Curare, soccorrere, assistere. Reti assistenziali e caritative nell’Italia della prima Età Moderna (1450-1600)

Vagabondi, individui con menomazioni fisiche, orfani abbandonati a se stessi, anziani incapaci di lavorare, infermi, donne sole, stranieri, mentecatti, folli, prostitute, disoccupati, sottoccupati. I poveri. Così questa folla di persone viene identificata nelle fonti della prima età moderna.

Il bene che abbiamo ricevuto da Dio dobbiamo renderglielo: 
dobbiamo sforzarci di aiutare i poveri,
perché se facciamo loro del bene è come se lo facessimo a Lui. 1Pierre Coustau, autore di un libro di emblemi, 1555. La citazione è riportata in N. Z. Davis, Il dono, vita familiare e relazioni pubbliche nella Francia del Cinquecento, Milano, Feltrinelli, 2002, p. 21 (ed. orig.: The Gift in Sixteenth-Century France, University of Wisconsin Press, Madison 2000). 

La storia del pauperismo ha visto negli anni l’interesse da parte di moltissimi storici. D’altronde è un problema, quello della povertà, che riguarda strettamente anche la nostra società contemporanea (basti leggere i dati ISTAT sul tasso di indigenza nel nostro Paese). Ma chi si occupava di loro? Chi si prendeva cura degli ultimi, dei più deboli nell’Italia fra la fine del XV e la seconda metà del XVI secolo? Una domanda assai vasta, che necessita di una risposta complessa. 

Facciamo un piccolo passo indietro. Nel tardo medioevo, era la rete assistenziale composita di ospedali, chiamati ospizi (dal latino hospes, ospite), gestita nella quasi totalità dei casi da Confraternite, congregazioni religiose, vescovi, principi, istituzioni comunali e corporazioni d’arte e di mestiere, a ospitare e soccorrere i poveri. L’attività svolta, pertanto, era prevalentemente caritatevole; la cura intesa come terapia farmaceutica pareva, a giudicare dai registri delle spese che conserviamo, non essere l’aspetto più rilevante. 

Successivamente, nel corso del Quattrocento, con i progressi acquisiti in campo medico uniti a una crescita demografica costante in tutta Europa, questo sistema cominciò a rivelarsi insufficiente per far fronte al sempre più vasto fenomeno del pauperismo, in crescente aumento nelle città italiane. Se da una parte le autorità governative cercarono di differenziare per varie categorie i poveri (un anziano, ad esempio, aveva esigenze molto diverse da un bambino, così come le donne sole e gli inabili al lavoro non dovevano essere tenuti assieme ad ammalati cronici o contagiosi) e incasellare gli indigenti, distinguere cioè tra ‘veri poveri’ e ‘falsi poveri’, delinquenti, ladruncoli, cercando in tutti i modi di respingerli, dall’altra bisognava far fronte a un problema vastissimo. La necessità quindi di riorganizzare la rete ospedaliera cittadina non lasciava certo indifferenti le autorità di governo. 

Vediamo allora come il sistema ospedaliero moderno nasce e si consolida proprio in questi decenni. Le strategie adottate dai governi furono duplici: in alcune città come la Milano Sforzesca, Brescia, Pavia, Mantova, Genova, Firenze, Siena, Bergamo e altre fu avviata la cosiddetta concentrazione ospedaliera, che prevedeva la costruzione di un unico grande polo a impianto a crociera, dal quale si amministrava e coordinava l’attività degli altri enti caritativi minori come gli ospedali per il ricovero degli ammalati generici, gli orfanotrofi maschili e femminili e gli istituti per le donne sole e malmaritate. In altre come Verona, Roma e Napoli ci fu una riorganizzazione della rete ospedaliera per cui a ogni istituto venne assegnata una precisa funzione2Cfr. M. Garbellotti, Per carità. Poveri e politiche assistenziali nell’Italia moderna, Roma, Carocci, 2013, pp. 79 – 83.

Michel Mollat, in uno studio che resta tutt’oggi fondamentale per chi intende approcciarsi a questi problemi storiografici, ha definito l’ospedale «la signoria del povero»3M. Mollat, I poveri nel Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 2001, p. 167 (ed. orig., Les pauvres au Moyen Âge. Étude sociale, Hachette, Paris 1978).. C’è un fondo di verità in questo, ma chi gestiva gli ospedali? Chierici e laici avevano partecipato attivamente al rinnovo della rete assistenziale. I primi si erano impegnati in pratiche di solidarietà e assistenza, nella cura degli infermi e per l’alfabetizzazione e l’educazione dei bambini orfani. La Chiesa della Controriforma aveva visto fiorire ordini di chierici regolari come i Teatini (1524), i Barnabiti (1533) e soprattutto i Gesuiti (1540), tutti impegnati nella cura corporale e spirituale dei poveri. E poi i laici, fondatori di nuovi enti ospedalieri. 

Queste neo-istituzioni pubbliche necessitavano di enormi finanziamenti e di fondi per la manutenzione e il personale medico, infermieristico e domestico, che doveva essere regolarmente stipendiato. Il buon funzionamento della struttura, inoltre, era garanzia di ordine pubblico; gestire folle di persone affamate in un circondario urbano è una faccenda delicata e pericolosa. Ci si aspetterebbe quindi da parte delle autorità cittadine un costante finanziamento. In realtà, non si disposero mai misure tali da sostenere i costi complessivi delle strutture. Di conseguenza, chi finanziava a pieno le opere caritative, nella quasi totalità dei casi, erano i laici, con le elemosine e i lasciti testamentari pro anima ad pias causas, cioè strumenti di redenzione e pentimento per assicurarsi agli occhi di Dio la salvezza eterna. 

Inoltre, anche la pubblica fama e il desiderio di essere onorati presso i posteri (molti ospedali, ricordiamolo, facevano scolpire in pietra il nome dei loro benefattori più generosi sulle facciate degli edifici), spingevano i laici ricchi a finanziare queste strutture. Grazie ai lasciti inter vivos gli ospedali italiani riuscirono ad accumulare nel corso degli anni terreni, edifici e denaro successivamente reinvestito per garantire rendite sicure ai lavoratori interni. Gli atti notarili giuridici di cui disponiamo ci hanno consegnato compravendite, contratti di affitto delle terre, degli immobili e patti creditizi. Ci accorgiamo quindi che i responsabili degli enti operavano all’interno di un delicato equilibrio finanziario non facile da gestire e dal quale dipendeva la sopravvivenza della struttura stessa.

Ma c’è dell’altro ed è di gran lunga più importante rispetto a quanto detto finora. Cosa spinge davvero una famiglia aristocratica cittadina o di ricchi mercanti e banchieri a finanziare gli ospedali? Se compariamo gli organigrammi degli uffici cittadini con quelli degli ospedali ci accorgiamo che compaiono i nomi delle stesse famiglie. Abusi di ufficio, nepotismo (collocazione dei parenti alla direzione dei luoghi pii), permutazioni illecite di terreni fertili di proprietà degli ospedali con appezzamenti lontani e di scarso valore, corruzione, sottrazione di denaro e beni destinati alle cure. Il ceto patrizio rappresentante delle autorità di governo giocava la propria partita politica all’interno di un’ampia e variegata scacchiera in cui la gestione di un ospedale per i poveri garantiva visibilità sociale e permetteva di stringere convenienti amicizie.

Per concludere, la carità era uno degli strumenti per salvaguardare l’ordine sociale. Lo ha spiegato benissimo Marina Garbellotti:

la carità, infatti, è un atto verticale che stabilisce un legame di subordinazione tra beneficiante e beneficiato: chi ottiene aiuto, non conta se in denaro, in alimenti, in forma di assistenza sanitaria, si sente vincolato e grato al suo benefattore, in dovere di portargli obbedienza, di corrispondere con una contropartita adeguata. Ma se chi riceve un dono, come nel caso dei bisognosi, non è nelle condizioni di restituirlo, resta in uno stato di subordinazione4p. cit., p. 95. .

Questa dinamica rafforzava il sistema cetuale esistente, perché contribuiva ad aumentare la linea di demarcazione tra ricchi e indigenti. Spesso i miserabili offrivano deferenza e rispetto dell’ordine costituito in cambio di aiuto. 


Fonti:

M. Garbellotti, Per carità. Poveri e politiche assistenziali nell’Italia moderna, Roma, Carocci, 2013. 
M. Mollat, I poveri nel Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 2001 (ed. orig., Les pauvres au Moyen Âge. Étude sociale, Hachette, Paris 1978). 
Imprescindibile B. Geremek, Mendicanti e miserabili nell’Europa moderna 1350 – 1660, Roma-Bari, Laterza, 1989 (ed. orig., Inutiles au monde. Truands et misérables dans l’Europe moderne (1350 – 1600), 1980, Editions Gallimard-Julliard, Paris). 
Dello stesso autore resta ancora utile La pietà e la forca. Storia della miseria e della carità in Europa, trad. ita. dal polacco, Bari-Roma, Laterza, 1986. 
S. J. Woolf, Porca Miseria. Poveri e assistenza nell’età moderna, Roma-Bari, Laterza, 1988 (ed. orig., The Poor in the Western Europe in the Eighteenth and Nineteenth Centuries, Methuen, London-New York 1986). 
Resta indispensabile P. Camporesi, (a cura di), Il libro dei vagabondi. Lo «Speculum cerretanorum» di Teseo Pini, «Il vagabondo» di Raffaele Frianoro e altri testi di furfanteria, Milano, Garzanti, 2003. 
Classico il rinvio a C. M. Cipolla, Contro un nemico invisibile. Epidemie e strutture sanitarie nell’Italia del Rinascimento, il Mulino, Bologna, 1985. 
Per eventuali approfondimenti e raffronti classico il rinvio a M. Foucault, Storia della follia nell’età classica. Dementi, pazzi, vagabondi, criminali, Milano 1992 (ed. orig., Folie et déraison. Histoire de la folie à l’âge classique, Union générale d’éditions, Paris 1961).

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