Il fantasma in gola di Doireann Nì Ghrìofa

Introduzione e traduzioni a cura di Beatrice Masi e Marta Olivi

Illustrazione di Nataly Garofoli

Doireann Nì Ghrìofa – Credits: Al Higgins

Doireann Nì Ghrìofa, poeta, saggista e romanziera nata a Galway nel 1981, scrive e traduce (e si autotraduce) in gaelico-irlandese e in inglese. I suoi testi sono un continuo dialogo tra due vocabolari e due identità, accordati come i fonemi di una lingua che suona insieme due partiture.

La sua prima raccolta esce nel 2011 e si intitola Résheoid, ossia pietra lunare (“moonstone” in inglese). Solo nel 2015 viene pubblicato Clasp, il suo esordio in lingua inglese, a cui segue nel 2021 la sua più recente raccolta To Star the Dark. Anche nelle poesie in inglese (“béarla”), il gaelico (gaeilge”) resta presente, agendo sul tessuto del pensiero e nella  composizione delle immagini. Il suo debutto in prosa, A Ghost in the Throat (2020), assottiglia all’estremo il limite tra le due lingue. Nel testo, Doireann ripercorre i passi e le parole di un’altra poeta, Eibhlín Dubh Ní Chonaill, nata nel 1743 e autrice di Caoineadh Airt Uí Laoghaire, un’elegia che narra l’uccisione del marito per mano degli inglesi e il dolore straziante per la sua perdita. Doireann raccoglie le parole di Ebhlín e le traduce in inglese, facendo delle due lingue e di se stessa un ponte per una storia dimenticata.

Le poesie, le prose e i saggi di Doireann Nì Ghrìofa sono parole fatte di carne, di strati di pelle, di muscoli, di vene e di sangue. I suoi versi ripercorrono incessantemente la linea di congiunzione tra la vita e la morte del corpo, tra la nascita e la dissoluzione, per sostare in alcuni punti e percepirli appieno: gli attimi dopo il parto, il momento in cui uno sconosciuto incide punti di sutura sulla pelle, o le notti insonni, quando la scrittura è una presenza viva che scalfisce l’epidermide e le ossa. Non c’è traccia di paura nei suoi testi: la morte, “bás”, e la nascita, “breith”, sono incontri corporei, e vengono accolte come si accolgono le foglie che cadono in inverno o il giallo della ginestra che sboccia nel grigio della brughiera.

Nulla nell’opera di Doireann Nì Ghrìofa è scindibile dalla carne, e come in “harvesting vellum” – la prima poesia qui proposta in traduzione – la pelle umana diventa pergamena, e i testi si inscrivono nelle cellule, quelle antiche e dimenticate, quelle nuove, e quelle che devono ancora nascere.


Da Clasp (2015)

harvesting vellum

peel away layers of skin
and find again

the hidden digits
once written on this wrist

blue ink on flesh, blue ink
over skin and vein,
blue ink of a number, a name

it’s still there, just as under layers
of lip

lies the fossil
of a first kiss.

raccogliere il vellum

stacca la pelle strato per strato
e ritrova

le cifre nascoste
scritte un tempo qui sul polso

inchiostro blu su carne, inchiostro blu
su pelle e vene,
l’inchiostro blu di un numero, un nome

è ancora lì, come sotto strati
di labbra

resta il fossile
di un primo bacio.


I carry your bones in my body

I carry you in my body
little skeleton
little skull
– nobody – nearlybody – my small someone.

I carry you in my body
little skeleton
little skull
somebody – nobody – a tangled knot, undone.

Porto le tue ossa nel mio corpo

Ti porto nel mio corpo
piccolo scheletro
piccolo cranio
– nessuno – quasiqualcuno – il mio piccolo qualcuno.

Ti porto nel mio corpo
piccolo scheletro
piccolo cranio
qualcuno – nessuno – un nodo intrecciato, disfatto.


Jigsaw

For months, all I knew of you
was a jumble of limbs, a muddle of joints
moving like shadows under my skin –
the prod of knee or elbow,
the roll of foot or hip.

When you slid from me           to me
I spent hours piecing your jigsaw
together in slow recognition –
how the arch of your foot
fit the hollow of my palm,
how your head nestled
into the curve of my neck.

We fit, you and I –
familiar stranger,
unknown made known.

Puzzle

Per mesi, tutto quello che sapevo di te
era un groviglio di arti, un garbuglio di giunture
che si muovevano come ombre sotto la mia pelle –
i colpetti delle ginocchia o dei gomiti,
la pressione del piede o del fianco.

Quando sei scivolata da me                  a me
ho passato ore a rimettere insieme i pezzi
del tuo puzzle riconoscendoli uno ad uno –
come la curva del tuo piede
combaciava con il palmo della mia mano,
come la tua testa si accoccolava
nell’incavo del mio collo.

Ci incastriamo, io e te –
estranea familiare,
sconosciuto che diventa conosciuto.


Da Star to the Dark (2021)

A Letter to the Stranger Who Will Dissect My Brain

For months, you worked
scissors and scalpel

through elbow and knuckle,
ligament and lung.

I felt you gasp, the morning
you folded my face back like a mask.

For you, my head was unsealed
by chisel and skull key, so that today,

you may raise the calvarium
and see my brain there,

cold, grey, under dura mater
and spider-web membrane.

For this moment, dear stranger,
I leave you a gift, a double word –

foscladh – its sylllables can both open
and throw sheet lightning.

Know that when you unlock my brain
with your blade, synaptic flashes

will flare over your own grey landscape.
Your brain will blaze bright,

alive and wild, and I,
I will be the light.

Lettera allo sconosciuto che mi dissezionerà il cervello

Per mesi, ti sei fatto largo
forbici e bisturi

per gomiti e nocche,
legamenti e polmoni.

Ti ho sentito sobbalzare, la mattina
che mi hai sfilato la faccia, come una maschera.

Per te, scalpello e chiave maestra,
la mia testa non aveva più sigilli, e oggi

puoi sollevare la calotta cranica
e vedere il mio cervello là,

freddo, grigio, sotto la dura madre
e le membrane sottili.

Per questo momento, mio caro sconosciuto,
ti lascio un regalo, una parola doppia –

foscladh – le sue sillabe sanno sia aprire
che lanciare fulmini dentro le nuvole.

Sappi che quando schiuderai il mio cervello
con la tua lama, lampi sinaptici

brilleranno sul tuo paesaggio grigio.
Il tuo cervello avvamperà,

vivo e selvaggio, e io,
io sarò la luce.


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