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Moda, identità e politica: Palin parla con Nicola Brajato, ricercatore e podcaster - Palin Web Magazine

Palin parla con Nicola Brajato, ricercatore e podcaster che ci ricorda come l’estetica e la moda tanto ci dicono rispetto alle società in cui viviamo.


Nicola Brajato, dottorando in Fashion and Gender Studies all’Università di Anversa e podcaster, parla di moda formulando un’analisi critica e una lettura originale della società in cui viviamo. Nel suo podcast We should all think about fashion racconta come la moda, se analizzata con i giusti strumenti, può rivelarsi un universo complesso di simboli e significati che molto dicono della nostra storia, della nostra contemporaneità e dei rapporti di potere che dominano i nostri tempi e i nostri corpi.

Tommaso Bassi lo ha raggiunto per una chiacchierata.

Nicola, spiegaci, why should we all think about fashion?

Il titolo del podcast nasce dall’idea di sottolineare il lato pensiero della moda, che non è solo superficie, ma anche un settore all’interno del quale c’è molto da pensare e da confrontarsi. Secondo me dovremmo tutti pensare alla moda perché è una dimensione che fa parte della vita di tutti. Nel momento in cui abbiamo un corpo rivestito, un corpo decorato, ci mettiamo in relazione con gli altri e con il contesto in cui siamo da un punto di vista simbolico. Ogni mattina, quando ci alziamo, pensiamo a cosa indossare, un’operazione che può sembrare automatica ma, consciamente o inconsciamente, dietro alle nostre scelte di vestiario c’è sempre un’idea rispetto all’immagine che vogliamo dare di noi nello spazio sociale in cui ci inseriamo. Pensare che la moda sia qualcosa di altro, che non ci tocca, è quindi un errore. Al contrario, è una dimensione che riguarda tutti, anche se pensiamo di non seguirla. Dovremmo tutti pensare alla moda perché attraverso essa è possibile capire tante cose della cultura all’interno della quale viviamo.

Nei tuoi studi e nel tuo podcast ti occupi del rapporto tra moda e genere. La mia impressione è che a livello teorico si siano fatti molti passi in avanti rispetto alla propria espressione personale quando si tratta di scegliere il modo in cui ci si veste, a prescindere dal genere con cui ci si identifica. Nella realtà però la distinzione tra uomo e donna nell’abbigliamento è ancora marcata.
Come possiamo secondo te svincolarci dalle categorie ‘abbigliamento maschile-abbigliamento femminile’ nella pratica quotidiana?

Sono d’accordo con te. Nel piano ideale è molto più semplice allinearsi con questo pensiero, ma sappiamo quanto coraggio richieda la messa in pratica di queste posizioni e quanto si possa rischiare nel sovvertire la dicotomia uomo-donna per quanto riguarda l’abbigliamento. Ricordiamoci sempre che sovvertire la concezione egemonica e normativa dell’estetica tramite i corpi può portare all’esclusione sociale, quindi sappiamo cosa rischiamo nell’ oltrepassare quelli che sono i confini accettati dell’estetica maschile e femminile. Secondo me bisogna prima di tutto partire da quella che è l’idea di genere, da quella che è la concezione di come performiamo il maschile e il femminile. L’abito è ciò che rende visibile la costruzione culturale del genere, quindi noi mettiamo in atto l’idea egemonica di genere tramite la moda e tramite le varie performance corporee, ovvero come parliamo, come ci muoviamo e come interagiamo a livello sociale. Per rispondere alla tua domanda, il primo passo da fare è agire dal punto di vista di un’educazione di genere che porti a pensare a queste performance corporee in senso plurale e inclusivo. Un altro modo di ampliare il ventaglio di possibilità di espressione è sicuramente la rappresentazione. Io sono cresciuto negli anni Novanta, quando la televisione italiana era principalmente dominata da rapporti di genere completamente gerarchici e sbilanciati. Negli ultimi anni, invece, noto che la diversità nelle identità sta diventando molto più variegata nei diversi prodotti mediatici, e la rappresentazione uno dei modi più immediati per rendere questa diversità tangibile e per dare la possibilità a chi si sente diverso di riconoscersi e sentirsi legittimato.

Proprio rispetto a questo, recentemente mi sono trovato a stretto contatto con il mondo della scuola e ho avuto modo di constatare quanto la distinzione netta tra i generi sia ancora fortemente incentivata tramite pratiche educative ormai acquisite e radicate che non vengono messe in discussione. Le questioni di genere non vengono per niente contemplate, e il fatto che il bambino si debba vestire o comportare in un certo modo e la bambina in un altro è visto come qualcosa di dato, di naturale.

Il problema principale, hai usato proprio il termine giusto, è che c’è un processo di naturalizzazione dietro a questi discorsi. Questo è un grosso problema perché quando usiamo l’aggettivo naturale automaticamente stiamo attivando un processo di giustificazione talmente forte che risulta difficile da mettere in discussione. Nell’opinione comune, non si può andare contro la natura, e non ci sono argomentazioni solide che possano decostruire questa tesi. È proprio questo il problema, cioè che questa naturalizzazione di ciò che è maschile e femminile è stata protratta per troppo tempo. In più, in un contesto come quello italiano, dove l’ingerenza della Chiesa è ancora un tema attuale, come abbiamo visto con la recente vicenda del DDL Zan, a questa argomentazione se ne aggiunge anche un’altra di matrice religiosa. È da lì che tutta la visione binaria dei generi si va a fondare. C’è un lavoro che per me è stato visionario, che è stato anche il primo che mi ha introdotto al tema del maschile e della costruzione culturale del genere: Il Dominio Maschile di Pierre Bourdieu. In questo lavoro Bourdieu elabora, in un capitolo bellissimo, un discorso che riconduce il processo di costruzione sociale dei sessi alla biologia dei corpi e alle caratteristiche fisiche del corpo maschile e femminile. Quindi la biologia dei corpi è stata il territorio prediletto per costruire socialmente e culturalmente l’idea di maschile e femminile, ed è molto difficile andare a scardinare un credo che è diventato naturalizzato.

Sempre rispetto al rapporto tra genere e moda, identifichi un momento storico in particolare che ha segnato la separazione nel modo di abbigliarsi di uomini e donne?

Di solito, quando parlo di moda e genere, parto dal basso medioevo, perché in quel periodo storico troviamo una grande ondata di innovazione che, da un lato, va ad intaccare il modo in cui si vestivano i giovani differenziandosi dagli adulti e, dall’altro, va a distinguere il modo di abbigliarsi del maschile e del femminile. Il tutto si traduceva nell’esposizione o non esposizione delle gambe. Quindi, dal basso medioevo in poi, le donne continueranno a coprire le gambe con abiti lunghi (fino all’inizio del XX secolo) mentre gli uomini iniziano a mostrarle. Questo rimanda anche all’idea simbolica di mobilità sociale: l’idea di mostrare le gambe portava all’idea di padroneggiare lo spazio pubblico, mentre coprirle dava un’idea di immobilità sociale.
Da questo periodo, fino al diciottesimo secolo circa, troviamo però un interessante scambio tra l’estetica dei due generi, quella che io chiamo fertilizzazione incrociata del guardaroba maschile e femminile. A partire dall’Ottocento, questo scambio inizia a diventare sempre meno frequente arrivando poi a quella che viene definita come ‘la grande rinuncia maschile’, ovvero la traduzione estetica di una nuova forma di mascolinità influenzata dall’emergente cultura borghese. Questa era una mascolinità sobria, democratica e capitalista che dedicava forza ed energia al lavoro e al profitto. Dal lato femminile invece troviamo la rappresentazione della donna come ‘angelo del focolare’. Quindi la forte distinzione dei generi che avviene nell’epoca vittoriana si va a tradurre in una netta separazione delle estetiche, contrariamente al periodo precedente. Questo è un po’ l’inizio di quella che è la concezione contemporanea di maschile e femminile in moda. Dall’ottocento in avanti il maschile è stato associato a termini come funzionalità, monocromatico e anche ‘anti-moda’, se vogliamo. L’idea era che l’uomo dovesse rinunciare alla moda e alle frivolezze. Al contrario, la donna era diventata invece il punto di riferimento principale della moda, mentalità che sopravvive fino ad oggi.

Ora volevo parlare del ruolo politico della moda. Secondo te qual è il ruolo che la moda ha, o che dovrebbe avere, nel trattare questioni politiche e sociali?

Partiamo dalla premessa che la moda è una delle figlie predilette del sistema capitalistico. Per questo la moda è un settore problematico, e se iniziamo ad aprirlo i contenuti di stampo sociale e politico sono molti. Dobbiamo ricordarci che la moda è un’industria culturale che è strettamente connessa al lato sociale dal punto di vista del consumo e della rappresentazione che, come dicevo prima, tocca i nostri corpi e condiziona le nostre scelte. In questo senso, la moda è politica. Se però ci aspettiamo che la moda si metta a fare politica in senso tradizionale, allora siamo fuoristrada. È un settore che si basa sulla creatività, e la creatività ha bisogno di confini fluidi. Quando parlo di politica della moda penso a come la moda rappresenta la società. Penso che la moda rientri nell’insieme della politica dal momento che si manifesta attraverso i corpi, dal momento che può utilizzare la sua piattaforma in senso critico per contestare l’idea classista, razzista, grassofobica di corpo e di identità che ha per molto tempo definito il sistema moda stesso. La moda può essere una piattaforma molto forte perché si basa sul linguaggio visivo, un tipo di comunicazione molto efficace per la capacità di parlare a molti. C’è ancora tanto da fare, però se guardiamo agli scorsi dieci anni, il mondo della moda è mutato in maniera impressionante. Questo perché la moda dialoga costantemente con la società, non può isolarsi da quelli che sono i cambiamenti sociali che la attraversano.

Secondo te qual è il valore simbolico dell’abito all’interno della protesta e dei movimenti sociali?

Che ci sia un’estetica condivisa all’interno dei movimenti è certo. Si parla sempre però di elementi, non si parla di stili o outfit definiti, altrimenti rischiamo di cadere nell’idea di uniforme standardizzante, cosa che tra l’altro spesso i movimenti sociali vogliono abolire o contestare. Però come dici tu, l’elemento estetico all’interno della protesta ha un ruolo molto forte, e qui torniamo al discorso di prima, ovvero al potere del linguaggio visivo. Il fatto che il movimento Non una di meno abbia scelto il colore viola, o ancora l’uso dei famosi ‘Pussyhats’ per la Women’s March del 2017 negli Stati Uniti, dimostrano come l’elemento estetico sia utilizzato e diffuso all’interno di movimenti sociali e di protesta. La stessa cosa vale per il movimento delle suffragette, che ha adottato il bianco, non solo come simbolo di purezza e perché facilmente accessibile, ma anche perché risaltava nelle foto in bianco e nero. Dunque, un’interessante scelta strategica volta alla visibilità del movimento. Il fatto di usare il proprio corpo e che ci sia un approccio strategico a come si decorino i corpi penso sia fondamentale per la protesta. Può accadere in vari modi, ma l’elemento estetico rimane comunque molto forte. Lo stesso Pride, di cui parlo nell’ultima puntata del podcast dove ripercorro il rapporto tra moda, cultura e storia lgbtq+, viene talvolta criticato dalle frange politiche più conservatrici, o anche da attivisti stessi che adottano un approccio più sobrio, per quelle oltraggiose estetiche dirompenti e per l’uso del corpo come mezzo di sovversione politica nei confronti di quell’identità che la cultura dominante vuole imporre.

Con l’avvento del fast-fashion, e di un tipo di moda che tende all’omologazione e allo svuotamento dei significati attribuiti al capo che si indossa, ritieni che il rapporto simbolico e politico con l’abito sopravviva?

Sicuramente in altri periodi storici, come gli anni Sessanta o Settanta, quando le subculture si identificavano con estetiche ben precise, il valore simbolico dei vestiti era profondo e più radicato di quanto lo sia oggi. Interessante in questo senso è il contributo dell’antropologo della moda Ted Polhemus, che ha teorizzato la fine delle subculture e l’inizio dell’era che lui definisce ‘supermarket of style’, caratterizzata da un approccio allo stile basato su un mix di elementi diversi, spesso contraddittori, e che celebra dunque la diversità e la frammentazione dell’epoca postmoderna. L’evoluzione che la moda ha preso, sia per quanto riguarda l’industria e sia per quanto riguarda i suoi linguaggi visivi, ha sicuramente cambiato l’approccio simbolico che si ha verso l’abito. Il fatto di aver perso quel contrasto netto tra cultura egemonica e subculture, che poi si rifletteva nell’abito, ha reso poi anche più fluidi i confini simbolici e affettivi dell’abito. In questo senso un ruolo determinante lo ha giocato il fast-fashion e il conseguente rapido circolo di trend, che ha profondamente modificato il consumo non lasciandoci nemmeno il tempo di affezionarci ad uno stile o ad un capo.

Oltre alle importanti riflessioni venute fuori dalla nostra chiacchierata, c’è qualcosa che ti sta a cuore aggiungere?

Sì, forse una cosa sì. Ci tengo a ribadire che fermarsi al pregiudizio che la moda sia un qualcosa di superficiale e stupido è anch’essa una posizione figlia del pensiero patriarcale. Quindi uno dei modi per uscire dalla gabbia claustrofobica del patriarcato, soprattutto in quanto uomini, è riappropriarci dei nostri corpi, della moda come autodeterminazione corporea e identitaria, e proporre un rinnovato dialogo sulla moda che insista sul suo valore sociale, storico, culturale e simbolico.

 

 

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