziale superamento della logica razionale. La notizia diventa quindi credenza assurda e diffusa a macchia d’olio dovunque ci sia terreno per farla proliferare.

Che sia colpa dell’eccessiva ‘democratizzazione’ di Internet che cozza con l’antidemocraticità della cultura o di un analfabetismo di ritorno su scala globale, la cura in quest’era dei leoni da tastiera esiste, banale quanto necessaria: la lettura e il tempo. Sembra troppo ovvio, ma per non cadere vittima del dilagante ‘analfabetismo funzionale’ ed essere pienamente coscienti di qualsiasi cosa sia scritta adesso in rete, è sempre buona abitudine aguzzare la vista e prendersi del tempo per controllare su varie testate, accertandosi che la notizia abbia un effettivo riscontro nella realtà. Ed ecco che fare debunking – cioè essere ‘sbufalatori’ – diventa la soluzione per la sopravvivenza nella fitta selva dell’informazione e ci evita di finire nella bolgia infernale dei falsari del web – chissà quale sarebbe il contrappasso.
Il sonno della ragione genera mostri. Ma anche fake news.


Fonti:
Alessandro Alfieri, Il cinismo dei media. Desiderio, destino e religione dalla pubblicità alle serie tv. Villaggio Maori Editore, 2018
C. Seife e S. Bourlot, Le menzogne del web. Internet e il lato sbagliato dell'informazione. Bollati Borlinghieri, 2015
William Davies, Stati nervosi. Come l'emotività ha conquistato il mondo. Giulio Einaudi Editore, 2019

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