I nostri corpi non hanno idea di quello che succede ai loro. Palin legge ‘Mediterraneo. A bordo delle navi umanitarie’ di Caterina Bonvicini e Valerio Nicolosi

Nella rubrica ‘Palin Legge’ si parla di Mediterraneo. A bordo delle navi umanitarie, scritto da Caterina Bonvicini e edito da Einaudi, con un saggio e le fotografie del fotoreporter Valerio Nicolosi.
Cosa significa fare salvataggio nel Mediterraneo? Cosa succede a bordo di una nave umanitaria? I due autori lo hanno capito e raccontato salendo a bordo.

«I nostri corpi non hanno idea di quello che succede ai loro, e questo è il primo grande limite all’empatia»

In una canzone di Brunori SAS, Al di là dell’amore, contenuta nell’album CIP! del 2020, tra i versi più intensi del testo ci sono i seguenti: 

E vedrai che andrà bene
Andrà tutto bene
Tu devi solo smettere di gridare
E raccontare il mondo con parole nuove
Supplicando chi viene dal mare
Di tracciare di nuovo il confine fra il bene ed il male



Proprio in Mediterraneo. A bordo delle navi umanitarie’ , edito da Einaudi, Caterina Bonvicini
scrive del mondo, quello dei migranti ma anche del caleidoscopio di vite e di morti, e lo fa con parole nuove e che rinnovano la memoria e la coscienza.
Ogni parola è al posto giusto, senza compromessi stilistici: una parola nuda, asciutta e potente al tempo stesso, capace di trasportare chi legge e metterlo dalla stessa prospettiva di chi racconta. Utilizzando magistralmente la sua abilità di narratrice, restituisce tutto ciò che si prova a fianco di chi il Mediterraneo lo guarda e lo vive da una prospettiva unica, cioè a bordo delle navi Ong.


Un Mediterraneo sterminato e spesso crudele, che rimescola le convinzioni e le paure di noi europei e costringe a reinventarsi, un mare sterminato capace di distorcere il tempo e la percezione che si ha di esso, dove nulla e tutto diventa eroico.
Soccorritori e soccorsi, tutti parte di un’unica vicenda umana livellata e ridotta all’essenziale su quella sottile linea che in mare separa vita e morte, protagonisti di una narrazione vivida e scarnificata ma al tempo stesso delicata e rispettosa di quella «umanità che viaggia inclinata». Leggendo, si ha davanti la trascrizione fedelissima di esperienze personali, di emozioni e sensazioni, oltre a una una galleria di storie di vite dedicate al prossimo che gravitano intorno all’autrice. Quello di Bonvicini è un racconto personale e polifonico che sbatte in faccia la realtà più cruda ed estrema del Mar Mediterraneo, comunque la si pensi, che ci piaccia o meno. 


Ma è anche un libro che fa dono di un linguaggio nuovo, quasi una ‘lingua mediterranea’. Già diversi capitoli del libro hanno nomi tratti dal lessico tecnico che si impara a bordo delle navi, per dovere e per necessità di comprensione: termini come distress, Sar, pos, diventano parte integrante di una comunicazione nuova e un nuovo parlare, un’unica lingua che unisce chi salva, chi sta annegando in mare e chi smista ordini dalla terraferma. Le quasi duecento pagine regalano una descrizione chirurgica nella quale i dettagli, pure quelli più crudi, diventano essenziali ai fini della nostra comprensione di occidentali; dettagli che mettono in ordine ciò che pensiamo e sappiamo e lo mischiano con ciò che ignoriamo, dettagli che risalgono a galla come i relitti che spesso riaffiorano nel vasto mare nostrum dopo i tanti naufragi di cui è costellato.

Perché Mediterraneo è mare nostrum ma la disperazione è soprattutto la loro, dei migranti.
Sono loro a tessere la trama principale di un dramma collettivo fatto di singole, isolate esperienze, tra chi è tratto in salvo e chi rischia per farlo, vittime di meccaniche politiche scellerate. Ed ecco che il racconto mette a nudo anche l’altra faccia dell’Europa e delle politiche italiane ed europee sui migranti. Le parole di chi disegna nuove rotte in mare sono specchio del frutto delle scelte dei governi, che subisce chi vive nel lato ‘sbagliato’ per uno scherzo della geometria del mondo: un mondo che, attraverso i loro sguardi e le loro storie, riaffiora in una prospettiva spietatamente inedita.

A metà del volume, un monito a riflettere anche attraverso lo sguardo: una galleria di fotografie nate proprio a bordo di quelle navi Ong prima osannate e poi ostracizzate dalla politica, scattate dal fotoreporter Valerio Nicolosi nonché autore del saggio in chiusura del libro. 

Proprio in questo saggio si ritrova un insegnamento che chiude degnamente il racconto che lo precede:

Le rotte mutano in continuazione, dove i governi alzano un muro le persone trovano un modo per aggirarlo.

Scritto in un momento storico turbolento, che vede l’anteprima di una potenziale guerra di portata mondiale alle porte dell’Europa , quello di Bonvicini e Nicolosi è un libro coraggioso che sfida la retorica dell’accoglienza ricreando nuove coordinate, valide anche per quella opposta, quella di chi opera in senso avverso; in mare, su una nave, come scrive la stessa Caterina Bonvicini «non c’è posto per la retorica», e anzi, proprio la retorica viene completamente ribaltata in favore di una narrazione vera e vissuta.
Nella sua estrema schiettezza, la scrittura di queste pagine ci insegna dinamiche a noi estranee mentre ci rinfresca la memoria su altre, raccontando un’epica macabra puramente contemporanea nella quale l’unica battaglia da vincere è quella per la vita.

Come si può capire qualcosa dalla vita, e capire a fondo sé stessi,
se non lo si è imparato dal mare?  
Federico García Lorca

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La porta d’Europa.
Illustrazione di Cammamoro

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