Un’aula di tribunale, un processo, un confronto fra due uomini rappresentanti di istituzioni contrapposte che ha segnato indelebilmente la storia della società e della politica italiana.

Il 17 febbraio del 1992 Mario Chiesa, presidente dell’ospizio milanese ‘Pio Albergo Trivulzio’, riceveva nel proprio ufficio l’imprenditore Luca Magni. Avrebbe potuto essere un incontro di lavoro come tanti altri, destinato a concludersi con una stretta di mano e una firma su un contratto. Inaspettatamente però, in quella stanza, il numero di persone presenti subì un balzo improvviso: i carabinieri fecero irruzione. Chiesa aveva appena ricevuto la tangente che segnerà l’inizio di un periodo frenetico per la politica e la società italiana di quegli anni. Magni, stanco dei continui pagamenti illegali, si accordò con i carabinieri e con il pubblico ministero Antonino Di Pietro che lo dotarono di telecamera e microfono nascosti, con l’obiettivo di registrare lo scambio clandestino. Pubblicata la notizia dell’arresto di Mario Chiesa, l’allora presidente del partito socialista italiano, Bettino Craxi, ebbe a definirlo come un «mariuolo isolato». Senonché, al trentacinquesimo giorno di detenzione, l’imprenditore milanese decise di svelare ai magistrati i protagonisti e i meccanismi di un sistema corruttivo, tanto radicato nel mondo affaristico italiano, quanto nel tempo. Al seguito di quelle dichiarazioni, si aprì la stagione di «Mani pulite»: l’insieme dei processi aventi a oggetto il finanziamento illecito dei partiti. Proprio nel corso di una delle inchieste principali, quella legata alla tangente Enimont, si verificò nell’aula del tribunale di Milano un confronto destinato a segnare la storia italiana: da un lato il titolare delle indagini, il pubblico ministero Antonino di Pietro, dall’altro uno degli imputati, l’ex presidente del Consiglio Bettino Craxi. In quell’aula non erano presenti solo due figure istituzionali completamente opposte, ma anche due uomini dalla differente capacità dialettica e con una visione diversa del fenomeno corruttivo.

Politica e magistratura sono, almeno formalmente, due ambienti fra loro separati: sono molteplici, in tal senso, le garanzie costituzionali volte a garantire l’indipendenza della magistratura da un’eventuale influenza esercitata dall’esterno dal potere politico. Così come sono presenti disposizioni volte a consentire ai parlamentari l’esercizio delle proprie funzioni, senza doversi preoccupare di eventuali ripercussioni o minacce giudiziarie. Eppure, non sono pochi i casi in cui questi due pianeti sono entrati in collisione. Il potere politico può esercitare liberamente le proprie funzioni entro i confini della legge, sul cui rispetto vigila il potere giudiziario. Craxi, il politico, aveva ricevuto finanziamenti illegali per il proprio partito. Di Pietro, il magistrato, era intervenuto per accertare l’eventuale illecito, o ancora, secondo uno scenario diverso, un magistrato che, dismesse le proprie funzioni giudiziarie, decida di intraprendere la carriera politica. Un nesso ancor più profondo nel caso in cui il neo-politico, terminata la nuova esperienza, faccia ritorno nel corpo della magistratura. È possibile allora continuare ad affermare la provata indipendenza del potere giudiziario rispetto al potere politico?

In quell’aula non avvenne il confronto solo fra un politico e un magistrato, ma anche quello fra due uomini dotati, ognuno, del proprio stile oratorio. Craxi rappresentante del politichese: un linguaggio ricco di espressioni formali, utilizzate per arricchire pensieri articolati che, molto spesso, hanno lo scopo di non rendere immediatamente comprensibile il messaggio che si vuole veicolare. La necessità di creare un contatto immediato con i singoli ha portato l’uomo politico contemporaneo a utilizzare espressioni semplici, dirette e farcite di slogan che, nella maggior parte dei casi, si rivelano essere solo esche gettate nel lago degli elettori. In quegli anni, la portata innovativa dello stile linguistico di Di Pietro è stata tale da determinare la creazione di un apposito termine per inquadrarlo, il «dipietrese»:registro linguistico privo di tecnicismi, colorato da espressioni popolari e proverbiali, dalla struttura poco elaborata. In relazione all’utilizzo di queste tipologie di linguaggio ci si potrebbe chiedere se la forma prenda il sopravvento sulla sostanza: il concetto che si vuole veicolare attraverso le parole, riesce a raggiungere pienamente il destinatario, o finisce per essere assorbito dalla veste formale del discorso?

Questi stili linguistici diversi hanno modo di svilupparsi lungo una diversa visione rispetto l’oggetto del processo. L’asse portante dell’inchiesta Enimont è dato dal fenomeno corruttivo, vissuto sotto una diversa prospettiva da Craxi e Di Pietro. Per il primo lo strumento della tangente costituisce ormai una consuetudine nel modo di fare affari nella politica di quegli anni: in alcuni punti dei suoi interventi egli sostiene che tutti i maggiori esponenti politici fossero a conoscenza di questo fenomeno, ma che per motivi per lo più di convenienza preferivano far finta di nulla. Per il secondo, esterno rispetto alla meccanica corruttiva, si tratta di un’anomalia del sistema che deve essere neutralizzata assicurando la corretta applicazione della legge. Posto che la corruzione è un fenomeno sociale, lo strumento più efficace per affrontarla è davvero quello della legge? E nel caso in cui lo sia, questa dovrebbe essere utilizzata in un’ottica di repressione, o cercando di anticipare i tempi attraverso un’impostazione in senso preventivo?

L’ambiente socio-politico italiano è stato segnato profondamente dal confronto fra Craxi e Di Pietro, e più in generale da tutta l’esperienza di Tangentopoli. Ne è seguita la fine della Prima Repubblica, la società ha manifestato la voglia di un cambiamento radicale nel modo di far politica, tanto nei modi quanto nei personaggi: il mondo politico è stato sottoposto a un rinnovamento forzato attraverso la scomparsa dei partiti tradizionali, l’emersione di nuove forze politiche e l’affermazione di nuovi rappresentanti.

Quell’episodio ha permesso alla società di confrontarsi con la politica e viceversa: ognuno dei soggetti coinvolti dovrebbe aver elaborato i propri errori, interrogandosi sulle cause degli stessi e sulle possibili modalità di svolta. A distanza di anni, si può ritenere che il mondo politico abbia realmente compiuto questo processo di auto-analisi? Allo stesso modo, il gruppo degli elettori ha davvero adottato una diversa prospettiva nel valutare l’abilità dell’uomo politico?


Fonti:
Paolo Biondani, 25 anni di Mani pulite, i dieci verbali che hanno cambiato l’Italia, L’Espresso, 16 febbraio 2017
Rocco Sciarrone, Politica e corruzione. Partiti e reti di affari da Tangentopoli a oggi, Donzelli Editore, 2017
https://www.treccani.it/vocabolario/dipietrese_%28Neologismi%29/
https://www.radioradicale.it/processi/572/processo-cusani-affare-enimont?page=6

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