Sul corpo, confini e giudizi

còrpo s. m. [lat. cŏrpus «corpo, complesso, organismo»]. – 1. a. Termine generico con cui si indica qualsiasi porzione limitata di materia.

In tutta l’evoluzione dello spirito, si tratta forse del corpo.

Scriveva Nietzsche. 

Il corpo è la grande macchina sensoriale moderna; un filtro attraverso cui passa la liberazione del presente. Il linguaggio vi è strettamente legato, come teso a liberarlo. La società sembra invece tesa a conservarlo, curarlo, esporlo. Il corpo è al centro dell’esperienza di ogni contatto. 

Il corpo è anche un gioco di specchi: quello della deformazione progressiva di corpi Altri e perciò lontani; quello di voci di porti stranieri ed echi di migranti; quello di un ‘assemblaggio vertiginoso’, come direbbe Achille Mbembe, cui è soggetto. Il corpo, o la sua percezione, viene definito da forme ideologiche capaci di plasmarne il senso, rimodellarlo. Appare necessario accordare maggiore attenzione, dunque, all’esame della categoria del corpo; con una riflessione intorno allo stesso spazio in cui si trova non solo ad agire e relazionarsi, ma anche a essere recluso. 

Ci sono molte storie esemplari del rapporto tra corporeità e potere. Particolarmente significativa, fra queste, è Nella colonia penale (In der Strafkolonie) di Franz Kafka, uno scritto del 1914.  In poche, dense pagine l’autore sviluppa una lucida riflessione sulle tematiche della colpa, del giudizio e dell’autorità. In questo racconto Kafka restituisce un forte impatto visivo, sezionando ed esibendo le contraddizioni intrinseche alla categoria di potere. Nello specifico, è possibile intravedere numerose convergenze fra il testo kafkiano e i concetti elaborati dal paradigma biopolitico, specie in riferimento a pensatori come Michel Foucault o Giorgio Agamben. 

Il testo è una densa panoramica su cosa significhi denominare il corpo partendo dalla relazione tra violenza e legge, e come il corpo sia soggetto a queste due forze. Ognuno dei protagonisti, individuati tramite il ruolo svolto nella gerarchia della colonia, l’Ufficiale, il Condannato, il Soldato e l’Esploratore, è contraddistinto da una peculiare attitudine nei confronti dell’amministrazione della giustizia all’interno della colonia. Ogni loro rapporto gerarchico sembra definirsi mediante la relazione che ognuno intrattiene con la Macchina. 

La situazione del Condannato kafkiano è paragonabile a quella vissuta oggi dal migrante, dal rifugiato, da ‘i dannati della terra’, come direbbe Fanon: ognuno porta sulla pelle il marchio della propria diversità ed è a partire dalla Legge che subisce la propria ricollocazione disciplinare, spaziale e burocratica. E così che assistiamo a uno spettacolo visivo di Corpi che ostentano l’indecidibilità dei confini su cui si fonda lo spazio politico e la mutevolezza dei confini.

Potremmo pensare che, affinché si costituisca un corpo – chimico, biologico, sociale e politico – sia sufficiente che due forze entrino in rapporto tra loro; ma sarebbe inadeguato definirlo come un semplice rapporto, o campo di forze, poiché ognuno degli elementi che compone la relazione ha un rapporto di dominio o di obbedienza con altre forze. Di contro, indagare il corpo, le posizioni, gli attriti semantici e spaziali tra forze attive e forze reattive, considerare la percezione del corpo all’interno della burrasca dei nostri tempi, definirne le nuove posizioni, il peso dei confini e delle costituzioni spaziali cui è sottoposto sembra essere una strada obbligata per qualunque tentativo di comprensione del reale.

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