#Bootleg è l’angolo di Palin Magazine dedicato alla musica. Arricchito di mese in mese da tematiche, artisti e storie e collegato a una playlist, è lo specchio musicale del magazine. Perché sì, anche la musica è cultura e possiede un linguaggio universale, di cui Palin non ha potuto fare a meno.

 

[Di Alessandro Gambato]

Nel libro Stand 4 What, pubblicato in Italia nel 2018, è riportato il commento di un rapper di nome Jasiri X sul caso dell’omicidio di Michael Brown avvenuto nell’agosto 2014 a Ferguson, nel Missouri. Si prenda questo evento su tutti non per una qualche specificità intrinseca a esso, al contrario, per mostrare come si manifesta la reazione di una comunità oppressa di fronte alla dilagante repressione razziale che da secoli coinvolge gli Stati Uniti. Il tema del confronto tra l’etnocentrismo della white supremacy e il rifiuto e la discriminazione della black culture americana ritorna ciclicamente: dai vari tentativi di dialogo politico – silenziati o incitati – tra manifestanti, forze dell’ordine locali e organi di giustizia statali, fino alla mancanza di un confronto diretto sulla questione del razzismo in certi ambienti e istituzioni politiche decisionali.

Il rapper Jasiri X vive a Pittsburgh ma nasce a Chicago, nell’Illinois, con il nome completo di Jasiri Oronde Smith, membro e attivista della Nation of Islam. Per la sua attività di combinazione di arte musicale e attivismo politico, nel 2015 riceve il premio Rauschenberg. È inoltre co-fondatore nel 2006 del gruppo anti-violenza razziale 1Hood, che comprende un’accademia di educazione sul mondo mediatico nella quale si insegna ai giovani sia ad analizzare il sistema mediatico statunitense attuale, sia a crearne uno ex novo. Oltre a queste attività pedagogiche, Jasiri X si è ritagliato una posizione importante nell’attivismo politico in difesa dei diritti delle minoranze: ha infatti preso parte a numerosi dibattiti, rilasciato interviste e pubblicato articoli sul tema del razzismo e dell’oppressione della comunità nera negli Stati Uniti d’America, affiancati da costanti riferimenti alla cultura e alla scena hip-hop.

«Finchè l’America continuerà a preoccuparsi della gestione dell’ordine pubblico più che della vita dei giovani neri, i disordini non cesseranno di alimentarsi»

Questo sostiene Jasiri X. Ma qual è il senso autentico di questa affermazione? Perché l’artista fa questo tipo di discorso? Qual è il ruolo svolto dal rapper – e più in generale dall’artista – rispetto a questioni politiche e sociali?

Torniamo all’omicidio di Michael Brown a Ferguson. Lui, diciottenne, ucciso a sangue freddo da un poliziotto con undici colpi, mentre era chino con le mani alzate in segno di resa. Si tratta di uno degli innumerevoli e non sempre documentati casi di omicidio di un giovane nero disarmato da parte delle forze dell’ordine. Andando al di là delle motivazioni del fermo del giovane nero, oltre a quelle che hanno spinto i poliziotti ad abusare del loro potere, l’evento che si è generato di riflesso è stata la reazione della comunità nera e lo scoppio dei disordini. La rivolta razziale, in questo come in altri svariati casi, mostra palesemente i gravi problemi sociali che pesano sulle relazioni individuali, familiari e comunitarie negli USA, le quali provocano una crescente marginalizzazione economica e sociopolitica, oltre alla sistematica criminalizzazione dei giovani neri e la mancanza di una reale rappresentanza politica.

«Do we need to start a riot?» (C’è bisogno di iniziare una rivolta?) di Jasiri X è il pezzo di rappresentanza di queste proteste. In esso, le politiche repressive e le strategie di contenimento giovanile adottate dall’amministrazione americana vengono fortemente criticate: il rapper svolge così, in questo contesto, un ruolo critico e progressista verso le dinamiche del potere, e al contempo un ruolo conservatore e di difesa verso i diritti della propria etnia, delle proprie radici culturali e di quelle di tutte le classi oppresse.

Questo tipo di azione politica attuata dall’artista non è nuova. Le lotte politico-sociali che le minoranze combattono negli Stati Uniti risalgono già agli anni ’60, periodo in cui il movimento per i diritti civili aveva ottenuto importanti vittorie; si pensi alle riforme del Civil Rights Act (1964) e il Voting Rights Act (1965). Senza dubbio la popolazione afroamericana e latinoamericana nata dopo quegli anni ha potuto fruire di diritti che, senza la grande opposizione al razzismo e alla sua violenza dei vari Malcolm X e Martin Luther King, sarebbero ancora negati. Ma nonostante queste importanti vittorie, il problema dell’ingiustizia sociale è ancora vivo e infiamma le strade americane.
Per capire il mondo ereditato dai giovani neri, basta leggere alcune statistiche e pensare alle forti disparità razziali sui quali si basa:

  • entro i 23 anni il 50% dei giovani neri ha subito almeno un arresto, di cui il 30% prima dei 18 anni;
  • la disoccupazione per i giovani neri tra i 16 e i 24 anni è del 25%;
  • le ragazze nere hanno un’incidenza di abbandono scolastico del 12%, la più alta di tutte le altre etnie;
  • il rapporto donne bianche/donne nere sulla carcerazione è di 1/3;
  • i neri sono il 14,6% dei consumatori di droga e il 31% degli arrestati.

Rispetto alle proteste che ormai si trascinano da decenni, i media non hanno quasi mai mostrato grosso interesse politico, preferendo puntare il focus sull’aspetto scandalistico degli scontri tra forze armate e manifestanti più che sulle ragioni che hanno portato così tanta violenza per le strade. L’atteggiamento di insabbiamento e di repressione mediatica e poliziesca rispetto a queste problematiche è stato concepito dall’opinione pubblica come una sorta di reazione legale, un dispiegamento legittimo di un esercito pronto a reprimere ogni disordine. Questo è evidente nel momento in cui i media, rispetto a una protesta massiccia, si chiedano il perché l’individuo X ha distrutto e vandalizzato città e negozi, piuttosto che chiedersi perché individuo Y è stato ucciso dagli agenti in divisa. Ciò ha di fatto veicolato un’immagine di comodo per le istituzioni tradizionali: un’immagine nella quale erano i giovani ad essere i violenti che mettevano a ferro e fuoco la città in preda a una furia immotivata, senza mai indagare le ragioni ‘sovrastrutturali’ della protesta.

Casi come quello di Ferguson non sono isolati né saltuari, ma fanno parte di un disegno repressivo e suprematista che caratterizza il sistema giuridico-poliziesco statunitense. Fra le varie vittime della violenza da parte della polizia troviamo Eric Garner, Trayvon Martin, James Boyd, Nicholas Davis e centinaia di altri nomi. Fino agli eventi più recenti legati alla persona di George Floyd e alla nascita del movimento globale di protesta antirazzista Black Lives Matter.

Il significato di eventi come quello di Ferguson va oltre il semplice caso personale, poiché evidenzia un modus operandi delle forze dell’ordine che è esplicitamente razzista, e non solo negli Stati Uniti d’America. Negli ultimi anni si è assistito a un’intensificazione della repressione armata che ha trovato giustificazione nelle pratiche del racial profiling, il redigere schedari di sospettati su base razziale, e della No compliance, ossia punire per rifiuto di immediata sottomissione alle richieste degli agenti. È in queste e altre pratiche, attuate per giustificare la propria posizione di potere, che si è diffusa la crescente criminalizzazione degli afroamericani, la quale ha come effetto il razzismo e la militarizzazione crescente delle forze di polizia locali.

La scena hip-hop, prezioso strumento politico per le culture minoritarie afroamericane e latine di cui Jasiri X è esponente, ha dimostrato una certa maturità rispetto a questi eventi e alla politica stessa: diversi mc e artisti underground e mainstream, come Talib Kweli e David Banner, sono andati a Ferguson per sostenere la comunità e fornire narrazioni alternative a quelle dei media ufficiali, tentando di sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema endemico del razzismo negli Stati Uniti.

A distanza di cinquant’anni dalle grandi vittorie del movimento per i diritti civili, migliaia di neri in tutta l’America e in altre parti del mondo scendono per le strade a manifestare per la parità di diritti ed esercitare una forma di potere che resista a quella suprematista che innerva la loro società. Anche attraverso la musica.

Può la musica sostituire la politica e farsi specchio e voce delle problematiche dei cittadini? L’hip-hop, ad oggi, ci ha insegnato esattamente questo.

 

Link playlist su Spotify: 

https://open.spotify.com/playlist/5Hs6xHn6WcQSAq0MsyYI9V?si=pOvIb07KQl6XIs5yLfjXZA

Ascolti consigliati:

JASIRI X – DO WE NEED TO START A RIOT?
https://www.youtube.com/watch?v=VcSm6EX1coo 
J COLE – BE FREE
https://www.youtube.com/watch?v=T9IsM0RX7cc 
THE GAME – DON’T SHOOT
https://www.youtube.com/watch?v=N-QWI-Iy1ns 
LAURYN HILL – BLACK RAGE
https://www.youtube.com/watch?v=xAhFAgQGf88 
T.I. – NEW NATIONAL ANTHEM
https://www.youtube.com/watch?v=vLGHvC-vrnE 
G UNIT – AHHH SHIT
https://www.youtube.com/watch?v=UvUeySfWPd8 
DE LA SOUL – REMOVE 45
https://www.youtube.com/watch?v=yzxKomdvs_8 


Fonti:
STAND FOR WHAT. Razza, rap e attivismi nell’America di Trump, Agenzia X, 2018
Cesare Alemanni, RAP. Una storia, due Americhe, Minimum Fax, 2019

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