Mente che mente. Percezione o realtà?

La memoria, tra le risorse della mente più sopravvalutate, scivola spesso in una serie di tranelli e faziose interpretazioni che ognuno di noi è costretto a sperimentare. Tra quei ricordi ideali e inossidabili si cela, infatti, un meccanismo di elaborazione delle informazioni in continua evoluzione, soggetto ad alterazioni a seconda dello stato d’animo nel quale si ha vissuto un dato evento, del tempo o delle influenze esterne. 

La maniera con cui la nostra mente può essere indotta a modificare la percezione dei fatti è oggetto di studio anche in campo artistico.
La decostruzione del linguaggio visivo nei disegni di Escher, per fare un esempio, incita il nostro cervello ad una lettura in cui l’interpretazione dell’immagine diventa totalmente soggettiva, obbligandoci a cercare una spiegazione tra tante soluzioni visive genialmente create dall’artista olandese. La razionalità di dover dare un ordine viene meno e non resta che fare gli onori all’artefice di questo abile tranello visivo che, prendendo questa posizione, ci obbliga a ripensare il modo in cui vengono percepite le immagini.

Maurits Cornelis Escher, Realitività, (1953)

L’interrogativo che genera l’arte sulla percezione di ciò che viene visto dallo spettatore è gradualmente diventato un esperimento a cavallo tra il Surrealismo e gli studi della Gestalt, in cui troviamo da una parte chi riesce, e anzi desidera, farci andare in un cortocircuito percettivo, mentre dall’altra chi prova a giustificare il nostro fallimento cerebrale in maniera scientifica.

Più recentemente, il tema della costruzione e della menzogna visiva è l’argomento che con più veemenza tratta il fotografo e saggista catalano Joan Fontcuberta, il quale si batte per una fruizione consapevole del mezzo fotografico e della comunicazione visiva.

auto-ritratto di Joan Fontcuberta nelle vesti di Ivan Istochnikov, pilota sovietico (1997)

La menzogna – spiega Fontcuberta – è una volontà consapevole di distogliere la parola dai fatti. È una proprietà della parola, una questione di etica. La fotocamera è solo uno strumento, sta al fotografo decidere di dire la verità o mentire.

La fotografia in quanto tale, percepita e creata scientificamente in quanto strumento di analoga rappresentazione della realtà, nasconde anch’essa un fattore interpretativo, sia da parte di chi fotografa sia dal lato di chi usufruisce delle fotografie. 

Un messaggio da un mittente a un destinatario può avere origini che non conosciamo. Indagare su chi e in che modi è stato comunicato qualcosa, sarebbe in teoria la maniera più semplice di avere più informazioni riguardo ad una informazione, aiutandoci a capire la mente di chi ci ascolterà o di chi ci parlerà. 


Mente che può essere alterata e manipolata da innumerevoli fattori. Un esempio visivo che ci aiuta a capire, in questo caso una cosa tragica come l’Alzheimer, è l’opera dell’artista americano William Utermohlen, che ha deciso di autoritrarsi nella fase degenerativa della sua malattia. Un lavoro che ci aiuta a capire quanto la capacità di comunicare sia un concetto totalmente variabile nel tempo e nelle situazioni, sempre esposto a cambiamenti. 

autoritratti col decorso dell’Alzheimer

In quanto accaniti e insaziabili fruitori di immagini, è importante oggi investigare sulle intenzioni di artisti, fotografi, pubblicitari e tutti quelli che hanno fatto della creazione di immagini il proprio lavoro. Contestualizzare quello che si vede e avere più elementi possibili aiuta il nostro processo decisionale, le nostre intenzioni e sviluppa in noi le idee nelle quali decidiamo di credere. La lettura si fa anche senza parole.

frame del film “Volevo Nascondermi” di Giorgio Diritti (2020), Elio Germano interpreta l’artista Antonio Ligabue, affetto da problemi di tipo fisico e psichico.

Fonti:

Joan Fontcuberta spiega perchè diffidare di questo mondo dominato dalle immagini, Eugenio Giannetta, Febbraio 2022

Words fail us: dementia and the arts, Nicci Gerrard, luglio 2015

In copertina: illustrazione di Andrea Pichierri

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