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Siamo molto felici di ospitare questo bellissimo contributo di Flavio Santi, scrittore, poeta e traduttore, alla raccolta autoedita di Demetrio Marra, Non sappiamo come continuare, disponibile dallo scorso 18 gennaio.

Buona lettura!

 

Caro Demetrio,

scelgo la forma di una lettera-recensione per parlare del tuo nuovo libro. Lo faccio per diversi motivi: perché mi mancano le chiacchierate con te e perché penso che mi permetta un buon bilanciamento nell’esprimere le cose positive (molte) e le perplessità (poche e circoscritte). E perché credo che quando c’è un rapporto di amicizia tra recensore e recensito questa sia in fondo la formula più onesta e meno ipocrita. Del resto sono anni che Tiziano Scarpa ci mette in guardia: Il beejay | NAZIONE INDIANA.

Un trito luogo comune recita che il secondo libro è il più difficile. In realtà ogni libro è “il più difficile”. Perché la vita è “la più difficile”. Il tuo libro d’esordio, Riproduzioni in scala (Interno Poesia, 2019), è stato un libro di indubbia forza – per voce, lingua, temi affrontati.

Passati quasi cinque anni, e dopo diverse pubblicazioni su rivista, hai deciso di sparigliare le carte (eufemismo per dire “mandare tutti a fare in culo”) e autopubblicarti. Questo rotondo Vaffanculo non sfigurerebbe nel roboante elenco dei Fuck you della 25a ora di Spike Lee. Al gesto da homme révolté hai poi allegato raziocinante spiegazione a freddo in fondo al libro – con tanto di elenco delle spese. Lascio ad altri l’approfondimento della questione – l’autopubblicazione è pratica nobilissima nonché unica fino all’avvento dell’editoria industriale; Manzoni si autopubblicava appoggiandosi a una tipografia come risulta dai frontespizi (fra l’altro, dati gli altissimi tassi di analfabetismo, il cenno ai “venticinque lettori” sarà tutt’altro che ironico, i bestseller viaggiavano su poche migliaia di copie); Rimbaud idem; e nel Novecento Saba iniziò così. Non sono un sociologo della letteratura, sono un lettore e da lettore affronterò il libro. E dunque: i testi, l’unica cosa che conti davvero. In fondo, visti gli illustri precedenti, la scelta dell’autopubblicazione è un dettaglio decisamente secondario – è quasi più una sorta di packaging della tua stessa personalità (i più maligni potrebbero dire della tua “posa”) che una vera critica al processo editoriale in sé e per sé.

Ho fatto tesoro dell’acuminata prefazione di Dimitri Milleri, che da tuo coetaneo coglie aspetti e risvolti che a un boomer come me sfuggono per necessità di cose. Dà un ottimo sottofondo al senso complessivo della raccolta, fin dal fulminante incipit: “Non sappiamo come continuare è un libro di fallimenti a matriosca”.

Non sappiamo come continuare

Romanze senza parole, intitolava un poeta lontanissimo da te (ma che io amo molto) come Paul Verlaine, e per contrappunto Non sappiamo come continuare è un libro di romanzi con tante parole invece – romanzi intesi come narrazioni, ché le romanze non vanno più di moda, signora mia. Come Riproduzioni in scala, Non sappiamo come continuare è un libro pieno, denso, vischioso, stipato di parole-fatti e parole-sentimenti, che biofisicamente (come da sottotitolo: Nove processi biofisici) aspirano a spuntare fuori dalla pagina e protendersi verso il lettore. Questa l’intenzione, ma il focus è sempre uno solo: “trovare una lingua” (Rimbaud). Ora mi pongo e ti pongo la relativa domanda: in Non sappiamo come continuare (titolo montaliano: “Noi non sappiamo” ecc., con l’omissione del “noi” che meriterebbe un’indagine a sé) viene fuori una voce, una lingua “marrana/marresca” che solum è tua e che tu nascesti per lei?

A questo punto le scelte si riducono a due. Se non c’è, è il caso di chiudere subito il libro e buonanotte ai suonatori, l’ennesimo brusio in una pletora di non-voci, non-poeti, non-libri (la maggioranza, anche dalle parti delle grandi collane storiche, non dimentichiamoci mai che lo scenario è quello descritto da un libro accorato e scorato di Cesare Viviani, grande maestro inspiegabilmente meno citato di quanto meriterebbe, La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che…: “Non si vuole più distinguere tra poesia e versificazione. È il sottobosco […] che si è costruito fusti e rami alti e spaziosi!”).

Se c’è, be’ allora vale la pena continuare e perdonare anche certe tue intemperanze (lo dice Milleri, che ti conosce bene: “la posa da enfant terrible […] quelle note sbagliate apposta per farci incazzare”), a partire dalla tua sfiducia nell’editoria.

Si sa: i cavalli di razza mordono il freno. Sono mesi che attendi il mio parere (te ne ho dato uno piuttosto sbrigativo all’inizio del progetto, lo so) e adesso ti posso dire che sì, secondo me, la voce e la lingua ci sono. “Marrane/Marresche” fin dal crash iniziale tra dialetto (la dedica “Alle famigghie”) e l’inglese urbi et orbi della prima poesia Defining parody. Una delle tue cifre è questo incontro, che di solito si fa cozzo, scontro brutale, ma a volte (cerca magari di incrementare questo registro) tenero abbraccio, tra un microcosmo di dialetti e famiglie, destinato a perdersi negli accidenti umani (“io vi chiedevo tutto col telefono scarico completamente. / E nell’attesa di mio padre per cena, / mia nonna nel suo serale riaccorgersi di noi / in quanto esigenti gastrointestinali, / nell’attesa leggevo Saramago, un feticcio di papà”), e un macrocosmo di ipermodernità supertecnologica, destinato a durare nei cavi in fibra ottica e nei cloud (“Io posso e devo guardare Hunger Games / con l’unico scopo di innamorarmi, / espandermi come in una serie sci-fi / fino a innamorarmi, / scegliere una perversione dal Trono di Spade / e innamorarmi di un amore corrisposto”).

È una poesia che non fa sconti, innanzitutto al proprio arreso autore – come se ogni pagina diventasse l’altare di un sacrificio umano – quello dell’autore, certo, ma poi anche del lettore chiamato in correità, lettore che trascini nel tuo maelstrom esistenziale: “ti riprendo al cellulare come le rivolte, / mi sei fuori estranea, piccione sulla cornice, / abusivo parassita no: / posso bonificare le fantasie / sulle aspettative, sulla razionalità, / su come intercorre nel senso comune ogni azione, / ogni volta che non smettiamo, non si può, / di circolare il sangue, inviare gli impulsi”. Il fuoco, le cui lingue non a caso infiammano la copertina, è quello che alimentava anche Simone Cattaneo (e Rimbaud: “il poeta è davvero un ladro di fuoco): “Sono morto due volte, dice / masticando un cavolfiore crudo. / Cerchiamo di allungare il fuoco col gas / di guadagnare tempo dal suo accendino, / la prima volta in coma nove mesi, / la seconda sotto i ferri nove ore”.

Ma credo ci sia anche molta poesia performativa americana: penso alla black poetry di un maestro come Amiri Baraka, pochissimo frequentato da noi (“è meglio aver amato e perso che mettere linoleum nei vostri salotti” potrebbe essere anche un tuo verso), e la tua gesture mi ha ricordato quella del palestinese George Abraham  o dell’afroamericana Aja Monet, punte della nuova poesia americana (niente a che vedere con la banalissima Amanda Gorman che lesse qualche anno fa alla Casa Bianca). Rispetto a loro però sei in grado di innervare i versi di una sostanza più composita e stratificata (Rimbaud: “Bisogna essere accademici, più morti di un fossile”). “Unire il viscerale e il cerebrale, ecco il non plus ultra”, come ci si diceva con Valerio Magrelli in un recente scambio whatsapp.

Stai però attento a un paio di cose (e adesso vengo ai consigli, non richiesti, da boomer).

Stai attento a una certa iperconsapevolezza dello spurio (il tuo non finito calabro che per forza di cose hai nel sangue e nelle sinapsi del cervello): sei bravissimo a spiccare versi ruvidi ma netti, sbozzati ma sentiti, ma da qui a farne una maniera, un tic è un attimo (un verso come “caccio il marcio dalle infiorescenze a coltello” è al limite).

Ma soprattutto, la cosa più importante, stai attento a non avvicinarti troppo al fuoco. La via che hai scelto di battere, quella di Simone (Cattaneo) e di Rimbaud (e di Syd Barrett e altri), è una via che regala squarci esaltanti ma apre anche voragini profondissime, una via che, quando è vera e autentica, presenta di solito un conto salato, salatissimo (una via per cui personalmente stravedo, ma che ho scelto di non praticare – mancanza di coraggio? probabile).

Mio indocile calabrian american poet, ti lascio con il saluto che riservo alle persone a me più care, il saluto della mia terra,

Mandi

Flavio.

Il volume può essere acquistato contattando direttamente l’autore, tramite i suoi profili social , su Vinted  o in alcune librerie indipendenti (Annares – Milano, La confraternita dell’uva -Bologna)

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