La scena di un famoso film noir norvegese (ovvero cosa fare delle idee nate in pausa pranzo)

Bentornati, cari lettori, all’angolo del Bricolage letterario… 

Avvicinatevi e prendete posto al tavolo degli scrittori strampalati, non siate timidi. Non vi meraviglierete più, se mi prendo certe libertà con voi. Continuo a leggere con curiosità i vostri lavori, e a immaginare tutto ciò che potrete (e potremmo) fare alla fine del nostro decalogo. Anche questo mese mi piacerebbe ricevere da voi racconti, bozze, idee, per ispirarci vicendevolmente nel nostro piccolo circolo di dilettanti letterati. Ci aspetta un futuro di narratori, di sagaci osservatori del reale? Forse. Ma, nel frattempo, divertiamoci, giochiamo un po’ con il nostro acerbo talento. 

Oggi sono particolarmente felice di bere con voi una tazza di caffè e di godere insieme di questo intenso tramonto estivo. I sensi si risvegliano, torniamo a sorprenderci, il grigiore della città lascia posto al canto della campagna, per chi ha la fortuna di scappare via. Non è quindi forse arrivato il momento di scrivere? Chissà…

Prima di iniziare l’esercizio di oggi, con cipiglio da insegnante, vi chiedo: avete fatto i compiti assegnati? Avete fatto una lunga passeggiata (o una corsa) ed esercitato i vostri muscoli creativi? 

Ma, soprattutto, avete preso appunti?

Io l’ho fatto, ed ecco che cosa ho visto. 

Passeggio, durante una pausa pranzo, in centro a Venezia, nei pressi di Campo dei Frari. Una biondissima e altissima troupe (di parvenza vagamente scandinava) sta girando una scena misteriosa, in una lingua che non capisco. Il regista comunica torvo con una giovane ragazza corrucciata, che lo guarda in attesa del ciak. Per qualche ragione, mi convinco che si tratti di un film dalle tinte fosche, di un thriller o un noir. Mi fermo, osservo, cerco di non disturbare ma… inciampo nei cavi audio e quasi ruzzolo di fronte alla telecamera. 

I’m sorry, I didn’t mean to bother you!

Andando via, imbarazzata, non posso fare a meno di chiedermi: che cosa succederebbe se, nel mezzo di una scena di un noir norvegese, un’osservatrice  casuale finisse fra i due algidi attori imbronciati, interrompendo una confessione d’amore, o un piano criminale? Se quella scena finisse in un film per davvero?

Capolavoro del cinema indipendente! Regia d’avanguardia! L’austero regista viene invitato a Cannes, a Toronto, nei talk show di Oslo, Malmö, Helsinki, Bergen. Torme di critici da tutto il mondo pronti ad analizzare quel singolo frammento di pellicola nell’attesa di trovarne la giusta interpretazione, si scrivono articoli scientifici, tesi sperimentali… Metafora della caducità della vita? Intendo dissacrante verso il cinema istituzionale?

Mi perdo in un delirio di creatività, in sciocche fantasticherie: una dopo l’altra, le scene della mia disavventura finiscono disordinatamente nel mio taccuino, e penso e ripenso a questa storia in cui il cinema d’essai nordeuropeo viene sconvolto dalla caduta di una pendolare sbadata. 

Ma la smetto di blaterare.

Avete l’idea, avete le scene: che cosa fare bisogna fare ora? 

C’è chi si metterebbe subito a scrivere, lanciandosi alla velocità della luce verso il primo tavolino libero di un bar per non perdere l’ispirazione. E c’è chi, come il nostro amico Quiroga, suggerirebbe un altro modus operandi: aspettare.

Non bisogna scrivere sotto l’influsso dell’emozione. Lasciala morire, e poi evocala. Se sei capace, allora, di viverla di nuovo com’è stata, sei arrivato alla metà del cammino.

Mesi dopo l’episodio del film noir norvegese, quella storia ha la stessa potenza narrativa che aveva nel momento in cui ho avuto l’ispirazione? Vale davvero la pena di scriverci un racconto? Direi di no… si tratta di un mio capriccio letterario. Per riconoscerlo, è quindi importante saper gestire l’impulso dell’ispirazione.

Come gli stimoli infiniti di un racconto di Borges, il mondo si apre di fronte ai nostri occhi in un labirinto di possibilità. Che ci prendiamoci il tempo di apprezzarlo, e di sviscerarlo, in attesa di posare la penna sulla carta, o che lo divoriamo con ingordigia, l’importante è destreggiarne gli impulsi. 

Io, personalmente, faccio mio il suggerimento di Quiroga, e anche di Pavese, quando dice, con dolcezza, che non è la calda ispirazione che crea l’idea felice, ma l’idea felice che crea il calore ispirato.

E voi, come vi comportate di fronte all’ispirazione? Prima di passare al vaglio di lettori o di commentatori, di spregiudicati critici e benevoli editori, passate al vaglio del tempo?

Che cosa fate, insomma, delle vostre idee nate in pausa pranzo?

Vi chiedo dunque un atto di pazienza. Ordinate le vostre idee, e aspettate qualche giorno. Lasciate ribollire il calderone. Poi, calibrate con cura le prime tre parole del vostro racconto, e inviatemele a raccontofaidate@palinwebmagazine.it

Racconto consigliato del mese: La morte e la bussola, J. L. Borges


Fonti:

  • Horacio Quiroga, Manual del perfecto cuentista, 1927
  • Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 1952

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