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Scienza, ricerca e territorio: un rapporto di reazione. Intervista a Raffaele Agostino, docente di Fisica dell’Università della Calabria - Palin Web Magazine

Palin parla col professor Raffaele Giuseppe Agostino, docente di fisica presso l'Università della Calabria. 

Non mi fare domande difficili a cui non saprei rispondere.

È in questi toni informali che inizia l’intervista a Raffaele Giuseppe Agostino, docente di Fisica sperimentale della materia all’Università della Calabria, che ha da sempre visto la sua crescita formativa legata in maniera imprescindibile alla crescita del territorio.

Noi di Palin lo abbiamo intervistato per scoprire non solo il suo attento punto di vista sulla ricerca in Italia ma soprattutto ciò che c’è alla base: una forte passione per il proprio lavoro, per la Scienza e per il proprio territorio.

Partiamo dalle presentazioni: Lei è un professore conosciuto nel Dipartimento di Fisica dell’Università della Calabria. Si presenti anche ai lettori di Palin.

Allora, io sono un Professore di Fisica Sperimentale della Materia. Mi occupo da sempre di problemi legati alle superfici. All’opinione pubblica è chiaro cosa sia l’astrofisica o la fisica delle particelle, mentre la Fisica delle Superfici potrebbe essere un concetto che sfugge. In realtà tutto quello che abbiamo intorno, che vediamo e tocchiamo tipicamente lo facciamo per mezzo della sua superficie. Noi vediamo il colore della superficie di un oggetto, non del corpo. Moltissimi fenomeni che avvengono nel nostro quotidiano sono legati alle proprietà delle superfici e c’è una Scienza apposta, la Scienza delle superfici, che se ne occupa.

Cosa vuol dire essere un professore di Fisica in un’università italiana (e calabrese) in termini di mansioni, obiettivi, ricerca, ecc.?

Questa domanda è molto complessa, perché i compiti di un docente universitario ormai sono molti e diversificati. La parola ‘docente’ rimanda principalmente all’insegnamento e sicuramente io insegno (NdA come a dire ‘e sicuramente l’insegnamento è una grossa parte del mio mestiere’): fisica di base ai matematici, laboratorio di elettromagnetismo e fenomeni ondulatori ai fisici. Quello che faccio però non è semplicemente prendere i libri di testo e trasferire le nozioni agli studenti, piuttosto provo a tradurre quella che è la mia esperienza nel campo della ricerca scientifica nei concetti e nel contenuto dei corsi. Perché io sono convinto del legame intimo tra ricerca e insegnamento universitario: non dobbiamo fare l’errore di pensare all’università come alla naturale successione della scuola superiore. Il docente universitario ha come compito non semplicemente insegnare, ma tradurre la propria esperienza scientifica in insegnamento per gli studenti. Quindi gli studenti apprendono ‘a fare’ e, con questo taglio, apprendono sempre ciò che è alla ‘frontiera della conoscenza’. Per questo, non si tratta di trasferire conoscenza consolidata, ma nuova conoscenza. Questo è il grande salto che si fa dal liceo all’università ed è per questo assolutamente necessario che un docente universitario faccia ricerca.
I modelli esteri che guardano alla possibilità di avere ‘teaching university’ (cioè università in cui si fa solo insegnamento) sono modelli perdenti perché la qualità dell’insegnamento ne risente se il docente non è artefice della propria conoscenza attraverso la ricerca. Naturalmente questo si fa con un processo che va dai primi agli ultimi anni di università, in cui le conoscenze si spostano sempre più dal ‘consolidato’ alla ‘frontiera’ sfumandone sempre di più i confini. Dunque, l’impegno di un docente sulla ricerca è fondante, è una delle ragioni d’essere di un docente universitario. Questa è una principale differenza tra i modelli ‘tipo-italiano’ e alcuni modelli esteri in cui c’è una gran divisione tra l’insegnamento e la ricerca, che viene magari demandata ad enti di ricerca che non hanno l’insegnamento tra i propri mandati.

Che impatto ha la ricerca e l’università sul territorio e la società?

Io mi sono iscritto a questa università nell’83 perché ne ho letto lo Statuto. Lo Statuto di questa università fu scritto alla fine degli anni Sessanta e inviterei a rileggerlo ai molti che parlano di università e del ruolo che essa dovrebbe avere nel territorio. Quello era uno Statuto innovativo, tant’è vero che l’Unical per molti anni era totalmente dissimile per regole e comportamento interno, partecipazione democratica, per il modo in cui si gestiva rispetto alle altre università. L’Unical è nata grazie ad un’intuizione dei padri fondatori che vollero un’università dedicata al territorio. Questo è uno dei motivi che mi ha spinto a scegliere questa università, perché oltre alla mia crescita personale e culturale mi dava la possibilità di assistere alla crescita del territorio. Nacque come un’università residenziale, abbiamo infatti ancora oggi il più grande centro residenziale delle università italiane per rapporto al numero di studenti. La nostra residenzialità era voluta per poter dare (in una regione come la nostra) la possibilità di studiare ad un gran numero studenti che altrimenti non avrebbero potuto. Emigrare per studiare come avviene ancora adesso è una cosa che discrimina per reddito tra chi può e chi non può. Questa università è nata anche con l’obiettivo di dare al territorio un progresso legato alla conoscenza. Questa cosa mi convinse molto a 18 anni, idealista come tutti a quell’età, e decisi di restare qua invece di spostarmi a Padova dove avevo inizialmente puntato. Questo è l’inizio, come l’ho tradotto dopo? Quando poi attraverso un lungo percorso che mi ha fatto anche conoscere altre realtà, sono ritornato in Calabria, quello che ho fatto è stato tradurre questa spinta iniziale e ideale nella necessità ogni volta di raffrontarsi al territorio e di mettere su delle iniziative che potessero non solo far crescere i miei studenti ma anche avere una ricaduta. Anche per questo ho iniziato una serie di progetti con l’ambizione di portare innovazione basata sulla conoscenza scientifica e tecnologica sul territorio.

Parlando di territorio abbiamo chiesto al professore il perché le università italiane non riescano a trattenere i ricercatori che esse stesse faticano tanto a formare e se è solo una mancanza di fondi o c’è dell’altro. Infatti, secondo i dati del Consiglio Europeo della Ricerca (ERC) i ricercatori italiani sono i primi beneficiari di fondi per progetti finanziati nel 2020, ma le nostre università sono tra le ultime fra quelle in cui questi soldi vengono spesi. È l'ennesimo segno di una ‘fuga di cervelli’ ormai generazionale?
Ci dice che, secondo lui, la realtà di solito è molto più complessa di come ci appare.

È vero, i fondi disponibili per l’Italia e per la ricerca italiana sono tanti. È anche vero che la ricerca universitaria italiana non è ancora strutturata per ottimizzare l’utilizzo di questi fondi. All’interno delle università, le strutture che si occupano della progettualità sono carenti, non strutturali e non esistevano ad esempio quando mi sono iscritto all’università. Sono diventati una necessità quando i fondi strutturali, diciamo ‘automatici’, sono diminuiti a favore dei fondi per cui è richiesta una ‘competizione’ tra progetti. Le università si stanno lentamente attrezzando: l’UNICAL ha avuto ad esempio la fortuna, più o meno 25 anni fa, di mettere su un ‘Liaison office’, un ufficio dedicato alla progettualità. A capo di questo ufficio è stato dal principio nominato un fisico, il Prof. Barberi, che ha costruito una struttura che si occupasse della nuova progettualità a partire dal reperimento dei fondi fino alla costruzione d’impresa. L’UNICAL non solo ha il Liaison Office, ma anche un incubatore di imprese (il TechNest) cioè un luogo dove le imprese fatte da giovani ricercatori e laureati possano crescere fino a spiccare il volo. Esattamente come un nido (nest), si prova ad incubare le nuove imprese nei primi tre anni di vita per poi lasciarle camminare con le proprie gambe una volta pronte. Le imprese spin-off, le start-up dell’Unical sono numerose e hanno avuto riconoscimenti interessanti. Non tutte le università italiane fanno questo, il tentativo in una terra che non è ricca di infrastrutture industriali e tecnologiche era proprio quello di assolvere quel mandato dello Statuto di cui parlavamo all’inizio e di avere una ricaduta non solo in termini di nuove conoscenze, che è fondamentale, ma anche in termini di nuove attività produttive. Attività produttive che, in un’epoca di dematerializzazione, sono diventate forse più semplici: non abbiamo bisogno di un substrato industriale per andare a costruire nuove imprenditorialità sana e pulita ma abbiamo bisogno di conoscenza e di strutture.

Raffaele Agostino crede che questa sia una delle scommesse da raccogliere per le nostre Università. Naturalmente non nasconde che rispetto a questa traiettoria non tutta l’Università si muove concorde. Questo però è nell’ordine delle cose: ci sono diversità e ben vengano, l’importante è che ci sia una spinta verso qualcosa di innovativo che sia anche un contrasto alla fuga dei cervelli. La cosa che più ci fa star male in generale è notare che molte persone scelgono direttamente di andare all’università fuori in base alle maggiori possibilità lavorative future. Questa è un’emigrazione che va a beneficiare direttamente l’economia di altri posti: uno studente calabrese che va a studiare in un’università del Nord contribuisce all’economia del Nord ancora prima di iniziare a lavorare lì. Abbiamo un travaso di risorse mentali ed economiche dal Sud al Nord e questa è una cosa che fa molto male. Non importa quando avviene ma questo trasferimento di energie, di intelligenze e risorse materiali è qualcosa che sta continuamente impoverendo, immiserendo in tutti i sensi la nostra Regione.

Lei invece è uno di quelli che sono rimasti. Cosa l’ha spinta a fare questa scelta e cosa consiglia a chi vuole intraprendere una carriera universitaria?

Io mi sono convinto nel tempo che il principio fondante di ogni ricercatore è la passione, lo traduco dicendo che nulla è difficile quando qualcosa ti piace. Seguire le proprie passioni, seguire la propria capacità di agire e di portare qualcosa di nuovo, avere la coscienza di fare, di dire, di scrivere è l’unica base da cui partire. Ho visto colleghi che partivano da conoscenze di base limitate, cito sempre come la prima laureata del mio corso, adesso ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, proveniva da quella che era negli anni ‘80 la scuola magistrale, dove la matematica, la fisica che io avevo fatto e molte altre cose non erano state affrontate, eppure la sua volontà, la sua capacità, la sua passione ha portato lei ad essere la prima e la migliore del corso. Questo è solo un esempio ma ne potrei citare tanti per dire che le difficoltà che si hanno nello studio e nell’affrontare la ricerca che consegue lo studio, vengono superate quando si ha passione verso una cosa e quello che mi fa tristezza e vedere molti ragazzi, magari brillanti e con ottimi voti, che alla fine delle superiori non sanno cosa fare. Vedo un capitale sprecato, dei talenti inespressi. Quelli che scelgono semplicemente ingegneria o economia come grandi contenitori per dire «vabbè, poi tanto decido dopo», secondo me fanno una scelta perdente. Ho visto molte persone che hanno cambiato corso di studio al primo anno di università, che si sono resi conto che la loro passione era tutt’altra: non erano più sotto il giogo della famiglia o della società, e quindi avevano la possibilità di tirar fuori le proprie tendenze per poi riuscire. L’importante è scoprire la propria passione e cavalcarla, poi è abbastanza semplice: semplice non vuol dire facile, significa che si riescono a superare gli ostacoli, non che gli ostacoli non ci siano.

Il professore ha anche parlato dei due lavori di ricerca di cui va più fiero:

Il primo è l’aver visto che, in alcune condizioni, l’impossibile diventa possibile. Normalmente uno dei vettori di energia che costituirà il nostro futuro che è l’idrogeno, è un gas difficile, perché per raccoglierne una quantità sufficiente per riscaldare o far andare un’auto elettrica, come la Mirai della Toyota, ce n’è bisogno in quantità così grande che è difficile compattarla in un piccolo spazio. É leggero, poco denso, ma questo significa che c’è bisogno di grandi volumi da portarti dietro. È stato tentato di risolvere questo problema in vari modi. Ciò che il mio gruppo di ricerca ha fatto, riuscendoci, è stato andare a vedere cosa succede alle molecole di idrogeno, che sono di dimensione del miliardesimo di metro, quando vengono confinate in spugne, strutture che hanno pori della dimensione delle molecole stesse. Come a dire, vediamo se l’effetto sull’acqua di una spugna posso ottenerlo anche per l’idrogeno. La scelta è stata trovare, produrre e inventare spugne di dimensione nanometrica e poi andare a indagare il loro comportamento. Quello che abbiamo scoperto è che l’idrogeno condensa sulle superfici di questi pori e raggiunge densità simili a quelle dell’idrogeno liquido che si ottiene normalmente a -250° centigradi. Avere scoperto che questa cosa può essere ottenuta a temperature molto superiori, permette di avvicinare quel traguardo tecnologico di avere grandi quantità di idrogeno, quindi grandi quantità di energia, in piccoli spazi. Un bel risultato di cui vado fiero, perché il percorso ha visto anche l’ideazione e la realizzazione totale, dalla meccanica all’elettronica, al software, degli strumenti che servono a realizzare questo esperimento. Un inciso, la società spin-off DeltaE di questa università (fondata dal prof. Agostino e altri tre colleghi nel 2000) opera nel campo della produzione di prototipi ancora adesso, a distanza di ventuno anni ed è fra le più longeve d’Italia. Opera e costruisce per il Politecnico di Milano, per la KAUST in Arabia Saudita, per università belghe e via dicendo. Come ricaduta non c’è solo il risultato della ricerca ma c’è anche la capacità di sviluppare nuova metodologia e costruire nuova strumentazione: nuova conoscenza porta la capacità di costruire nuovi strumenti, nuovi strumenti portano ancora nuova conoscenza.
Secondo risultato, l’aver contribuito a far nascere nell’Università della Calabria, unica università in Italia, un’infrastruttura di ricerca che si chiama STAR. Infrastrutture di ricerca in Italia ce ne sono poche e sono a gestite dal CNR (Consiglio Nazionale di Ricerca) o dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, insomma grandi enti di ricerca. STAR è un innovativo progetto realizzato nell’Università della Calabria, un’infrastruttura di ricerca sui materiali tramite sorgente di raggi-X duri per la diagnostica per immagini ad alta risoluzione.” Il professore ci tiene a spiegare come sia un progetto che si estende al di fuori anche dell’ambito puramente fisico, si potrebbe dire che STAR è dotata di una super macchina fotografica e un super microscopio al contempo, capaci di realizzare immagini 3D ad altissima risoluzione di oggetti che spaziano da sistemi biologici o medici, a reperti di beni culturali o a materiali avanzati per le ingegnerie e le nanotecnologie e tutto questo in maniera non invasiva o distruttiva, mostrando, per esempio, risultati eccellenti e del tutto senza precedenti utilizzando la tecnica della tomografia a contrasto di fase. STAR è un’Infrastruttura di ricerca di carattere multidisciplinare. Accanto alla sorgente di raggi X sono nati 6 laboratori per l’erogazione di servizi di ricerca. I campi di interesse vanno dalle scienze (Fisica, Chimica, Biologia, …) all’Ingegneria (meccanica, telecomunicazioni, informatica, elettronica, …). Si vuole offrire agli utenti provenienti da altri enti di ricerca o dalle imprese, la possibilità di affrontare problemi complessi, quelli che tipicamente richiedono un approccio esteso a più materie o campi di studio.

Il professor Agostino si occupa anche di materiali porosi per la cattura e l’immagazzinamento di gas quali metano, carbonio e in particolare idrogeno.
Alla nostra domanda su come funzionano e su che impatto avrebbe lo sviluppo di tale tecnologia sull’ambiente ha risposto:

La conversione verde, quella che stiamo affrontando come Europa, ha bisogno di avere laboratori che conoscono gli effetti dell’idrogeno sui materiali. Questo processo di trasformazione tecnologica è ancora non concluso, ma l'obiettivo di utilizzare un combustibile che ha come risultato l’emissione di acqua è sicuramente qualcosa che potrebbe risolvere una serie di problemi di inquinamento nelle grandi città e centri industriali. Non pensiamo all’idrogeno solo sulle automobili, il grosso del consumo energetico non è quello del trasporto: il grosso delle emissioni di gas serra viene da processi industriali. Questo è qualcosa che presuppone una serie di studi sulla fisica dell’interazione delle molecole dei materiali che è la fisica di base e che è quella che lo ha sempre appassionato. Si tratta di avere capacità tecnologica e guardare come questa possa essere trasferita sul territorio che abbiamo intorno. Su questo argomento, un grande player nazionale, un’industria nazionale che si chiama RINA (Registro Italiano Navale, Centro Sviluppo Materiali), una società per azioni multinazionale con sede principale in Italia, ha realizzato insieme all’UNICAL un laboratorio per la validazione dei materiali per l’idrogeno.
Se questa cosa cresce ci saranno giovani ricercatori che potranno restare a fare il proprio mestiere in Calabria, e se ci sarà un indotto sarà naturalmente locale. Tutto questo senza però chiudersi a localismo e all’autarchia; insomma, guardare a traguardi più ampi, non fermarsi al fatto che se non c’è la siderurgia in Calabria non bisogna occuparsi della sua conversione green.

 

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