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«Caos è una parola che contiene vita». Palin parla con Saverio Tommasi, giornalista e scrittore - Palin Web Magazine

Palin parla con Saverio Tommasi, giornalista e scrittore, uno dei volti di Fanpage.it e autore di In fondo basta una parola.

«In fondo basta una parola». Quante volte ce lo siamo sentito dire?

Una frase semplice e un mantra benefico che per Saverio Tommasi, scrittore, videomaker e giornalista per Fanpage.it, è diventato il titolo del suo nuovo libro edito da Feltrinelli.

In un periodo turbolento nel quale il linguaggio viene continuamente deturpato, spogliato e sottoposto a mistificazioni, Saverio Tommasi ripesca il concetto di ‘parola’ e ne dispiega il valore e il potenziale, facendone vedere le mille sfumature e traendone storie di ordinaria umanità. Un libro che raccoglie cinquanta parole e cinquanta brevi racconti che sono ancore di speranza nella contemporaneità e scintille di una piccola rivoluzione.

Procuratevi una lampara per cercare le vostre parole preferite in mezzo alle altre. Procuratevi uno scalpello e un bedano per i tagli più profondi. Un vocabolario per calmare la vostra fame. Non siate timidi e tiratele fuori, le parole, non siate tirchi e datele come conforto, condividetele come dialogo.

 Salvatore Bruno lo ha raggiunto al telefono in treno tra una tappa e l’altra del tour di presentazione.

La parola di questo nuovo mese di Palin è ‘Caos ’. Cosa racchiude secondo te?

Io credo nelle parole che contengono vita e ‘caos’ la contiene, sottolineo con l’evidenziatore. Il caos è qualcosa di rigenerante. Se ci pensi, capita spesso di vivere più esperienze caotiche che ci ripristinano, anche piccole, quelle due o tre volte al giorno. Mi piace pensare che nel disordine ci possano essere relazioni che tendono alla felicità.
Poi secondo me ‘caos’ è una parola fertile da cui estrapolare vita. Ha valore nei contesti più vari e nelle storie se mescolata con altre parole; altrimenti, come ogni parola, da sola è un vocabolo. Credo nel caos delle parole che migliorino l’esistente, personale e collettivo, non semplici definizioni da vocabolario»


Sei scrittore ma soprattutto giornalista per Fanpage.it. Hai all’attivo inchieste e reportage video su temi di attualità come l’antifascismo, l’immigrazione, la lotta alla discriminazione e la piaga dei NoVax. Esiste un tema difficile da raccontare?

Non esistono temi difficili a prescindere, diventano difficili quando trovo difficoltà nel raccontarli. Dipende molto dalle situazioni nelle quali mi trovo, ecco.

Hai anche lavorato in teatro per quasi dieci anni come attore e sceneggiatore.
Pensi che fare teatro sia importante per immedesimarsi negli altri? O almeno, quanto può essere utile l’arte in generale oggi?

Dal punto di vista umano, interpretare personaggi credo non serva a niente di particolare ma è divertente, anche se alcune volte interpretare ruoli molto distanti da sé stessi può far scoprire e sperimentare corde inesplorate. Bisogna creare relazioni tra la gente e l’arte come mezzo di fruizione aiuta a destabilizzarci felicemente. L’arte intesa come bellezza non penso possa fare altro se non questo.

Sei molto attivo sui social e hai un seguito di quasi mezzo milione tra Facebook e Instagram, nonostante di sicuro le piattaforme siano un terreno impervio per chi fa un lavoro come il tuo. Come vivi il mondo digitale?

Per me i social sono un mezzo del mestiere e un pezzo della giornata, oltre che un mezzo con cui mi diverto anche. Chi ha rapporto con altri, che faccia il mio o altri mestieri, oggi non può e non deve fare a meno dei social. Chi ha voglia o necessità di mostrare il proprio lavoro non può abbandonare il campo dove ciò avviene.
Di sicuro mi piace chi partecipa in modo attivo e sano alle discussioni e ai dibattiti che si creano nei commenti sotto i post e ciò che pubblico. Tutto sommato ho un rapporto molto positivo, fatto anche di lacrime. Un rapporto che ha un lato collettivo di ricezione ma al tempo stesso anche di assorbimento personale di cose, storie e persone, quindi anche dolore. Tratto argomenti che entrano nella carne viva della quotidianità, non può che essere così dopotutto.

Da giornalista in questi anni hai guardato l’Italia attraverso la lente della tua videocamera. Cos’è cambiato e cos’è rimasto uguale nel nostro Stivale?

Quello che è cambiato è il fatto che ci stiamo abituando a fette di male che avanzano nella nostra bella Italia, ahimè. Non che prima non ci fossero eh, attenzione, ma ora sono più forti e dobbiamo trovare il modo di arginarle, cercare un antidoto. Quello che non è cambiato sono le braccia che le accolgono. I fulcri poco democratici si stanno ampliando e le ragioni sono molteplici.

Il 2021 è il settecentesimo anniversario della morte di Dante, fiorentino come te.
Mi piacerebbe sapere come pensi che Dante descriverebbe l’Italia attuale se fosse vivo ai giorni nostri.

Intanto, spero che voti a sinistra! Onestamente preferirei avere un intellettuale di più a sinistra, colto, elegante e gentile. Avrebbe tanto da scrivere e descrivere, visti i tempi che corrono. Ma poi, a parte questo, è un tipo intelligente e si adatterebbe a usare le app moderne. Lo vedrei lì a scrivere su qualche app di dating tipo Tinder e spammare a qualche figliola le sue tante robe amorose. Almeno sarebbero originali e scritte molto bene.

Tornando alle parole, qual è secondo te quella utile per il futuro?

Ce l’ho ed è senza dubbio ponte. È una parola che utilizzo sempre, quasi una necessità. Ponte inteso tra generazioni, ponte tra frontiere, come attraversamento nella vita, come simbolo di unione, soglia. Ma anche come luogo di incontro a metà, un posto dal quale sporgersi e avere la possibilità di vedere i fiumi quasi da vicino. Il ponte come contatto è soprattutto la risposta ai moltissimi muri abbattuti e agli altrettanti da abbattere. 

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