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ll numero di bare dei cineasti che, come un rave party di processionarie, infesta le nostre sale cinematografiche è in costante aumento. Dopo Darren Aronofsky, Christopher Nolan e altri illustri colleghi che si sono lasciati ingolosire dal truculento guazzabuglio di paillette e lustrini dello star-system hollywoodiano, è ora arrivato il momento di portare a spalla il pesante feretro di Yorgos Lanthimos. Uno che spaccava i culi ai passeri, come si dice in gergo; uno che, quando in cameretta riaccendevi la luce dopo aver visto un suo film, ché al cinema non lo davano, eri mica tanto sicuro di essere la stessa persona che l’aveva spenta.

Alla stregua degli altri, questo blasonatissimo greco dal nome sonoro ed esoterico – blasonatissimo oggi, un po’ meno ai tempi di Alps, Dogthooth, Kinetta, a se’, e vedili sti filme, so’ grechi – si è lasciato, anche lui, ahinoi, insaccare come un salame nella rete tentacolare di didascalie buoniste e inclusive che intasano le kermesse di tutte le terre emerse e stanno, pellicola dopo pellicola, uccidendo il mezzo cinematografico, ultimo baluardo insieme alla letteratura dello spazio simbolico. Un po’ perché giova alle economie, le loro, che a noi rimane sì e no in bocca qualche rigurgito acido alla vista del biglietto gualcito. E tutti questi salami li immaginiamo appesi insieme al soffitto di uno scantinato, scossi da quel misterioso vento che potremmo definire il vortice della moralità fast-fashion, quel vortice focoso che si innesca un anno sì e l’altro forse, dipende da chi vincerà le elezioni o da quali argomenti innerveranno maggiormente i social-trend.

E dunque, veniamo al punto, veniamo alle povere creature, che poi tanto povere non sono, premettendo che le sinistre considerazioni che seguono sono a uso esclusivo della messa in scena cinematografica; dell’omonimo libro il redattore non sa, non risponde. Partiamo dai punti forti: la regia. Diciamo che la mano del greco non è in discussione. Ma diciamo pure che, rispetto alle precedenti pellicole dove la tecnica del fisheye, per esempio, s’integrava bene con montaggio e storia, qui risulta faziosa e casinara, come se Yorgos avesse frullato Yorgos nella irrispettosa tentazione di emulare una sintesi stilistica che a Yorgos l’altro riusciva e a lui no. Per non parlare del packaging visivo, posticcio e patinato, a mezzo tra il più smarmellato epigono di Escher e una pubblicità Mulino Bianco, e dunque rimaniamo dell’avviso che se vogliamo vedere una scenografia ben fatta o guardiamo un film curato da Dante Ferretti o sfogliamo un catalogo Ikea, in entrambi i casi la stimolazione sensoriale nasconde un potenziale immaginifico di gran lunga superiore. Infine, la triste, tristissima creatura, Bella: e allora todo el mundo una mano alla capeza non per l’ultimo ballo di gruppo da sbronzi della serata, ma per compiangere, compatire e compartecipare all’immolazione di uno dei più stupidi dispositivi caratteriali, imbottiti di sterilità e, in questo caso, buon dio, anche di barzellette, che abbia calcato gli schermi in questi ultimi anni.

Durante tutta la visione del film abbiamo sperato che il personaggio di Bella non si trasformasse nella caricatura in stile Bjork di Barbie, fino all’ultimo frame, abbiamo sperato che Lanthimos, forte della sua filmografia, avrebbe infine avuto il coraggio di usare Bella come metafora del capitalismo più sfrenato (allora sì che si sarebbe potuto parlare di povere creature) e farla finire malissimo, magari sbranata da un gallo-maiale, e invece, invece niente. Perché Bella, proprio come il nostro amato capitalismo, è sì un organismo che tutto vuole e tutto prende, Bella è altresì una manipolatrice e una manipolata, ma dove arriva attraverso la sua emancipazione? Di quale modello riflette le asperità?

Se in Dogthooth, la figlia maggiore, dopo essere evasa dalla prigionia semantica in cui i suoi genitori l’avevano costretta finisce in un cofano d’auto durante un’ultima, snervante, galvanica inquadratura che cela in sé l’universale carcerazione dell’umano, Bella approda a una locale anti-polarizzazione femminile del maschile, cioè un maschifemminismo, cioè la più modaiola declinazione possibile di quel grande movimento che è stato e che è il femminismo. La nostra eroina, dopo aver attraversato un arco narrativo fintamente votato alla conoscenza di sé e del mondo – il sesso è centrale, e come potrebbe essere altrimenti, ma dei suoi orgasmi poco ci interessa, il sopruso è centrale, che può andare anche bene, per carità, ma sotto il sopruso niente, invece la medicina e il socialismo hanno tutta l’aria di una buona marchettata – Bella, dicevamo, si ritrova alla fine padrona incontrastata nel giardino edenico del suo creatore, crepato pocanzi più che per la malattia, sembra, per la struggente ammirazione nei confronti della sua creatura.

Bella Baxter non ha spessore né complessità, usa o viene usata, incapace di interpolare in sé il bene con il male ma capacissima di ridicolizzare una lotta d’opposti, siano essi l’uomo e la donna, siano essi la corruzione della scienza e l’innocenza dell’ignoranza, lotta che esiste proprio per quei moventi che lei stessa incarna. Bella non è Il cattivo tenente. Non è Scene da un matrimonio. E, per quelli che la celebrano come paladina di una rivincita sessuale basata, diremmo, più sulla vendetta che sulla giustizia paritaria, ci spiace, Bella non è nemmeno Lina Wertmüller, la cui opera, a differenza di queste pacchiane pantomime, ha ancora oggi molto da dire sulle possibili risoluzioni di una disparità sessuale un po’ weird, che c’è, cioè, dove non dovrebbe esserci e viceversa. È a questa straordinaria cineasta che pensiamo tutte le volte, troppe, che ci capita di sentir cianciare di valori progressisti, più o meno pop, o tutte le volte che una corporazione in dissesto finanziario come la Mattel produce un film come Barbie e da sinistra si levano cori di giubilo per osannare la nascita di un nuovo vessillo. E se proprio volessimo capire il disagio che un’esistenza fluid può arrecare a un soggetto in una società discriminante come la nostra, torneremmo a Un anno con tredici lune di Rainer Werner Fassbinder. Ma qui non siamo a Berlino Ovest. Qui ci si limita alla sterile constatazione che noi siamo questo, quello o quell’altro, e mai soltanto degli esseri umani. Ci si categorizza fino allo sfinimento perché così da sempre vuole la voce del nostro padrone. Qui c’è ancora l’imperiosa frenesia per ogni cosa che da oltreoceano luccica di una fioca fatuità e i blue jeans sono stati ampiamente sdoganati.

Dalla livorosa redazione di STRONCHI – A NESSUNO FREGA UN CAZZO è tutto. Alla prossima stroncatura.

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