Palin parla con l’artista e attivista Gianluca Costantini, alias Channeldraw. «Bisogna credere che quello che creiamo sia reale e cambi la realtà »

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I tempi più recenti stanno vedendo il rapido affastellarsi di minacce sempre più impellenti, guerre, effetti del riscaldamento globale, pandemie ed equilibri politici mondiali che tentennano, con la conseguente messa a rischio delle libertà dell’uomo. Come trovare, quindi, il bandolo della matassa per comprendere il cambiamento? C’è chi lo fa attraverso l’arte.

Libertà, ma anche difesa dei diritti umani, attivismo e battaglie civili globali sono elementi che compongono un fil rouge nel lavoro di Gianluca Constantini, alias Channeldraw, artista, attivista e docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna.

Con uno stile inconfondibile, i suoi disegni sono spesso storie di stampo politico caratterizzate da una impostazione giornalistica tipica del graphic journalism, una continua denuncia e indagine della realtà vista e interpretata attraverso la lente dell’arte.

Channeldraw è noto in tutto il mondo per il suo attivismo attraverso l’arte del disegno, il quale gli ha persino procurato l’accusa di terrorismo da parte del governo turco. L’artista ha collaborato e collabora tutt’oggi con testate giornalistiche nazionali e internazionali e diverse associazioni e ong, tra cui ActionAid, ARCI ed Emergency, oltre ad aver pubblicato con case editrici come Feltrinelli, Mondadori e Becco Giallo e aver ricevuto riconoscimenti come il Premio Arte e Diritti Umani 2019 di Amnesty International.


Attualmente, nei suoi racconti uno spazio centrale è occupato dalle vicende che vedono coinvolte le proteste delle donne iraniane e la sottrazione dei loro diritti.
Tra le sue opere più note si ricordano: Vorrei incontrarti (2005) L’ammaestratore di Istanbul (2013), Le cicatrici tra i miei denti. Antologia e ritratti di poesia in lotta (2016), Libia (2019), Patrick Zaki. Una storia egiziana (2022).


L’intervista è a cura di Giorgia Ciolli.

Il tuo lavoro oggi, poiché pone l’attenzione su tematiche sociali, è conosciuto soprattutto per il segno che lascia nelle persone, ma il tuo linguaggio si è evoluto nel tempo.
Quando è nata la passione per il disegno e in che momento la tua strada ha assunto una connotazione diversa ponendo l’accento su tematiche riguardanti specialmente i diritti umani?

     Ho incominciato a disegnare e dipingere alla fine delle superiori, ero un ragazzo di provincia con pochissime possibilità economiche, il disegno mi ha salvato. Ho iniziato a pubblicare fumetti nel 1993 ero al secondo anno dell’Accademia di Belle Arti. Da allora non ho più smesso. Disegnavo e raccontavo mondi onirici utilizzando uno stile molto decorativo, mi piaceva stare nel fumetto underground. Qui puoi vedere un po’ di questo tipo di lavoro:

Ma dopo una decina di anni ho sentito il bisogno di uscire dallo studio e di iniziare a raccontare il mondo, soprattutto dopo un viaggio a Sarajevo nel 2001 per me tutto è cambiato, stare in una città uscita da una guerra civile mi ha fatto aprire gli occhi. Ho iniziato cambiando completamente il mio stile e iniziando a raccontare eventi che succedevano in Medio Oriente.

Ci sono degli artisti a cui ti ispiri maggiormente per i tuoi lavori o che in qualche modo hanno segnato il tuo percorso?

     Il fotografo anarchico Ernst Friedrich è stato fondamentale per creare il mio nuovo modo di raccontare attraverso un solo disegno e la scrittura. Il fumettista Aleksandar Zograf mi ha fatto capire che potevo raccontare qualsiasi cosa attraverso il disegno, l’artista cinese Ai Weiwei che non bisogna stare zitti per difendere la propria e la libertà degli altri. Poi come inarrivabili per me ci sono William Blake, William Morris e Moebius.

Quali sono gli strumenti di lavoro che prediligi e come ti rapporti con i mezzi digitali?

     Uso un po’ di tutto avendo iniziato a disegnare prima dell’arrivo del digitale, non fa differenza per me. Mischiare l’analogico con il digitale è la cosa che preferisco. Dipende dall’utilizzo dell’immagine e dove verrà usata l’immagine.

Osservando i tuoi fumetti si può notare che il segno non è sempre lo stesso, cambia a seconda del supporto per cui è pensato. I disegni postati sui social, a differenza dei volumi di graphic journalism, nascono da esigenze differenti, i social vengono fruiti velocemente, si scorrono decine di post in pochissimi secondi, allo stesso tempo i tuoi lavori hanno la necessità di catturare l’attenzione e di stimolare la riflessione proprio perché pongono l’accento su questioni a volte lontane dal nostro quotidiano.
Come ti rapporti con queste esigenze?

     Il tratto e la tecnica cambiano libro per libro, il disegno si adatta alle emozioni che voglio dare al lettore. Ci sono alcuni miei libri molto pittorici altri molto più classici, ultimamente prediligo il bianco e nero. I disegni realizzati per i social sono completamente diversi, più semplici e immediati, sono realizzati in velocità per stare al tempo con la notizia. L’insieme dei disegni spesso racconta una storia come sto facendo in questi giorni per le proteste iraniane. La lettura cambia completamente da un libro ad uno schermo.
Incredibilmente mi sento più nella realtà sullo schermo che sulla carta, grazie ad internet posso parlare e conoscere le persone che stanno effettivamente vivendo gli avvenimenti che racconto. In questi anni sono proprio loro che mi portano dove succedono le cose.

I tuoi fumetti rientrano nel genere del graphic journalism, un genere che unisce il racconto giornalistico al linguaggio del fumetto. Il graphic journalism deriva dal fumetto underground americano ed è ancora poco conosciuto nel nostro paese, nonostante l’Italia sia il terzo paese al mondo nella produzione di questo genere.
Qual è nello specifico la differenza di linguaggio che intercorre tra il giornalismo a fumetti e il giornalismo che oggi tutti conosciamo?

     Sì, il giornalismo a fumetti è ancora poco presente ma ormai ci sono autori che lo realizzano un po’ in tutto il mondo. Spesso nasce come una necessità di alcuni autori che vivono particolari situazioni nella loro vita. Non mi importa che in Italia ce ne sia poco, l’importante è che il genere si stia approfondendo in più paesi. Il giornalismo a fumetti si rifà al linguaggio dei fumetti e alle regole del giornalismo contemporaneamente. Tutto è ancora in fase di sperimentazione, ogni cosa è nuova, sono circa 25 anni che ci si sta lavorando e sicuramente il risultato è molto diverso da un classico articolo oppure da un documentario. Bisogna stare attenti a riconoscere e indicare esattamente quali sono i libri di graphic journalism.

A causa delle tematiche che affronti ti capita di parlare, e quindi di dover rappresentare, cose e situazioni che non hai vissuto direttamente, paesaggi che non hai abitato. Quanto è difficile in questo senso costruire le ambientazioni e quali espedienti ti aiutano?

     È la cosa più complicata, soprattutto quando si deve realizzare un libro. Realizzare “Libia” mi ha insegnato molto, non potevo andarci perché non sono un giornalista, esistono solo foto di guerra, non esiste google maps. Bisogna cercare di ricreare un ambiente visivo attraverso molte fonti. Io solitamente parto dalle mappe che ho iniziato anche a mettere nei libri, poi creo un piccolo teatro in cui far vivere i personaggi, incrociando migliaia di foto e video. La rappresentazione più complessa è il quotidiano, disegnare come si comportano le persone di un luogo che non conosci.

Nei tuoi lavori c’è una continuità con la tecnica dello scribing?

     Ho lavorato molti anni nello scribing, ma non credo che questo influenzi il mio lavoro, anzi forse è il contrario il fumetto entrava preponderante nei miei lavori di grafica facilitatrice. 

Nella tua carriera hai creato un rapporto con uno dei più grandi artisti del nostro tempo, Ai Weiwei; l’artista ti ha contattato per illustrare il processo contro la casa automobilistica Volkswagen, accusata di aver utilizzato una sua opera illecitamente per una pubblicità. Il tuo lavoro è stato fondamentale in quanto in aula vigeva il divieto di far entrare i fotografi. Inoltre, l’opera in questione, intitolata Soleil Levant, del 2017, si fa portavoce di un forte messaggio di denuncia ed è stata realizzata per la Giornata Mondiale del Rifugiato.
Com’è stato lavorare con questo grande artista? Avete dei progetti futuri in comune? 

     Ci siamo conosciuti prima su Twitter poi nella realtà, Ai Weiwei per me era un personaggio mitologico, ora ho la possibilità di lavorare con lui e questo mi ha cresciuto molto. Abbiamo vari progetti insieme di cui però non posso parlare, essere il disegnatore che lo seguiva durante il processo è stato molto importante, soprattutto per l’importanza che lui dà al mio lavoro.
Capire come pensa e lavora un grande artista che ammiro mi fa andare per la strada giusta, il mio lavoro si fa più deciso e sicuro. 

A dispetto di ciò che si voglia dire, l’arte è sempre stata politica e anche nei tuoi fumetti mi sembra che emergano dei chiari messaggi di dissidenza, porta avanti un pensiero molto chiaro e lucido sulle questioni che ci circondano; in questo momento storico, ad esempio, sta ponendo molta attenzione sulla questione che riguarda le donne iraniane e più in generale un modello di società democratico. Mi piacerebbe che condividessi qualche pensiero su queste tematiche e sull’impatto che vorresti che il tuo lavoro avesse sulla nostra società

     Mi interessa parlare della cosa più semplice, la “libertà”, il concetto stesso di libertà è per me sempre più importante, può sembrare banale come obiettivo ma nel mio lavoro tutto gravità attorno a questo argomento. Dopo aver lavorato per tanti anni sui casi di persone a cui è stata privata la libertà di espressione e di movimento, oppure su dittature sempre più numerose, campi per i migranti in Libia mi sembra che la libertà sia sempre più in pericolo. Anche le proteste delle donne iraniane riguardano la libertà, è una lotta non solo del loro paese ma di tutte le donne del mondo. Tagliare una ciocca di capelli può sembrare semplice, ma invece è di una forza incredibile. Da quando è stato eletto il nuovo governo in Italia, anche qui da noi la libertà comincia ad essere una parola in discussione.

In riferimento alla domanda precedente, vorrei sottolineare come da sempre le immagini abbiano un impatto prorompente sulle nostre vite, anche perché possono essere fruite più velocemente rispetto alla lettura di un testo. Allo stesso tempo le immagini fotografiche, che sono la rappresentazione della realtà, non suscitano più emozioni, il bombardamento mediatico ha fatto sì che le comunità restassero indifferenti a qualsiasi rappresentazione di forma di orrore. Ecco, trovo questo aspetto uno dei più fallimentari della nostra società: l’abitudine al dolore e alla sofferenza degli altri.
Dunque, il fumetto, che si presenta sotto una forma diversa di immagine e che può essere potenziato dalla forma scritta, può avere oggi un valore diverso, secondo te è in grado di risvegliare in qualche modo le nostre coscienze?

Dipende dalla fotografia, naturalmente la semplicità con cui adesso si può fare una foto ha diminuito la sua forza, ma se andiamo a vedere le foto dei grandi fotografi vediamo che sono ancora veramente potenti e possono colpire le nostre coscienze, non farei delle generalizzazioni. Anche nel disegno è così, c’è una grande utilizzo di disegni e molte più persone che le realizzano, ma nella lora grande maggioranza sono immagini inutili, estetiche e fine a sé stesse. Non che queste immagini non abbiano un’importanza, anche la bellezza ci aiuta a vivere. Ma se parliamo di immagini che ci risveglino, queste sono veramente poche. Prendiamo come esempio il mio disegno su Patrick Zaki, il primo che ho fatto, è diventato un elemento cardine per la richiesta di liberazione di Patrick, è un’immagine che si è inserita nella nostra società e ha suscitato nelle persone delle forti emozioni. Vedere a stampata in piazza Maggiore a Bologna in un formato di 30 metri commuoveva le persone che ci passavano davanti, ma non era solo l’immagine in se, era l’utilizzo che ne era stato fatto, dove veniva posizionata.

In molti stati ancora oggi non c’è libertà di espressione e si applica la censura, tu stesso sei accusato di terrorismo dalla Turchia.
Qual è il tuo parere sulla situazione attuale relativa ai diritti di espressione dei fumettisti?

I diritti dei disegnatori, fumettisti e vignettisti è sempre in pericolo nel momento che si istaura una dittatura, la loro arte essendo molto comunicativa e di facile riproduzione diventa un nemico del regime. Un nemico giurato. Io sono stato accusato di terrorismo in Turchia ma essendo italiano non mi è successo nulla, ma i disegnatori turchi sono stati arrestati oppure non hanno più potuto pubblicare, i loro social sono controllati. Nel passato molti disegnatori sono stati uccisi. La situazione è sempre pericolosa in molti paesi. 

I tuoi fumetti sono un supporto importante anche per le famiglie delle vittime, ne abbiamo potuto prendere atto a seguito della situazione che ha visto coinvolto Patrick Zaki. Attraverso la tua arte si oltrepassano le barriere geografiche e la piattaforma di Twitter è per te un mezzo importante.
Quando crei i tuoi fumetti immagini un pubblico di riferimento? Qualcuno a cui vorresti che il tuo messaggio arrivasse assolutamente? 

Vorrei che il disegno diventasse ogni volta virale, in modo che compaia anche fuori dalle bolle degli algoritmi, quando si supera una soglia estrema di visibilità l’algoritmo cade, in Italia succedeva spesso con i disegni su Patrick. Quindi non ho un obiettivo preciso, ma inizialmente mi interessa creare uno scudo di protezione per la persone in quel momento coinvolta, spesso far sì che si apra molto di un caso lo protegge su ulteriori privazioni e torture.

Mi ha colpito la frase del poeta William Blake presente nella descrizione del tuo profilo Instagram: “The imagination is not a State: it is the Human Existence itself”.
Cosa rappresenta per te questo stato dell’esistenza umana che ti guida nel lavoro e quanto l’immaginazione è fondamentale nella rappresentazione di eventi che purtroppo sono reali?

William Blake credeva che quello che immaginava e disegnava fosse reale, e forse lo è, proprio per questo la frase è profetica per ogni artista. Bisogna credere che quello che creiamo sia reale e che cambi la realtà, solo in questo modo ci si può definire artisti, senza sentirsi in imbarazzo.

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