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DDL Zan e natura, una questione di cultura - Palin Web Magazine

L’obiettivo del DDL Zan è prevenire le discriminazioni fondate su sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità. Dal piano legislativo a quello sociale: la natura umana è un prodotto culturale.

Il DDL Zan è sotto i riflettori da mesi, ma come spesso accade, il controverso e costruito dibattito di contorno ha oscurato i suoi (reali) contenuti. Eroi e cattivi, alleati e antagonisti: più che un disegno di legge, abbiamo di fronte una pièce teatrale.

Tra il pubblico del nostro Parlamento siedono alcuni oppositori che non ritengono necessarie le modifiche proposte alla Legge Mancino, in vigore dal ’93. L’atto legislativo in questione fu emanato per reprimere condotte legate al nazifascismo dall’omonimo ex Ministro dell’Interno. Alessandro Zan, politico e attivista LGBT, ritiene sia necessario modificare la legge in questo preciso momento storico e culturale. 

Torniamo alla pièce e al suo canovaccio, soffermandoci sulle prime annotazioni: sesso, genere, orientamento sessuale e identità di genere. Siamo ancora al prologo. Il sipario è chiuso, nasconde gli attori sul palcoscenico e il pubblico in sala si accontenta, per il momento, di una trama. Qualcuno è in trepidante attesa che il sipario si apra, qualcun altro protesta perché rimanga chiuso, addirittura alcuni vanno via. 

Il primo articolo del disegno di legge, a pagina 3, dà una definizione esaustiva delle parole tanto incriminate, quanto (spesso) incomprese.

Art.1 DDL Zan

La nostra cultura, in modo (fortunatamente) vario per ragioni sicuramente storiche, ha dato luce a diverse categorie di pensiero a partire dal DDL Zan. Quelle più interessanti sono sempre due, agli antipodi. Entrambe parlano di natura dell’uomo, della libertà di esprimere la propria natura, qualsiasi cosa natura umana significhi nella nostra cultura, non scientificamente parlando. Ma se la cultura non fosse la nostra

Lo psicologo americano Jerome Bruner, noto nel campo della psicologia dell’educazione, definì l’uomo un prodotto culturale. La cultura che lo attraversa e forma ogni giorno è un insieme di segni, significati e simboli condivisi in una società in un determinato periodo storico. Se è vero che il sesso è un dato biologico, è tanto necessario quanto non sufficiente per determinare il genere di un individuo: quest’ultimo è il prodotto di una costruzione culturale pregna di compromissioni morali. In poche parole, ogni cultura associa all’essere maschio o all’essere femmina rispettivamente compiti specifici, che hanno un effimero margine di fantasia.

Nel Benin, stato dell’Africa occidentale, vive la popolazione dei tangba, il popolo magico delle montagne: nel loro linguaggio per ‘definire’ i bambini, fino alla prima infanzia, si utilizza un termine neutro, bihà (utilizzato in riferimento ad animaletti di boscaglia), senza caratterizzazioni di sesso femminili o maschili. Non avendo appreso le regole per vivere in società, non è necessario fare distinzioni né di sesso né di genere. È il lavoro a determinare la successiva costruzione dei generi: i maschi manovreranno la zappa e le donne porteranno pesi sul capo. Il concetto alla base, la maggior forza fisica maschile, non è un dato naturale, ma culturale. 

Nel XVI secolo un esploratore spagnolo sbarcò in Florida e tra gli indigeni di sesso maschile notò che ce n’erano alcuni che, a suo dire, avevano un ‘comportamento effemminato’, perchè dall’atteggiamento e abbigliamento femminili. In realtà, i berdaches (in letteratura antropologica) erano individui di sesso maschile la cui identità di genere era femminile (non corrispondente, appunto, al sesso biologico). Erano considerati esseri sacri poiché la credenza popolare riteneva che comunicassero con gli dei. Costituivano un terzo genere socialmente riconosciuto, tanto da poter sposare persone del loro stesso sesso. 

Genere di mezzo (o terzo genere), nella nostra cultura ha spesso un altro significato: omosessuale (o transessuale). Continueremo a inciampare rovinosamente sugli stessi errori fin quando non de-costruiremo il nostro sapere tradizionale, che ritiene sesso e genere (e le rispettive ‘declinazioni’: orientamento sessuale e identità di genere) sinonimi. Declinare la natura umana in soli due generi, socialmente predisposti ad una serie di precisi disegni morali, porta a sovrapporre la condizione biologica di un individuo con la percezione sociale. Ma esiste, in prima istanza, la percezione soggettiva di Sè, che spesso non segue l’equazione precedente.

Ridurre il dibattito su cosa sia naturale o innaturale a un insieme di segni e significati corretti è lo spettro di una società che non vuole raschiare la ruggine dalla sua struttura. Per superare stereotipi e pregiudizi che legittimano le discriminazioni che il DDL Zan intende contrastare, occorre una vera e propria rivoluzione culturale. Non a caso J. Bruner sosteneva che il sapere può (e deve) essere co-costruito, cioè costruito insieme ad altri per tentare di cambiare la mentalità tradizionale.

Non è da sottovalutare la biografia di chi ricopre un ruolo eminente nella comunità, ma il primo a doverne tener conto è colui che sentenzia cosa sia giusto o sbagliato. Gli studi di genere (l’educazione ai generi) sono una possibilità di valorizzazione delle differenze e disuguaglianze, non soltanto di spiegazioni scientifiche e definizioni. La natura dell’uomo, oggi, è il risultato di una cultura che può cambiare, domani. 


Fonti:

Marco Aime, Il primo libro di antropologia, Torino, G. Einaudi Editore, 2008
Manuela Gallerani, Prossimità inattuale. Un contributo alla filosofia dell’educazione problematicista, Milano, FrancoAngeli, 2012
Rossella Ghigi, Fare la differenza. Educazione di genere dalla prima infanzia all’età adulta, Bologna, il Mulino, 2019

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