Un caffè con Federica Gallotta «ognuno – che credi? – sopporta il peso»

Federica Gallotta è nata a Tarquinia nel 1990, è laureata in Filologia Moderna ed è un’insegnante, oltre che una poetessa.

Modi indefiniti – uscita nel 2020 per Interno Poesia – è la sua seconda raccolta, anche se una maggiore maturità artistica e le letture affrontate nel frattempo le hanno fatto mettere in discussione la prima. Non ancora la seconda, per fortuna. Perché Modi indefiniti merita attenzione e spazio – come questo – di discussione e dialogo.

La prima cosa che salta agli occhi, anche leggendo la prefazione scritta da Gabriella Sica, è un certo legame con i luoghi. E siccome io sui luoghi e sul rapporto che con essi abbiamo sono emotivamente coinvolto, è da qui che vorrei partire.

I luoghi sono dei bacini dai quali si attingono elementi per formare la propria identità, perciò in teoria più luoghi si toccano più si avranno elementi a disposizione per costruirne una, e arricchirla.

Il mio problema con i luoghi nasce quando devo spostarmi troppo in troppo poco tempo. Il luogo vero, infatti, è quello in cui ci si ferma, dove ci si può prender cura di se stessi: una casa.

Sulla tua tesi di laurea, che viene citata proprio nella prefazione da Sica, hai scritto: «questo studio nasce da un mio interesse verso i luoghi tranquilli». Quei luoghi, quindi, che conservano e sono in grado di restituire lentezza.

Impossibile non pensare a Cardarelli, ma anche a Pavese – specie all’Anguilla de La luna e i falò – e a gente come Caproni e Celati, fino ad arrivare, perché no, alla fotografia di Luigi Ghirri e di tutta quella scuola lì.

Cardarelli è il re della commutatio loci. Lui fuggì da Tarquinia a 17 anni disperato, pieno di odio e con grande speranza in Roma, e ogni volta che tornava, benché Tarquinia lo attirasse come una calamita, non vedeva l’ora di riandarsene. Non tanto – o non solo – per il paese, che cambiava con il passare degli anni e non era più come quello della sua infanzia, ma soprattutto per gli abitanti, i tarquiniesi, per i quali scrisse anche un’aspra – ma meritata – invettiva. In realtà però il malessere era suo, di Cardarelli, che non si trovava bene da nessuna parte. Credo di poter sostenere lo stesso. Abbiamo l’illusione di poter stare bene cambiando luogo, ma in realtà siamo noi a dover stare bene interiormente, perché a quel punto stiamo bene dappertutto.

Il luogo in cui io cerco rifugio è la casa, che è un luogo ma non è un luogo. Ad Anguilla non ci avevo mai pensato.

Da poetessa dev’essere particolarmente importante ritagliarsi del tempo da dedicare a quella lentezza che oggi tanto si trascura.

Nella poesia tutti dovrebbero essere lenti. Molte volte la velocità non porta a cose buone, anzi. Penso alla poesia estemporanea, che è uno dei grandi mali della poesia. 

La lentezza necessaria, che non è quella di pensiero o di riflessi, si concretizza nel ritornare sulle cose: ripensarle, analizzarle. In un’ottica critica la fretta non può mai essere cosa buona.

Riabituarsi alla lentezza vorrebbe dire poi anche riprendere contatto, attraverso i suoi ritmi, con la natura. Perciò, viva la lentezza.

Ma ora veniamo a noi. Le poesie di Modi indefiniti raccontano le odissee silenziose della vita, il risvolto intimo e profondo, infinitamente esteso, dei gesti, delle situazioni, della routine, degli oggetti del quotidiano. Sono poesie nelle quali si respira, al contempo, un’aria di viaggio e di rifugio, di approdo finale sicuro, finalmente calmo.

L’essenza di molti dei componimenti della raccolta sta nella loro brevitas e nel loro raccontare la quotidianità, come già notato da altri. Ma non c’è solo questo.

I modi indefiniti usati per comunicare contengono la perdita, nella duplice accezione del contenere: la racchiudono e la arginano, per non farla debordare, per non farle invadere tutto. Frutto di una mancanza, o di una perdita, credo.

Mi viene in mente una delle funzioni di Propp sulla fiaba: senza mancanza, o stravolgimento di un equilibrio, la fiaba non c’è. La scrittura nasce quasi sempre da una mancanza e da una perdita. Fossimo felici rimarremmo fermi, invece ci muoviamo, proprio perché abbiamo uno scopo, e ce lo abbiamo perché ci manca.

L’ultima volta che ti ho visto c’era
la luna nuova, appena visibile:
a noi bastava per farci luce.
Vedevo solo i tuoi denti, immensi
in quel viso che immaginavo sano.

Poi uno schiocco, il nostro segreto.
Non ricordo quanti anni avessimo
(forse cinque, chissà, quindicimila?):
l’eterna mitologia del perduto.

Una poesia multiforme e mutaforma, che racconta con semplicità solo apparente. In realtà chiede attenzione, come attenta sembra essere la scrittura a monte.

La definisco multiforme e mutaforma perché sa essere didascalica ma anche introversa, a tratti ermetica, musicale con ritmo – fatto spesso di consonanze e allitterazioni – ma sa anche deludere piacevolmente l’attesa di un ritmo. Sa passare dall’ironia e dai giochi di parole alle parole dette tra i denti, con sofferenza, che sono parole serie, confessioni, intime ammissioni.

È il caso di riportare a riguardo due esempi diversi. Il primo è per capire qualcosa di più su ritmo e costruzione. Un’intera poesia costruita sulla t:

Attiri tutto a te
terremoti tempeste temporali
atroci attraversamenti di truppe e
titanici tentativi di tramonti
andati a terra senza illuminarti
il volto.

Che triste telenovela
teatrino di marionette da strapazzo.
Troppo presto è iniziato lo spettacolo
che tento ancora una tregua
(macché trionfo, è tanto
se tagliamo il traguardo).

Senti, tanto termina tutto tra non molto:
ti ritiri tu o tentiamo il colpo?

Il secondo esempio è su quella complessa semplicità di cui si diceva:

Ti lancio dei pugni: sono di carta.
Mannaggia alla poesia, è mia
eppure mi inganna.

La semplicità e l’uso dell’ironia – di questa apparente leggerezza – credo siano fondamentali in poesia, o almeno nella poesia che so fare. Va solo capito il meccanismo: dire le cose senza un’evidente pesantezza non significa non dirle, vuol dire semplicemente farlo in modo indiretto. Lanciare dei pugni di carta è un gesto infantile e mannaggia a, nel linguaggio dei bambini, è un’espressione eufemistica che evita e sostituisce il turpiloquio. La sostituzione – adulta, cosciente e motivata – del significante (che apparentemente trasmette un significato attenuato) permette al significato originario e sostituito – ma non dimenticato bensì presente con la sua impronta, o traccia – di emergere in maniera anche più forte. È per questo che, almeno nelle mie intenzioni, «mannaggia alla poesia» è una violenta e rabbiosa dichiarazione, quasi una rinnegazione; è una bestemmia. La poesia, che spesso inganna, credo meriti il nostro odio e finanche le nostre bestemmie, quantunque nell’innocua versione infantile: coi pugni, il broncio e i piedi battuti per terra.

C’è sempre molta incertezza, comunque, alla base di ogni composizione: riletture, riscritture, tagli, scambi di posizione tra parole. È un labor limae continuo, un infinito taglia e cuci.

E poi c’è questa:

Mentre mi taglio un’arancia per farla spremuta
rifletto sul cavolo viola sul tavolo e chiedo
con vero stupore se l’abbia oppure no comprato io.

Di nuovo un’apparente leggerezza che nasconde qualcosa. La prima cosa che ho pensato quando l’ho letta è stata: tutto può diventare poesia?

Potenzialmente sì, Duchamp docet! A parte gli scherzi (anche se scherzi non sono, basti pensare al liquido concetto di poesia e alla sua complicatissima definizione), come dici: di nuovo un’apparente leggerezza. Una poesia che parla di un tavolo da cucina, un’arancia e un cavolo, nella sua variante viola e nessun tradizionale e rassicurante simbolismo che aiuti a dare un valore a questi elementi, oltre a quello funzionale che hanno. Come in una sorta di poesia-iceberg, il cavolo viola non è il centro, è la punta; la sua funzione è quella di attirare l’attenzione (è viola!), per poi indirizzarla verso pensieri come: mi ricordo tutto quello che ho intorno? Lo controllo? Oppure la presenza di un cavolo e l’assenza del ricordo a esso legato possono far crollare le mie sicurezze e la struttura che mi tiene in piedi? La vita mi sfugge? 

Anche qui, però, la crisi viene mitigata da quel «con vero stupore» che rende il tutto tragicomico q.b., per restare in tema di cucina.

L’amore, infine.

C’è infatti un amore, o almeno un suo ricordo, un’immagine o un fantasma che alberga tra le pagine. Amore in varie forme, legami detti e taciuti, quasi sempre tenuti all’ombra di una reticenza di protezione. Una sfera sentimentale che si lascia guardare, ammirare anche – per la bellezza con cui si snoda sotto gli occhi del lettore – ma mai capire. Resta un segreto della poetessa, e chi legge lo sa, e se chi legge accetta il patto può far sua ogni sfumatura di quei sentimenti, pur non conoscendone i segreti.

A ogni balzo smottamento scossa
qualcosa tra di noi rimargina: si riassesta.
È la caduta che ci scaglia insieme
nello stesso punto – corpo e corpo
in una unione che non si spiega
con l’algoritmo del ricercatore.
Prende spesso l’amore forme nuove.

Prende spesso, l’amore, forme nuove.

Il talento, invece, non ne ha mai avuta una, ma si riconosce sempre.

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