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Lorenzo Kruger: sopra e sotto il palco - Palin Web Magazine

#Bootleg è l’angolo di Palin Magazine dedicato alla musica. Arricchito di mese in mese da tematiche, artisti e storie e collegato a una playlist, è lo specchio musicale del magazine. Perché sì, anche la musica è cultura e possiede un linguaggio universale, di cui Palin non ha potuto fare a meno.

Per me la canzone dev’essere bella da nuda, come un corpo. Perché se una canzone è bella nuda, puoi metterle addosso qualunque abito.

Raggiungo Lorenzo Kruger in videochiamata in un caldo pomeriggio di fine giugno, e devo subito scusarmi con lui per non avergli risposto poco prima: ero al telefono con mia mamma, che telefona sempre nei momenti meno opportuni. «È tipico delle mamme», mi dice Lorenzo, «se sono su una scala a fare un lavoro delicatissimo in equilibrio precario e squilla il telefono, sono sicuro che è mia madre!». È così che rompiamo un ghiaccio che in realtà non c’era, essendo io un grande estimatore di Kruger sin dai tempi dei Nobraino (è stato il frontman di una della band più interessanti del panorama indie – quando questa parola voleva ancora dire qualcosa – dal 1996 al 2017) e avendo quindi molte cose da chiedergli e da dirgli.

L’attenzione però va posta sul presente, sul qui e ora, perché c’è un grande cambiamento in corso nella sua carriera, forse una vera e propria trasformazione. Dopo il brano Con me low-fi, uscito ad aprile, sta infatti per vedere la luce l’intero album, il primo da solista. Il disco è il punto di arrivo, o forse di partenza, dei quattro anni dedicati a una rilettura del concetto di esibizione live e del rapporto con il pubblico. Kruger, infatti, dopo aver calcato palchi importanti come quelli del Primo Maggio e del Premio Tenco e aver girato l’Italia con la band, si è staccato dalla dimensione classica dei concerti per ritagliarsi uno spazio proprio, più intimo, fatto di pianoforte, voce e piccoli circoli o locali; pur mantenendo sempre, però, la sua anima da gitano («ci chiamavano i gitani», dice una sua canzone) e girovago.

Afferma di esser sempre rimasto fedele alla scrittura, e proprio per questo ogni sua canzone è diversa dalle altre. La fedeltà alla naturale crescita e al cambiamento ininterrotto spiega la convivenza nel suo repertorio di brani come, ad esempio, I signori della corte, Il mangiabandiere, Endorfine, Film muto, Bigamionista, Soqquadro e, appunto, Con me low-fi.

 

La nostra chiacchierata è andata così:

In un’intervista di qualche anno fa dicevi: «Mi sto abituando alla posizione da seduto e non vorrei». Vedendo come sono andate le cose, e come stanno andando, si potrebbe dire che ti sei abituato e anche alla grande.

Credo che la natura umana sia quella di adattarsi, però mi sto chiedendo se io debba riassumere la posizione eretta per la presentazione del nuovo disco. Il problema è che, dopo quattro anni seduto, mi sento un tantino anchilosato, ho il dubbio di non saper più stare in piedi. Farò delle prove.
In autunno comunque ho intenzione di iniziare delle prove con dei musicisti perché vorrei creare qualcosa che sia di stacco rispetto a quello che sto facendo ora. Vorrei creare due set differenti, due circuiti, uno più intimo in cui poter continuare a suonare da solo in uno show simile alla stand-up comedy, e uno più strutturato e musicale, diciamo.

Immagino che il tuo rapporto con il pubblico abbia vissuto una fase di riassestamento, essendo stato per te sempre molto importante il contatto diretto, e fisico, con la gente. Ti ricordo scendere dal palco e cominciare a spingere i fan per dar via al pogo.

Diciamo che ho sostituito al contatto fisico quello verbale, attraverso la parola; quello che prima era un muoversi oggi è diventato un parlare. Mi piacerebbe comunque tornare ad essere più ‘incursivo’. Anche la campagna Spazi miei [che ha messo in vendita l’intero spazio, interno ed esterno, della copertina del disco, n.d.r] è il riflesso del mio atteggiamento di cercare sempre un riscontro fisico nel pubblico.

Da ascoltatori dobbiamo aspettarci dall’album altri brani in linea con il primo uscito, Con me low-fi, che sembra richiamare delle tonalità pastello?

In realtà il disco è un po’ più scuro, sulle sfumature del blu, magari. Se la copertina non fosse stata dedicata alla campagna Spazi miei si sarebbe dovuto rappresentare qualcosa di molto elegante, dalle tonalità scure, e proprio quest’anima un po’ cupa si sposa perfettamente con il progetto pubblicitario scelto; se fossero state canzoni pop sarebbe stato tutto fin troppo adatto e di fatto non ci sarebbe stata quella rottura interessante. Invece questo disco non avrà il vestito che doveva avere.

Chi dà etichette, o ha necessità di collocare e classificare, ha sempre avuto difficoltà con la tua musica. Ti sei mai sentito appartenente a un determinato genere musicale? E quanto credi sia importante, in generale, essere ‘collocabili’ per il mercato e per il pubblico?

Sicuramente a livello di vendita è molto importante essere collocabili, ma lo è ancor di più avere una coerenza. Specialmente in questo momento storico, poi, ci sono diverse cose nuove che hanno una loro coerenza pur non essendo riconducibili a un genere preciso. Credo poi che il concetto di genere musicale sia più legato, appunto, all’apparato musicale, e io personalmente non sono un musicista ma uno scrittore di canzoni, perciò mi ritengo libero da ogni appartenenza e sono sempre stato più legato a una visione solipsistica del cantautore. Ciò non vuol dire che mi senta un misantropo, anzi, so che questo mio isolamento individualistico subirà dei cambiamenti, sto già avendo modo di fare delle esperienze che mi stanno in qualche modo aprendo a processi di condivisione inediti.

Quanto ti senti cambiato come scrittore di canzoni?

Credo nella crescita fisiologica della scrittura. Una cosa che ho sempre cercato di evitare è di trovarmi intrappolato in un personaggio, anche nel processo creativo. Spero di diventare, o di esserlo già, uno scrittore adulto; ho davvero l’ambizione di invecchiare, come scrittore di canzoni.

Ti hanno sempre descritto come ‘Kruger il trasformista’, ‘Kruger il personaggio’ o ‘il provocatore’, e invece diversi articoli degli ultimi mesi ti raccontano come maturato, più pacato, come un uomo e un artista che ha tolto la maschera. Ascoltandoti, però, mi sembra che tu sia semplicemente quel che ti va di essere in ogni momento.

Credo che l’unica maniera per essere interessanti sia proprio quella di essere ogni volta quel che vuoi, senza rimanere imprigionato, come si diceva prima, in un personaggio. È più facile creare empatia attraverso l’autenticità; è ovvio che finché ero il frontman di una band ero anche chiamato a ricoprire un ruolo che gli altri mi avevano affidato, mentre oggi, dopo quattro anni di concerti da solista, con due figli, una casa e un mutuo, quell’atteggiamento da frontman si è un po’ ritirato per lasciar spazio a una rappresentazione di me più pacata e matura. Sento meno la necessità di certi atteggiamenti, si sono diluiti in maniera fisiologica. E questo disco mi è servito per capire che posso serenamente lasciar uscire ciò che attualmente sento di essere.

A giugno di quest’anno sei stato il coach in un camp estivo dedicato alla scrittura cantautorale; sulla base di questa esperienza, e in generale facendo riferimento a ciò che ascolti e che trovi in giro, che idea ti sei fatto delle nuove generazioni che si approcciano alla musica e alla scrittura di canzoni?

Quella del camp è stata una piacevolissima esperienza di collaborazione dalla quale ho tratto alcuni spunti interessanti. Il cantautore maledetto che avrei voluto essere non avrebbe partecipato, probabilmente, ad un camp di scrittura; ricordo che quando i miei genitori o qualcun altro mi segnalavano robe del genere li snobbavo, sbagliando, pensando che se uno ha qualcosa da dire non ha bisogno che qualcuno gli insegni come farlo. Invece nel camp ho visto dei ragazzi che non assomigliavano a quel che ero io, perché loro si sono muniti di umiltà chiedendosi: ‘come faccio a fare quello che faccio, però meglio?’
È stato un bello scambio generazionale e ho osservato alcuni casi interessanti.

C’è del fermento, comunque, tra le nuove generazioni. Forse bisognerebbe affinare gli strumenti, altrimenti rischia di venir meno la qualità?

Sì. Anche se il mio ottimismo va a fasi alterne, in questo momento vedo un po’ di buon movimento. Ci spero, a maggior ragione dopo il periodo che abbiamo passato; potrebbe essere l’occasione per assistere davvero a qualcosa di nuovo. Le canzoni che si guardano l’ombelico hanno cominciato ad annoiare. 

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