Imparare a pensare per non mentire alla mente

ménte s. f. [lat. mens mĕntis, affine al lat. meminisse e al gr. μιμνήσκω «ricordare»]. – 1. Il complesso delle facoltà umane che più specificamente si riferiscono al pensiero; quelle intellettive, percettive, mnemoniche, intuitive, volitive.

Nella vita nostra non si dà vòto, se non quando la mente, per qualsivoglia causa intermette l’uso del pensiero.
Leopardi

Negli ultimi giorni, leggendo il romanzo d’esordio di Giulia Serughetti Amore assoluto e altri futili esercizi (marcos y marcos), mi sono imbattuto in questo passo:

Roma è la mia città. Ma posso dire mia? Mia rispetto a chi? Più mia che di qualcun altro? La possiedo? Io on la sento mia, diciamo che abbiamo una convivenza piacevole con picchi di isteria e passione. E solo perché è bella e a me la bellezza mi imbroglia sempre. È l’aggettivo “mio” che mi urta. E mi urtano le persone che usano gli aggettivi possessivi. Il nostro paese, la nostra cultura, la nostra pizza. Ma che l’hai inventata te la Margherita? 

Due sono gli assunti fondamentali da cui partiamo: 

Quando interveniamo e cambiamo l’essenza di una cosa pratichiamo una forma di violenza. 

Quando nel concetto universale di umanità si introduce il concetto di razza e genere si compie un gesto di violenza. 

Poniamoci per un secondo su un gradino più alto.
Camminiamo con passo lento e cauto, come se la lastra fosse sottile e una piccola crepa potesse mandare tutto in frantumi. Guardiamo al linguaggio, alle immagini e al sottile strato che li divide, che fa da schermatura e contemporaneamente li incanala: le parole.
Ora proviamo a pronunciarne un paio.

La prima: cane

A ognuno di noi verrà in mente un amico a quattro zampe. Ad ognuno di noi verrà in mente un cane diverso, forse. Ad alcuni l’immagine del proprio cane, ad altri quello della razza preferita. Questo perché tutti, o quasi, hanno avuto a che fare con un cane nella vita. 

Proviamo con la seconda parola: leone

Questa già risulta essere più standardizzata. Immagini diverse per alcuni, molto simili per altri, identiche per la maggior parte. L’esperienza, nel caso del leone, è il risultato della mediazione operata da altri dispositivi che trascendono il contatto diretto: dispositivi narrativi, fotografici, video che fanno si che l’immagine, il significante di quel leone, sia già di per se la costruzione e l’assemblaggio di altre elaborazioni mediatiche. 

Il leone comunemente inteso è il riferimento alla semantica della parola stessa, e questa costituisce un punto di partenza per comprendere la differenza tra le qualità che l’esperienza diretta comporta e la quantità di informazioni indirette date per certe, o che il linguaggio veicola. Pochi hanno visto un leone, ma sappiamo benissimo come strutturare tutte le associazioni riconducibili alla parola.

La ragione moderna non ha fatto altro che appropriarsi delle parole, di corpi, di storie comuni e rese asettiche nel loro essere riproposte a modello unico e imperante. Fondata sulla rimozione dell’altro, sull’esclusione, sull’individuazione di un Altro da sé che noi possiamo chiamare follia, inconscio, e che spesso diventa l’Altro, la ragione doveva mettere a distanza categorie e tipologie umane in cui destinare delle scale valoriali precise: il nero, l’orientale, la donna. Tutte entità e soggetti da distanziare dalla classe dominante, associando a questi gruppi sociali delle sensazioni pervasive e costitutive di loro stessi.

L’uomo si costruisce su principi di sovranità che permettono di separarsi da tutto ciò che poi viene posto addosso a determinate categorie. Abbiamo necessità di ritagliare la nostra identità di coscienze parlanti, di individui riconoscibili e riconosciuti a loro volta da altre piccole nicchie.
È la ricerca del porto sicuro che la mente anela, alacremente.

L’interrogativo, dunque, è il seguente: abbiamo bisogno di mentire alla mente? Di raccontare una verità creata, assemblata da multiformi spicchi di realtà parcellizzati, squarciate, senza un filo ad unirle?

Non è un problema di matassa, ma di ricucire (scucire in alcuni casi o meglio espellerli come per peristalsi). L’inganno in cosa consiste? Nell’assolutizzare quelle piccole particelle.
Se la verità, la possibilità di cogliere l’essenza delle cose è sempre più lontana se non in presa diretta, “esperienziale”, allora il resto è veicolato da un’intenzione, una fase di codifica e un’altra di decodifica, e di mezzo l’obbiettivo, la ragione ultima di un progetto linguistico, culturale, predittivo e orientativo di pratiche sociali.

Parliamo, dunque, o di menzogna inconsapevole o di “volontà” con cui il linguaggio, le immagini e le pratiche culturali vengono contaminate da logiche e poteri differenti: parliamo di un immaginario legato a doppio filo all’emergere fin dagli anni Venti della cultura di massa; per cui gli oggetti vengono risignificati e le idee diventano strumenti per innalzare una torre di potere; fino a convincerci di una sola realtà.

E qui continua il ragionamento della Serughetti:

“Il problema degli aggettivi possessivi non è solo che se dici che una cosa è tua, anche una cosa astratta come i confini di un paese o perfino un essere umano, ti stai mettendo in una posizione difensiva, dai più importanza al possesso in sé piuttosto che alla materia in questione. Il vero problema, poi, è che finisci per crederci; credere che quella roba astratta, come l’arte di un paese o l’essere cittadini di serie A, o quella persona, che sia tuo figlio o tua moglie, siano effettivamente una tua proprietà.”

La sfida diventa il non ingannarci, l’esserci il più possibile, presenti e non distratti, riappropriarci di ciò che è stato sottratto, mettersi in ascolto in veri punti di contatto, per comprendere quegli “echi di porti lontani, migliori perché stranieri” (Dickinson)

Una rivoluzione consapevole.

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