Corpo di scena. Don Giovanni e la storia di Caterina che per otto anni vestì da uomo

La notte del 7 giugno 1743 un servitore viene ferito mortalmente durante una fuga d’amore. Si tratta del famoso donnaiolo Giovanni Bordoni: l’ispezione del suo corpo condurrà però a un grande colpo di scena.

È il 1743, una calda sera di giugno nella campagna toscana, e Giovanni Bianchi viene informato dal suo cameriere del ritrovamento nell’Ospedale di Santa Maria della Scala del cadavere di un giovane incontrato anni prima. Il giovane, conosciuto con il nome di Giovanni Bordoni, da anni prestava irreprensibilmente servizio presso le famiglie facoltose dell’aretino; l’unico rimprovero che fosse possibile muovergli era la smodata passione per le donne. E fin qui, nulla di strano che potesse spiegare la curiosità suscitata da questa storia nei quattro angoli del Granducato.
Ma gli inservienti dell’ospedale, rimuovendo i vestiti dalla salma, videro rivelarsi di fronte a loro qualcosa di insospettabile: sotto agli abiti del donnaiolo si nascondeva in realtà un corpo femminile, quello di una giovane romana, Caterina Vizzani.

Oggi conosciamo la storia di Caterina grazie a Giovanni Bianchi, medico e professore di anatomia all’Università di Siena, che con la sua decisione di ricostruire questa vicenda ha regalato agli studiosi contemporanei un importante documento per approfondire una tematica tradizionalmente bistrattata, la storia dell’omosessualità femminile. Ci ha fornito inoltre una panoramica storica delle teorie su quest’ultima, rivelando così visioni e concezioni del corpo femminile che ancora oggi influenzano la vita di milioni di donne.

L’opera è sì scritta da un uomo, un uomo tuttavia mosso da un fervente interesse scientifico: il professor Bianchi non si arrese alle tradizionali risposte che giungevano dalla medicina, dal diritto e dalla morale del tempo sulle ragioni per cui alcune donne si dimostravano attratte da altre donne.

La storia di Caterina inizia a sedici anni, quando, scoperta la relazione con Margherita, sua compagna di cucito, sarà costretta a fuggire, adottando da quel giorno l’identità maschile di Giovanni Bordoni. La giovane troverà lungo la strada l’aiuto e il sostegno di numerose persone, tra cui la famiglia e un canonico di Trastevere, che la raccomanderanno come “servitore” dapprima a un nobiluomo di Perugia, infine ad Arezzo, dove si concluderà, tragicamente, la sua avventura. 

Proprio ad Arezzo, presso il Vicario, Giovanni/Caterina ottenne la sua fama di donnaiolo:

Un solo difetto il Vicario che era uomo assai severo in lui riprendeva, che troppo le femmine vagheggiava, e in questo troppo disonesto gli parea; perciocché Giovanni per essere più grato alle Donne in tutto un maschile portamento, e un libero parlare usava.

L’umanità senza tempo di questa vicenda emerge anche nelle azioni del canonico e dei genitori, non scontate oggi e modernissime al tempo. Al chierico, lamentatosi per i comportamenti dissoluti di Giovanni presso il nobiluomo, il padre candidamente rivelò sorridendo «Signore, sappiate che quel mio figliuolo non è maschio altrimenti, ma è femmina». Fu quindi la riservatezza del canonico che permise alla giovane di mantenere comunque il proprio incarico.

Torniamo ora al lavoro di indagine del dottor Bianchi e agli interrogativi sorti riguardo alla vicenda della giovane Caterina: perché Caterina vestiva da uomo?
Il fatto che una donna vestisse da uomo non era di per sé una novità, nell’Europa preindustriale. Il tema dell’inversione del ruolo femminile-maschile era diffuso: durante il Carnevale, per trovare lavoro e per poter accedere a posizioni riservate al sesso maschile come il marinaio o, più semplicemente, per viaggiare e aver accesso a quelle possibilità che a una donna non erano concesse fintanto che non si fosse sposata. 

Non era questo il caso di Caterina, ma restava un’altra, inconsueta ipotesi: che la ragazza indossasse gli abiti di Giovanni Bordoni per amore di qualcuno. Anche questo era un costume presente all’epoca: alcune donne si travestivano da uomo per stare vicine al marito sulle navi o nel lavoro. Caterina aveva scelto di assumere identità maschile sì per amore, ma per amore di una donna; grazie a questo stratagemma la giovane romana riusciva a corteggiare e frequentare le ragazze di cui si innamorava. Tale rivelazione apriva per il medico senese un altro grande interrogativo: perché le donne si innamoravano di altre donne?

Bianchi nel corso dell’opera vaglierà numerose tra le ipotesi più diffuse nel corso dei secoli riguardo alla diffusione dell’omosessualità femminile. Forte di grande curiosità scientifica e onestà intellettuale, il professore smentirà due delle più comuni interpretazioni sull’omosessualità femminile in età moderna. La prima attribuiva il desiderio omoerotico a fattori anatomici, sostenendo che dipendesse dalla conformazione del clitoride femminile: si riconosceva una connessione causale fra la dimensione del clitoride e la passione delle donne per altre donne. Questa teoria a partire dal Seicento si affermò fra tutti i principali filosofi e medici europei.

Sin dall’antichità i medici arabi e greci avevano sostenuto in più occasioni come l’organo potesse assumere grandi dimensioni, spingendo le donne (dette tribadi) ad avere rapporti sessuali sia con gli uomini sia con altre donne; un celebre medico francese scriveva che «alcune donne abusano del clitoride al posto del membro virile e si accoppiano insieme e sono dette confricatrices». È interessante notare come sin dall’antichità la medicina e la scienza riflettessero la struttura patriarcale e fallocentrica della società, dove quindi il corpo femminile era analizzato per contrasto o similitudine rispetto a quello, archetipico, maschile. L’analisi sul corpo della ragazza confutava tuttavia l’eventualità che fosse una tribade, così come quella che potesse essere un ermafrodito.

La seconda teoria era che l’omosessualità derivasse da un ambiente moralmente depravato; ma come abbiamo potuto vedere dalla maturità e modernità dell’ambiente familiare da cui Caterina proveniva, nemmeno questa ipotesi riuscì ad attecchire. Giovanni Bianchi si rese quindi conto che queste teorie non servivano né potevano spiegare i sentimenti di Caterina Vizzani: il suo amore per le altre donne non era riconducibile né alle peculiarità del suo corpo né a una generica dissolutezza dei costumi. 

La sua ricerca spinse Bianchi a confrontare l’esperienza di Caterina con altre donne celebri che nel passato avevano provato gli stessi sentimenti della fanciulla romana, cercando quindi di collocarla in un gruppo sociale preciso: le donne che si innamoravano di altre donne. Dalle Metamorfosi di Ovidio all’Orlando furioso, alla poetessa greca Saffo, la storia era ricca di donne come Caterina:

Le vicende di quella donna, […], [hanno] molto [a che fare] con quei [costumi] de’ Greci e spezialmente con quei di Saffo e dell’altre donzelle di Lesbo. 

Quella di Caterina (e del suo scopritore Giovanni Bianchi) è una storia di modernità e coraggio, brillantezza intellettuale e risolutezza. La giovane che suscitò tanto interesse nel professor Giovanni Bianchi aveva molto in comune con le lesbiche contemporanee. Durante la sua giovane vita Caterina riuscì a mostrare lo stesso – pur forse inconsapevole – forte senso di autonomia, di realizzazione e tenacia nell’affrontare le innumerevoli e diffuse insidie del suo tempo.

Articolo di Nicola Scroccaro


Fonti:

M. Wiesner e A. Groppi, Le donne nell’Europa moderna, Torino, Einaudi, 2003.
M. Barbagli, Storia di Caterina, che per ott’anni vestì da uomo, Bologna, Il Mulino, 2018.

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