Le città in cui viviamo ci parlano e ci raccontano di una società quanto mai divisa e polarizzata. Le fratture sociali che ne derivano si materializzano nelle staccionate, autostrade e muri che separano i quartieri benestanti da quelli popolari. Ma sarà davvero sufficiente rimuovere questi confini per risolvere il problema?

Nella caduta alla quale Mathieu Kassovitz fa riferimento nella celebre scena iniziale de La haine, si racconta di un uomo che precipitando da un palazzo si avvicina all’impatto misurando la distanza dal suolo un piano alla volta. «Fino a qui tutto bene», ripete più volte la voce fuori campo. La dirompente realtà contro cui abbiamo sbattuto nei mesi scorsi ci ha forse tolto anche questo meccanismo di sopravvivenza. Per perdita di riferimenti, ci siamo concentrati sul futuro. «Andrà tutto bene» è diventato il nuovo mantra. Ma stiamo comunque precipitando, ed è nostra responsabilità raccontare la caduta, capirne le cause. È all’interno di questa responsabilità che cerca di collocarsi questo articolo, ponendo l’attenzione sull’origine dei meccanismi che innescano le dinamiche di esclusione e segregazione che limitano e delimitano le zone delle città in cui viviamo. 

Come i piani del palazzo metaforico sopra citato, i limiti e confini che superiamo ci danno in qualche modo la misura di quanto lontano stiamo andando, di quanto siamo distanti da qualsiasi punto decidiamo di prendere come riferimento. Il limite come confine fisico e il limite come soglia ideale spesso retroagiscono l’uno sull’altro, creandosi mutualmente. Infatti, l’effetto più primitivo e territoriale che il limite fisico ha su di noi è probabilmente quello di portarci a credere che ci sia un ‘al di qua’ e un ‘al di là’, un ‘pre’ e un ‘post’, spingendoci ad interrogarci sulla nostra identità, sui nostri limiti come persone in quanto posizionati da questa o da quella parte della linea. Il rapporto tra individuo e ambiente fisico fu posto dalla scuola ecologica di Chicago al centro della propria indagine all’inizio del secolo scorso. Gli studiosi appartenenti a questa scuola osservarono come nella città americana si potessero osservare pattern geografici che evidenziassero l’intreccio tra la distribuzione della popolazione e i luoghi della città. Il lascito più memorabile di questa teoria è probabilmente il modello per zone concentriche di Burgess, che cerca di dimostrare come la città sia organizzata secondo segmenti concentrici che si differenziano in relazione alla propria composizione demografica, etnica e alla funzione alla quale rispondono. La città diventa così un habitat all’interno del quale diversi gruppi cercano di conquistare le zone più appetibili, tramite quelli che Burgess e i professori della scuola di Chicago chiamano processi di espansione e invasione, richiamando un vocabolario proprio del mondo animale e vegetale.

Modello per zone concentriche di Burgess, 1925. Fonte: Dematteis
Modello per zone concentriche di Burgess, 1925. Fonte: Dematteis

Nonostante l’applicazione limitata del modello creato da Burgess, le città di oggi sono ancora fortemente organizzate in base al reddito, alla nazionalità e all’etnia. Basta prendere una qualsiasi città, occidentale e non solo, per notare come partendo dal luogo in cui una persona vive si può purtroppo ancora facilmente ipotizzare il suo background culturale e situazione economica. Ma perché è così? Ovviamente le ragioni sono molteplici e cambiano da contesto a contesto. In alcuni casi, come negli Stati Uniti, l’estrema segregazione sociale presente nelle grandi metropoli è stata il frutto di politiche di investimento e accesso al credito impregnate di razzismo e pregiudizio. Il fenomeno del redlining ne è la manifestazione più evidente: gli istituti di credito ed enti finanziari tendevano a cerchiare in rosso su una mappa delle città i quartieri considerati più a rischio, basandosi principalmente sulla presenza di minoranze etniche e della comunità nera. Il calcolo razzista e discriminatorio di questo indice di rischio ha innescato una serie di meccanismi che hanno portato ad avere quartieri estremamente forniti dai servizi da un lato e quartieri con un’edilizia in rovina, tagliati fuori dall’accesso a servizi pubblici essenziali e a veri e propri ‘food deserts’ dall’altro. Nei paesi più proni a questo tipo di pratiche, questo fenomeno si manifesta nella sua forma più evidente nelle gated communities, quartieri privati e recintati che proliferano nei paesi profondamente polarizzati dal punto di vista economico e sociale, ma non solo. Che sia un recinto o una superstrada, spesso i quartieri più agiati sono nettamente separati dal resto della città, chiudendosi all’interno di limiti spaziali e confini che inaspriscono le differenze sociali già presenti. Ovviamente, le politiche che hanno portato a questi paesaggi interrotti non solo hanno creato contrasti evidenti nello spazio urbano, ma hanno anche avuto seri effetti sulla salute, i rendimenti scolastici e di conseguenza l’autostima e le opportunità di una sempre più vasta fascia della popolazione. Nonostante oltreoceano probabilmente gli esempi di segregazione urbana e sociale siano più facilmente individuabili, se pur con modalità e caratteristiche diverse, le stesse dinamiche caratterizzano le metropoli europee, basti pensare alle banlieue francesi o alle periferie delle grandi città italiane, escluse dai servizi e abbandonate dalle amministrazioni pubbliche negli ultimi decenni.

Tuttavia, il fatto che le divisioni e i problemi sociali di cui sopra si traducano nello spazio, non significa che cambiando le disposizioni spaziali o intervenendo a livello urbano questi problemi si possano risolvere. Infatti, sarebbe illusorio pensare che Il problema abbia origine nello spazio e nel modo in cui è organizzato. Il punto è che sono il mondo e la società in cui viviamo che sono divisi, che sono polarizzati. Dagli anni Ottanta in avanti le politiche neoliberali adottate in molti paesi hanno portato a tagli al welfare e a un ritirarsi dello stato che, unite all’inserimento di meccanismi economici che hanno creato le condizioni per la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, hanno portato alla situazione attuale. Viviamo in una realtà in cui, come ci ricorda il resoconto Oxam del 2018, «l’1% della popolazione più ricca al mondo continua a possedere più ricchezza di tutto il resto dell’umanità». Fino a quanto questi problemi non saranno affrontati alla loro origine e cambiamenti strutturali verranno implementati, vivremo in una società divisa, dove recinti, staccionate e autostrade separeranno il privilegio dalla miseria, l’accesso dall’esclusione, e dove non potremo far altro che contare i piani del palazzo che ci dividono dall’impatto.


Fonti:

Burgess, E. W., & McKenzie, R. D. (1925). The Growth of the City . Chicago and London : The University of Chicago Press .
Dematteis, G. (1993) Le città del mondo, una geografia urbana. UTET Università
https://www.oxfam.org/en/press-releases/richest-1-percent-bagged-82-percent-wealth-created-last- year-poorest-half-humanity
https://unequalscenes.com/mexico-city-df

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