Corpo come soggetto, come oggetto. Flashes sui confini labili della percezione corporale

Dal vocabolario Treccani:

còrpo s. m. [lat. cŏrpus «corpo, complesso, organismo»]. – 1. a. Termine generico con cui si indica qualsiasi porzione limitata di materia. Più propriam., in fisica, insieme discontinuo di elementi di materia (corpuscoli o particelle) a cui si attribuiscono le proprietà di estensione, divisibilità, impenetrabilità, e cioè le proprietà macroscopiche della materia.

Estensione, divisibilità, impenetrabilità: se penso a un corpo penso al corpo di un uomo o di una donna, non a una massa, «una qualsiasi porzione limitata di materia», come se le due cose fossero distinte, come ci fosse una teleologia. Mi sono reso conto della contiguità tra oggetto e soggetto quando ho visto il corpo di mio padre immobile nella bara. Immediatamente mi fu chiarissimo che quello non era più chi credevo che fosse, e lo era ancora comunque, quella era l’impronta di mio padre. Il corpo morto è oggetto, subisce azioni: è, sì, ancora un organismo, perché muta (si gonfia, cambia colore), ma ha perduto la logica prevista dalla sua natura, quella logica che gli abbiamo attribuito, che lo rendeva corpo umano, fisico, o meglio, metafisico, oltre la materia, i corpuscoli o le particelle. Al di là delle ideologie e alle loro implicazioni sociali, trattare il corpo umano come materia crea ancora scandalo. Il corpo privato del movimento, della parola, o più in generale, dell’azione, suscita sempre reazioni mostruose: Marina Abramovic in Rhythm 0; il monaco buddista del ’63 che si da fuoco in diretta tv a Saigon; il bambino di tre anni Alan Kurdi morto sulla spiaggia; il corpo vivisezionato, aperto, strappato, modificato e ricucito in una sala operatoria. Il corpo costretto, immobilizzato, abusato, come i corpi di Salò o di Nynphomaniac, i corpi stravolti di Trainspotting, dello Zoo di Berlino. La mano e la farfalla, glaciali, nella scena finale di Madre e figlio di Sokurov, e la guancia ancora rosea del ragazzo: sono due cose distinte, il mondo degli oggetti e il mondo dei soggetti. Il corpo totale di un malato, come nella Montagna incantata di Thomas Mann. 

Artaud direbbe:

Là dove si sente la merda
si sente l’essere.
L’uomo avrebbe potuto benissimo non andare di corpo,
non aprire la tasca anale,
ma ha scelto di andare di corpo
come avrebbe scelto di vivere
invece di acconsentire a vivere morto.

Essere e corpo, nell’umano, sembrano qualità contigue, quasi a dirci: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Il corpo come espressione o simbolo, metafisica e fisica insieme, come religione. Nijinskij, il ballerino più scandaloso d’Europa, e Pina Baush, ma anche il fisico di Arnold Schwarzenegger e il culturismo. 

Poi il superamento del corpo come utopia, tecnoutopia, il superamento della materia e la sua ineluttabile trasformazione, e quindi il superamento del tempo, la ricerca della durata, da Frankestein a Metropolis, fino al postmoderno giapponese Tetsuo: the Iron Man, dove il culto del corpo diventa follia, e l’auto-innesto di componenti metalliche inverte il movimento, da fuori a dentro, e di nuovo Schwarzenegger come un cyborg in Terminator. L’uomo si rapporta con l’automa da sempre, diventa questo una sorta di personificazione del “doppio” considerato parte inalienabile del proprio passato e viene visto come una potenziale minaccia, una specie di riflesso, come se ci guardassimo allo specchio e vedessimo la nostra versione robotica, un nostro sosia, una sorta di replica che ci incute perlopiù angoscia ed orrore in quanto espressione di un passato concluso, inalterabile ed immutabile. L’automa diventa parte di quei fenomeni vitali già completamente dispiegati e attuati, privi cioè di ogni possibilità evolutiva e visti dunque come manifestazioni diaboliche. Il robot, l’androide ed il cyborg nascono, più o meno in contemporanea, nel Novecento a ridosso degli anni Venti, ma è soprattutto grazie alle storie ed ai racconti fantascientifici americani degli anni Settanta che essi acquistano caratteristiche singolari, peculiari e distinte assumendo quindi una loro propria soggettività. Nelle illustrazioni i robot venivano generalmente rappresentati così: 

Immagini un uomo dal corpo di metallo nero e lucido, anziché di carne: un grosso cilindro di metallo, che al posto delle gambe abbia quattro arti metallici simili alle zampe di un ragno, e al posto delle braccia quattro tentacoli pure metallici, simili a quelli delle piovre. L’essere era così: non era molto più alto di un uomo normale, e al posto della testa, sul corpo cilindrico, c’era un cubo, una scatoletta squadrata che poteva girare in ogni direzione. Su ognuna delle quattro facce del cubo c’era un disco di morbida luce bianca. 1[E.Hamilton, The Comet Doom (1928); tr. it. La cometa, in Robotica, a cura di S. Pergameno, Ed.Nord, Milano 1980]

Ma ciò che avviene quando ci imbattiamo in un androide, face to face, con risvolti sul piano sociologico, è un misto di fascinazione e repulsione; per spiegare la sensazione i sociologi hanno coniato il termine “Uncanny Valley” (letteralmente zona perturbante o valle perturbante) secondo cui l’essere umano inizialmente prova un senso di familiarità nei confronti di questi robot antropomorfi ma più la somiglianza appare evidente, al punto in cui l’estremo realismo risulta del tutto evidente, subentrerebbe un calo delle reazioni emotive positive destando sensazioni spiacevoli come repulsione, ansia e inquietudine. Tutte queste altalenanti sensazioni che portano l’essere umano nuovamente a mettersi in discussione giocano sull’inconscio e sulle paure e tutte queste fobie riconducono a una e una sola grande paura: la morte, l’annientamento, la fine. 

Forse solo nella fotografia i piani combaciano: il tempo e lo spazio, il movimento e l’assenza di movimento, la vita e la morte, il soggetto e l’oggetto, il corpo-umano e il corpo-corpo. A differenza del cinema, per Barthes la foto è “indialettica”: «se la dialettica è quell’idea che domina il corruttibile», la fotografia «è il teatro morto della Morte, l’impedimento del Tragico», che esclude qualsiasi catarsi. Nella fotografia il tempo è ostruito. La fotografia ha a che fare con la crisi della morte che investe la seconda metà del XIX Secolo, costituisce l’irrompere di una morte a-simbolica al di fuori del mito e del rito. È il suo supporto materiale, la pellicola, ad essere corruttibile, e così la fotografia, sebbene testimonianza certa, rimane effimera, al contrario del monumento, che rendeva eterno il ricordo in qualche modo trascendendo la morte. Ciò che scompare insieme alla foto, non è solo la vita, ma l’amore: «Davanti all’unica foto in cui mio padre e mia madre sono ritratti insieme, di loro che so che s’amavano, io penso: ciò che sta per scomparire per sempre è l’amore come tesoro; infatti quando io non ci sarò più, nessuno potrà più darne testimonianza: non resterà altro che l’indifferente Natura». La foto del condannato a morte e la sua didascalia: «è morto e sta per morire».

No, non solo nella fotografia, non pienamente in essa. È nell’Apollo e Dafne di Bernini che il corpo si esprime in tutte le sue possibilità. Nella rappresentazione iperrealistica di una metamorfosi fantastica che il movimento si esprime nell’immobilità e nell’incorruttibilità del marmo bianco, nella sua fusione perfetta. Minerale, vegetale e carnale; fragilità e robustezza; lo slancio e la stasi; il tempo che si ferma e che comunque continua; la tensione tra umano e sogno divino; amore e il suo rifiuto; morte e immortalità. La rappresentazione della trasformazione di un corpo come simbolo della tragedia umana nel momento esatto del passaggio, nel suo eterno compiersi. Dafne muta trasformandosi in albero nella mitologia, nello stesso modo un corpo umano, Dede Koswara, affetto dal papillomavirus umano (HPV)39 si presenta con i piedi e le mani come le radici di un albero. Il soggetto uomo-albero diviene caso concreto di ciò che può succedere nella zona ibrida, indefinita, dove si divide l’interno dall’esterno, il reale dall’irreale, il visibile dall’invisibile. Dall’albero oggetto fisico, si passa all’uomo oggetto intimo attraverso un mito che diventa realtà. Quando parliamo di corpo, forse, di questo stiamo parlando: del labile confine tra realtà e sogno, ancora e ancora.

Articolo di Riccardo Frolloni

Lascia un commento