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«Siamo quello che usiamo». Palin parla con Massimo Temporelli, divulgatore scientifico e imprenditore - Palin Web Magazine

 Palin parla con Massimo Temporelli, fisico di formazione che si occupa di divulgazione scientifica da più di vent'anni e che dal 2013 è imprenditore con FabLab.

Massimo Temporelli è uno sperimentatore: fisico di formazione, si occupa da più di vent’anni di diffusione della cultura scientifica e dal 2013 è imprenditore con FabLab, un laboratorio di fabbricazione digitale che incarna lo spirito dell’industria 4.0.

Diversi libri, un podcast, ma anche l’insegnamento e lavori per musei, radio, televisione: un continuo avvicendarsi di linguaggi e di strumenti per raccontare gli uomini e le macchine, nel loro rapporto di simbiosi e metamorfosi reciproca.

Palin l’ha raggiunto per parlare di tecnologia, di come cambia nel tempo e di come ci cambia e ci disegna nel nostro essere umani.

Fisico, comunicatore, maker, esperto di tecnologia, insegnante: come preferisci definirti?

Qualche anno fa, ho scritto sul mio biglietto da visita homo sapiens. È quello in cui mi riconosco di più: pur avendo studiato per cinque anni fisica, lavorato dieci anni in un museo, la prima cosa che mi sento di dire è che sono un homo sapiens, ha un cervello limitato, ma che viene utilizzato e spremuto in tutte le direzioni.
Qualunque cosa incontri sulla mia strada è per me fonte di lezioni e di curiosità, dal design alla filosofia. Se proprio devo scegliere una definizione, mi definisco defibrillatore culturale: mi piace muovere la parte più calda negli umani, non tanto raccontare storie di scienza e tecnologia fredda, ma cercare di trasformare queste storie in avventure. Anche come imprenditore mi muovo in quella direzione, mi piace fare di tutto un po’, e questo a volte è uno svantaggio, a volte un grande vantaggio.

Da dove nasce il desiderio di comunicare la tecnologia?

Io sono per la cultura tangibile, per vari motivi. Sono figlio di artigiani: mio nonno era un ferracavalli, mio papà era un fabbro, i miei fratelli continuano a fare quello di lavoro. In parte, quindi, deriva dalle mie origini, in parte è legato al fatto che ho lavorato per tanti anni al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, un luogo dove gli oggetti tecnologici sono al centro della narrazione scientifica. La scienza è invisibile; certo, puoi scrivere le formule ma la teoria della gravitazione universale, la teoria della relatività sono cose intangibili.
Ecco, la tecnologia è un luogo fisico, materico della scienza: è nella tecnologia che la scienza prende forma.
A differenza di altri tech teller, che sono spesso storyteller della tecnologia, io la racconto nel senso fisico: mi piace proprio raccontare le macchine, la scienza di laboratorio, faccio impresa con le macchine, con le tecnologie. Stare in mezzo alle macchine mi piace ed è quello che mi contraddistingue.

È uscito nelle scorse settimane il tuo ultimo libro, Noi siamo tecnologia. Dieci macchine che ci hanno cambiato per sempre (Mondadori, 2021), in cui racconti come l’evoluzione della nostra cultura sia legata a doppio filo con le tecnologie che abbiamo sviluppato.

Noi siamo tecnologia deriva proprio da una riflessione che porto avanti ormai da vent’anni su come i dispositivi, più che le tecnologie, cambiano l’umanità.
Li chiamo dispositivi perché dispongono dei comportamenti: la forchetta, il freno della bicicletta, la caffettiera, sono luoghi fisici che appaiono davanti ai nostri occhi, tra le nostre mani e che cambiano il nostro modo di essere umani.
È stato un libro per me urgente: avevo bisogno di mettere su carta alcune riflessioni, di comunicare che dietro le tecnologie non c'è solo la parte strumentale, ma anche la componente umana. Siamo quello che usiamo: noi disegniamo la tecnologia e la tecnologia disegna noi.

Quasi un processo di modificazione reciproca.

È una relazione biunivoca: è un errore pensare di governare la tecnologia, la tecnologia ci governa, così come è un errore pensare che noi umani siamo schiavi della tecnologia. È veramente una a simbiosi e questa simbiosi va raccontata, perché tocca le nostre radici più profonde.

Come hai selezionato le tecnologie che hai raccontato nel tuo libro?

Alcune sono tecnologie storiche. Il telecomando, ad esempio, l’ho sempre amato perché un oggetto di potere, familiare, ma è anche un oggetto sociale insieme alla televisione, ed è qualcosa che cambia molto nel tempo: all’inizio era a filo, luminoso, poi sonoro, poi a infrarossi. Insieme alla penna biro, sono due tecnologie che probabilmente muteranno drasticamente oppure ci abbandoneranno del tutto: così come il telecomando deve cambiare per adattarsi al mondo digitale, ci chiediamo se la scrittura rimarrà uno strumento fondamentale per il trasferimento delle esperienze umane, o se tutto passerà attraverso la voce. Queste domande sono interessanti da evadere proprio adesso che diventano più urgenti, e volevo cogliere queste due tecnologie nel momento più alto che precede il mutamento.
Poi ci sono due oggetti a cui difficilmente si pensa come a delle tecnologie: la macchina per il caffè e il freno. La prima è una tecnologia tutta italiana, che ci ha caratterizzato molto permettendoci di fare del caffè qualcosa di molto legato all’Italia, pur non essendo produttori della materia prima, ma coinvolti nei processi di importazione, esportazione e trasformazione con le torrefazioni. Il freno poi mi piace tantissimo perché rappresenta un po’ un controcanto della velocità. Tutti celebrano la velocità, ma il freno è fondamentale per permetterci di mantenere la velocità, è quasi una metafora il nostro equilibrio con la natura.

Solo tecnologie ‘tradizionali’?

No, ho scelto di raccontare anche tecnologie pienamente digitali come la barra di Google e Wikipedia, perché hanno tutti e due alla base una forma di intelligenza collettiva. Non sono strumenti gerarchici, ma si basano sulla community, sui pari, e da questa fanno emergere qualità e contenuto, in un caso con il link e nell'altro attraverso la correzione reciproca. E infine c’è la stampante 3D, lo strumento tecnologico che uso più nella vita e che mi ha reso un imprenditore. Quando nel 2011 a Torino vidi per la prima volta una stampante 3D, capii che quella macchina era fatta per me e io ero fatto per quella macchina.

In un altro dei tuoi lavori, il podcast F***ing Genius, poi diventato libro per HarperCollins, tracci le biografie di grandi menti, dai coniugi Curie a Steve Jobs. Come scegli i personaggi da raccontare?

Per me è un lavoro di ricerca e di continua scoperta: faccio questo lavoro da venticinque anni, e oltre alle storie di tecnologie raccolgo storie di persone. Ho dedicato diverse puntate ai monumenti della storia della scienza, come Einstein o Galilei, ma piace ogni tanto raccontare anche personaggi inediti, considerati minori, ma con storie sorprendenti. Il caso più eclatante è quello di Cyrus West Field, un imprenditore di fine Ottocento che ha cablato l’Oceano Atlantico con un cavo telegrafico. Con le navi a vapore, addirittura con quelle a vela, ha posato un cavo telegrafico per mettere in comunicazione il Vecchio e il Nuovo Mondo. È un innovatore incredibile, davanti a storie come questa non puoi che rimanere a bocca aperta.

Che cos’è il genio per te?

Il genio è più coraggio che non talento, è più audacia che non tecnica.
Spesso si pensa che il vero genio sia il laureato interdisciplinare, ma grandi geni della storia sono quelli che hanno il coraggio di cambiare il modo, di cambiare le cose. Poi naturalmente servono le competenze, non si può farlo senza aver
studiato, senza avere dei talenti, senza lasciarsi contaminare dai vari saperi. Il primo movimento, però, è un movimento di audacia, poi segue tutto il resto.
Questa audacia, questo coraggio nella sperimentazione, è quello in cui dovremmo investire. Viviamo un’epoca bellissima, piena di opportunità, e bisogna avere il coraggio di cogliere.

 

 

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