Se c’è qualcosa che veramente lega le società umane, un elemento comune intrinseco nel DNA di ogni società è forse il limitare i soggetti che le vivono, nel bene e nel male.

«Ogni uomo prende i limiti del proprio campo visivo per i limiti del mondo.»
 Arthur Schopenhauer

Limite. Una semplice parola di tre sillabe.

Bisogna constatare che i significati e le sfumature di questa parola-concetto riecheggiano prepotentemente nel quotidiano sempre più spesso. Intorno all’idea di limite c’è una letteratura vastissima che parte con l’analisi pratica di concetto di limite (geografico) e delle sue funzionalità, ben presto trasposto sul piano ideologico passando poi per le scienze e la matematica, fino ad arrivare ad altissime speculazioni da saltimbanco filosofico. Il concetto di limite in una visione socio-politica, perché in una società che negli ultimi anni ha limitato non solo le più umane attitudini ma anche le più elaborate tendenze sociali, fino al restringimento delle più comuni libertà personali con l’arrivo del Covid-19 negli ultimi mesi, il limite e la concezione del perché dell’imposizione di certi limiti potrebbe esserci utile a capire e a prendere coscienza del nostro ruolo e della nostra importanza nella società. Nel bene e nel male.

Il primo passo da fare in questa analisi è trovare un punto di partenza empirico dal quale partire. Per un attimo concediamoci una visione del mondo da un punto di vista olistico, abbattiamo, come suggerisce il buon Schopenhauer, i limiti del nostro mondo, valichiamo i confini – perché alla fine un confine non è altro che un limite geografico – della nostra nazione.

Nel mondo esistono 208 stati, di cui 196 riconosciuti sovrani e 12 più o meno riconosciuti. Questo può sembrare un punto di partenza banale ma così non è. Anche l’Antartide e l’Artide – o almeno ciò che ne resta – sono soggetti al diritto internazionale, il che significa che ogni singolo centimetro, terrestre, marino o spaziale su questo pianeta è soggetto a leggi, ovvero qualcosa che interferisce e limita le inclinazioni tipiche della nostra natura umana e i nostri comportamenti.
Gli individui sacrificano parte della loro libertà, castrano i propri comportamenti venendo incontro a tutta una serie di nevrosi e patologie psicologiche o sociali e limitando se stessi per vivere in questi territori sotto l’egemonia di una classe dominante. Perché? Facciamo un passo alla volta e introduciamo il concetto di patto sociale o contratto sociale, parole altisonanti che non ci devono spaventare. La definizione dell’enciclopedia Treccani può aiutarci ad avere un’idea generale più chiara di quello di cui stiamo parlando, perché quello che si intende con questi termini è «un ipotetico patto attraverso cui individui appartenenti a una stessa società decretano le regole che sottendono al suo fondamento»[1]. Semplice, no?

Ora sappiamo di cosa stiamo parlando e conosciamo uno dei pilastri della nostra società, un accordo comune che getta le fondamenta di ogni società umana. Dobbiamo però capire il perché gli individui si autoimpongano questi limiti dettando regole, leggi o prassi che evidentemente non permettono loro di vivere con serenità la propria umanità ‘naturale’. Le spiegazioni e teorie a riguardo sono tantissime, ovviamente le due voci imprescindibili in questa analisi sono quella degli inglesi Thomas Hobbes e John Locke.

Secondo Hobbes, nello stato di natura – quindi pre-contratto sociale, senza nessuna forma di governo – l’uomo, per natura egoista, vivrebbe in una guerra perenne, quella che lo stesso Hobbes chiama «bellum omnium contra omnes», che è forse la rappresentazione più nitida ed emblematica della visione pessimista antropologica del pensatore del XVI secolo. Sarebbe quindi questo fattore di instabilità e conflitto perenne a portare gli uomini a stringere questo patto sociale.

Visione decisamente diversa è quella di Locke, il quale immagina lo stato di natura come un posto pacifico in cui l’uomo non è descritto come guerrafondaio abitante di un mondo in perenne conflitto, anche se riconosce nell’umanità una caratteristica che impedisce agli uomini di vivere in questo Eden che sarebbe lo stato di natura, la propria cupidigia. Infatti, gli uomini accumulerebbero più risorse di quanto necessitino generando un’ineguaglianza o ingiustizia che nello stato di natura non sarebbe colmabile. Sarebbe questa, per il liberalista inglese, il motivo per il quale l’uomo esce da questo stato di natura e decide di sottomettersi al giogo della legge, ovvero garantire alcuni diritti fondamentali – tra cui la proprietà, ma questa è un’altra storia.

Abbiamo cercato di dare voce al perché gli uomini decidano di limitarsi, ma quali limita comporta il vivere in società? Per rispondere a questa domanda non basterebbe un trattato sociale. Inoltre, a seconda dei territori nei quali si vive, troviamo forme più o meno diverse di limitazione sotto diversi punti di vista. Possiamo trovare semplici limitazioni nei comportamenti o banali restrizioni legali, ma scavando un po’ ci accorgiamo che ogni società umana tende a limitazioni di genere, razziali, religiose, dell’orientamento sessuale, morale e così via. Insomma, paese che vai usanze che trovi, eccetto per il limite.

Tutte le società da ponente a levante, dal tropico del capricorno a quello del cancro, condividono la naturale propensione alla limitazione. Anche le comunità più anarchiche o arcaiche che si basano su una serie di regolamenti non scritti limitano in qualche modo il comportamento umano. Si azzarderebbe quasi a dire che se c’è qualcosa che veramente lega le società umane, un elemento comune intrinseco nel DNA di ogni società è forse questo: limitare i soggetti che le vivono, nel bene e nel male.
È ironico e paradossale allo stesso tempo che la società civile per come la intendiamo, nata con l’intento di tutelare e liberare l’uomo principalmente da se stesso, sia finita ad elaborare modelli comportamentali e legislativi che ci fanno percepire di essere intrappolati in una matassa inestricabile di leggi e regole.

Quante limitazioni siamo disposti ad accettare in nome di un vivere comune pacifico?

È ovvio che società più grandi, più complesse chiedano tributi più alti sull’altare sociale, offrendoci in cambio sicurezza alimentare, diritti, sistemi di welfare e sempre più alternative ed elaborate soluzioni per cercare di compensare le nostre inclinazioni personali. Tutte cose che per moltissimi possono risultare scontate, ma che nella realtà non lo sono affatto.
Lungi dal voler giustificare dispotiche visioni orwelliane della società, facendo forse un passo indietro ci si può accorgere facilmente che il concetto di libertà senza limiti è sopravvalutato e addirittura deleterio, tanto per il progredire della razza umana che per il singolo. Le società come le intendiamo oggi ci concedono il dono del lungo termine, e quello che dovremmo fare come membri di queste società è innanzitutto capire che tutti apparteniamo, volenti o nolenti, a un mondo che non può accettare le naturali inclinazioni umane perché, come i due pensatori provano a spiegare, l’uomo per natura tende all’autodanneggiamento.

Accettare questa condizione ci porterebbe autenticamente a cercare di smussare quegli angoli che sempre più non ci permettono di vivere serenamente, capiremmo quanto siamo di fatto limitati e quanto tutti gli attori della nostra società lo siano, il che ci porterebbe a sviluppare un moderno senso di empatia, incline ad un atteggiamento filosofico dialettico e non a una dogmatica imposizione.

In sostanza, capire i limiti significa capire le società, quindi gli uomini e infine capire noi stessi e il nostro ruolo, mettendoli e mettendoci in discussione per trovare il nostro posto nel mondo.


Fonti:

1  Enciclopedia Treccani: https://www.treccani.it/
John Rawls, Il diritto dei popoli, Einaudi, 2001
Norberto Bobbio, Thomas Hobbes, Einaudi, 2004
Thomas Hobbes, Leviatano o la materia, la forma e il potere di uno Stato ecclesiastico e civile, Laterza, 2008
John Locke, Saggi sulla legge naturale, Laterza, 2019
Jean-Jacques Rousseau, Il contratto sociale, BUR Biblioteca Universale Rizzoli, 2005

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