Un alfabeto e un linguaggio per rappresentare la propria identità. Palin parla con Luca De Santis alias Geekqueer, scrittore e autore del podcast ‘Generazioni’

Si può (provare a) cambiare la mentalità dominante sfidando i preconcetti e una realtà che li foraggia?
Luca De Santis ci ha provato facendo coming out, neanche maggiorenne, negli anni Novanta in Molise, suo luogo d’origine, con non poche difficoltà davanti.

La tematica LGBTQ+ accompagna l’autore sin da sempre in vari suoi lavori.
Da molti conosciuto come Geekqueer, Luca De Santis è uno di quegli autori che si potrebbe definire  ‘crossmediale’: ha infatti scritto libri, sceneggiature per la tv e il cinema, fumetti come In Italia sono tutti maschi, sugli omosessuali al confino durante il Ventennio fascista. Inoltre è un copywriter, ha scritto e scrive su varie testate, è suo il primo saggio al mondo a trattare di personaggi lgbtq+ nei videogiochi e ha anche aperto un blog con la prima community italiana di videogiocatori lgbtq+.

Dopo aver sperimentato vari mezzi e linguaggi espressivi, per Luca è arrivato  anche il turno del podcast e a giugno 2022, in occasione del mese del Pride, la piattaforma Storytel ha lanciato Generazioni, un podcast in sei puntate nel quale Luca si racconta partendo proprio dal suo coming out intrecciato a doppio filo con la storia della comunità LGBTQ+ italiana.
L’esperienza al Cassero di Bologna e al Circolo Mario Mieli di Roma, le voci di chi ha vissuto e ‘creato’ il movimento omosessuale italiano, accettazioni, difficoltà e rifiuti: il podcast è un ‘diario vocale’ che si muove tra pubblico e privato, tra interiorità ed esteriorità.
Gesti politici, storie e voci che ruotano intorno al narratore Luca in uno scambio polifonico intergenerazionale, un teatro a più voci in cui tutte e tutti hanno un ruolo fondamentale alla storia. Una storia queer personale e collettiva che parla di identità e accettazione di sé, di cambiamenti, tecnologia e linguaggio.

L’intervista è a cura di Salvatore Bruno.


Ciao Luca! Intanto, diciamo che è la tua primissima esperienza con i podcast e lo hai fatto raccontando – anche in questo caso, per la prima volta – la tua storia personale a partire dal coming out. Una scelta coraggiosa, direi.
Da cosa nasce l’idea e il bisogno di un lavoro del genere?

Il podcast avendo una componente molto personale ha seguito i suoi tempi e ha raccolto nei mesi che passavano le sue motivazioni. Con Storytel da due anni si parlava di voler creare qualcosa insieme ed è soprattutto grazie alla loro costanza e supporto che mi sono sentito pronto non solo ad affrontare un’avventura come quella di un media che ancora non conoscevo ma soprattutto pronto a mettere in fila esperienze di vita.

Ognuna delle sei puntate porta una lettera di LGBTQ, fino al segno +, che tu chiami ‘punti cardinali con cui orientarsi e comprendere sé stessi’. Quasi un nuovo alfabeto per mettere in discussione sé stessi e attuare un cambio di narrazione della propria identità, qualora necessario.
Pensi che questa ‘rivoluzione’ possa contribuire ad abbattere i pregiudizi sull’identità di genere e sull’orientamento sessuale?

Quell’ alfabeto in realtà lo stiamo costruendo come comunità dagli anni Sessanta. Mi affascina la sua evoluzione, la capacità che abbiamo di esplorazione di noi stessi e di identità che trovano nuove definizioni. Questo vuol dire che siamo vivi, che cambiamo, che miglioriamo. Chi si lamenta delle troppe nomenclature forse non ha compreso ancora quanto sia importante il percorso personale di autodeterminazione: i nomi fanno esistere le cose, aiutano a comprendere, l’importante è non farli diventare categorici. La vera rivoluzione sarebbe iniziare un percorso di autodeterminazione a prescindere dall’appartenere o meno alla comunità LGBTQ+.

Ti si potrebbe definire un autore ‘crossmediale’ per la quantità di mezzi espressivi che hai maneggiato negli anni: dal libro alle sceneggiature, dal fumetto al blog e al copywriting, e ora anche il podcast. 

Tra tutti i linguaggi che hai utilizzato, secondo te il podcast è quello più utile per trasmettere alcuni messaggi?

In realtà, anche se il mio curriculum sembra così vario, sono uno scrittore che ha imparato dalla pubblicità che ogni messaggio ha un media per essere più efficiente e arrivare a un determinato tipo di pubblico. Per indole cerco sempre di parlare a più persone possibile, semplificare e rendere stratificati i messaggi. Il fumetto è stato quello perfetto per portare la storia degli omosessuali durante il Ventennio – o la vita di Leda Rafanelli e quella di Georgia O’Keeffe- nelle scuole del Sud Italia, nei locali notturni, fino alle conferenze con la New York University o il Centre Pompidou di Parigi. Con ‘Generazioni’ forse il lavoro didattico è più evidente, soprattutto per chi in questo momento storico non riesce a orientarsi nell’evoluzione velocissima dei linguaggi, ma soprattutto il podcast ci è sembrato il mezzo più trasversale tra le varie generazioni, appunto.

A proposito di linguaggi, nelle sei puntate rifletti e fai riflettere spesso sul fatto che oggi esista un linguaggio specifico per descrivere la comunità, una delle differenze maggiori tra vecchie e nuove generazioni; parole e concetti che prima non esistevano e che oggi finalmente riescono a descrivere la complessità dell’identità di genere, le sfumature dell’orientamento sessuale e anche della realtà LGBTQ+, che richiedono un confronto. 
Senza contare l’apporto sociale e non di Internet, altro grande spartiacque.
La società è cambiata e quindi anche la narrazione dell’universo LGBTQ+, anche grazie alla tecnologia. Dico bene?

Se oggi le istanze della comunità si concentrano molto sul linguaggio è soprattutto per il tipo di tecnologia che usiamo quotidianamente. Le generazioni della comunità LGBTQ+ precedenti alla mia hanno dovuto inventare un linguaggio che potesse raccontarci all’esterno nel modo più corretto e rispettoso: dovevamo combattere una grammatica che era specchio dei pregiudizi dell’epoca ma per farlo dovevamo prima inventarne una, nessuno lo aveva fatto. Dovevamo inventarci: i gay crearono i gay. Successivamente quel linguaggio si è evoluto nella complessità che ci è dovuta, grazie anche ai collegamenti e alle connessioni con le varie comunità e lo scambio di studi, documenti e dati immediato.

Il tuo podcast è un viaggio a ritroso nella tua storia, quasi un ‘diario vocale’ dei ricordi che si intrecciano a doppio filo con i principali avvenimenti e le evoluzioni del movimento LGBTQ+ italiano. Parli della tua vita e dei vari lavori, della tua militanza al Cassero di Bologna, città in cui ti sei trasferito per la prima volta essertene andato dal Molise, poi del Circolo Mario Mieli di Roma, la tua seconda città. Ma il podcast insegna anche molto della storia del movimento LGBTQ+ mondiale, del primo World Pride di Roma e altri nomi ed eventi che lo hanno caratterizzato, magari poco conosciuti dalle nuove generazioni.
Le voci dei personaggi che hai intervistato sono attori e attrici nella tua narrazione, ad esempio Porpora Marcasciano, Beppe Ramina e Camilla Ranauro, per definire al meglio tutta la trasversalità della comunità LGBTQ+.
Quale pensi siano i punti di contatto e quelli di lontananza con le nuove generazioni che animano la comunità? Mi verrebbe da pensare che il nome del podcast calchi proprio questo confronto…

Vorrei pensare più alle cose che ci uniscono che a quelle che ci allontanano, lo trovo un ottimo esercizio. E sicuramente, senza rovinare troppo il finale e l’ultimo episodio del podcast, quel punto in cui si incontrano tutte le generazioni è il senso di comunità.

l percorso di autodeterminazione che siamo chiamati a fare in quanto persone LGBTQ+, rispetto ad altre minoranze, nasce da un senso di esclusione: anche la nostra stessa famiglia spesso non può comprenderci appieno, ed è per questo che a qualunque età o da qualunque Paese, il senso di appartenenza è fondamentale per la nostra formazione sociale, politica ma soprattutto sentimentale.
Abbiamo bisogno di conferme che possono arrivare dalle rappresentazioni, ma ancor più da modelli, guide, maestr* o semplici compagn* pront* ad abbracciarci.

Nella prima puntata, inoltre, elenchi anche nomi della cultura che ti hanno ‘educato’: André Gide, David Lewitt e Christopher Isherwood, oltre a Pedro Almodóvar, Bob Fosse, James Ivory e Pasolini, al quale è dedicata la nostra area umanistica.
Pensi che la letteratura, l’arte, il cinema e la cultura in generale abbiano (o possano avere) ancora un ruolo fondamentale nella ricerca e nell’accettazione di sé, oltre a essere uno dei motori della società civile, oppure c’è solo disillusione?

Se non si è rappresentati non si esiste. L’amore che non osa dire il suo nome. L’indicibile che se lo dici esiste. È talmente potente nella società la rappresentazione che l’arma usata dai nostri nemici e da chi ha voluto storicamente combatterci è sempre stata la rimozione. Toglierci il nome, toglierci la parola, toglierci gli spazi. Ma i nostri corpi sono politici: guarda cosa succede ogni anno solo scendendo in strada per i Pride. Ti viene in mente qualcosa di più incredibilmente potente che ogni anno smuove, indigna, scuote, esalta, glorifica, che il semplice scendere in strada ed “essere”? L’arte fa questo ogni giorno, fa rivoluzione quotidiana, e basta solo aprire un libro o premere play. La cultura ci dà gli strumenti per quel percorso di autodeterminazione, ma non cade dal cielo, abbiamo bisogno di persone che ci guidino. In questo sento e confido nella responsabilità delle generazioni. In questo sentimento ho sentito il bisogno di scrivere e registrare un podcast come quello di Generazioni.

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