L’isola dei Morti

Ekphrasis, ovvero l’arte di descrivere verbalmente un’opera visiva. Qui tenta di svolgere l’intricata matassa dell’immagine, traducendo in parole la molteplice, semantica del visuale. Prima ancora di allungare lo sguardo, Ekphrasis vorrebbe provare ad allargarlo.

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Arnold Böcklin – Die Toteninsel III (Alte Nationalgalerie, Berlin)

Ma una grotta non era, dato che era a cielo aperto: nessuno avrebbe potuto abitare un luogo simile. Somigliava piuttosto a una terra riemersa dall’abisso, un ricordo che prende forma riaffiorando dalla coltre indistinta dei giorni. C’era un mare petrolio con un cielo plumbeo alle spalle; al centro, una piccola imbarcazione che stava per approdare su una strana isola; a bordo, statuaria, una ieratica figura bianca, di spalle, che aveva un grosso baule davanti ai suoi piedi, bianco pure quello; appena dietro un rematore dai lunghi capelli biondi, anzi… una rematrice. 

Ma un baule non era, sembrava più una bara avvolta da un bianco lenzuolo, lo stesso che cingeva quella misteriosa figura in piedi, tra la vita e la morte. L’isola era come un rudere galleggiante, una montagna squarciata alle sue viscere da nere fiamme, che in realtà erano cipressi serpentini, pronti a rinnalzarsi al cielo come in un’eterna anabasi. 

Ma la barchetta non sembrava andare avanti, come se si fosse fermata ad aspettare; come se non fossero del tutto sicuri, sicuri di procedere. Una rivelazione? O forse il ricordo, il ricordo di un’anima che non c’era più. Delle finestre, poi, c’erano anche delle finestre. O delle porte? O dei loculi? Un cimitero a cielo aperto? Un luogo di morte? Ma no… al massimo ricordi la voce inquietante di uno stregone, gli spasmi di uno sciamano, il gracchio sinistro di un oracolo zoomorfo. 

Una voce che ti odiava. E cosa avresti chiesto al suo cospetto? 

Qual era la domanda che ti tormentava, che ti faceva rimanere con gli occhi mezzo aperti la notte? 

O non avevi più domande, ormai? 

Non avresti avuto niente da chiedere, nessun morto da resuscitare, tanto meno quella merda di tuo padre. Un’acqua così scura, un cielo così tetro… sono gli stessi che stai annusando proprio ora, dentro a questa mefite nauseabonda dei crisantemi, come in un’avvolgente emanazione del lutto. 

Hai preso il battello, ricordi? Dall’ospedale a Murano Colonna, e poi da lì hai cambiato per arrivare al Cimitero. Ogni fermata, hai impressa ogni singola fermata, proprio come quel quadro che hai visto a Berlino, che ti si sta materializzando davanti – dietro ai tuoi occhi – evocato dall’ondulare di questa laguna nuvolosa. Che strano posto il cimitero di San Michele, eh? Non sembra un luogo realmente esistente, anche quando ci cammini sopra: è come un’intima architettura dell’anima che già ti appartiene, senza saperlo. Un cronotopo della memoria che si palesa o svanisce per sempre, al quale si giunge avventurandosi in un itinerario infernale, per le dimentiche acque del Lete. Un sentiero che non si riesce mai a calpestare veramente, neanche facendo perno sulle punte, come fai tu, ma si può solo ripercorrere seguendo il corso di quelle lacrime che avrebbero dovuto solcare il tuo viso. 

Ma è già troppo tardi. Le lacrime, appunto, linfa vitale e veleno di morte, stillicidio e distillato, o deserto. Quei cipressi attorno, poi, messi lì a celare come un mistero inaccessibile ai profani, a chi come te rimane fuori dal tempio della vita, ma resta comunque attratto dall’irresistibile suo fascino; e anche questi archi appena ogivali, dolci (anche se nel quadro non c’erano), e pronti a richiamare un luogo lontano nello spazio e nel tempo (che non è neppure questo, adesso), forse laggiù, nel buio che trapela da queste porte austere, che vorresti attraversare ma scopri schiudersi solo al dolore, quello autentico. 

Ogni cosa è lì a ricordarti che non esiste: che non è questo – che non è quello – il suo mondo.

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