L’iniziativa popolare: cura per la politica

Gli ultimi mesi ci hanno mostrato l’importanza che, all’interno del nostro sistema sociopolitico, può assumere l’iniziativa popolare attraverso l’impiego del referendum. Tuttavia, sarebbe opportuno effettuare una seria riflessione sulla capacità delle Istituzioni di soddisfare le esigenze popolari.  

Negli ultimi mesi, soprattutto attraverso un sapiente utilizzo dei social-network, si sono svolte importanti campagne per la promozione di alcuni referendum che hanno visto una grande risposta da parte della cittadinanza. Più nel dettaglio sono due le iniziative che hanno avuto un maggior impatto: quella destinata alla legalizzazione dell’eutanasia e quella volta alla legalizzazione della coltivazione e dell’utilizzo della cannabis, eccezion fatta per la condotta di associazione finalizzata al traffico illecito.

Il referendum, nel contesto sociopolitico italiano, si pone come uno strumento attraverso il quale il cittadino riesce a inserirsi nel circuito legislativo, sia in vista dell’introduzione di una nuova legge che, anche, per la modificazione o abrogazione di un dispositivo già vigente. Tale istituto conosce molteplici declinazioni, ognuna delle quali con specifiche finalità, ma tutte queste sono accomunate dalla sua caratterizzazione come forte presidio di democrazia diretta.

La genesi classica di una legge trova nel Parlamento l’istituzione principalmente coinvolta in tale percorso, consentendo così ai cittadini, attraverso l’elezione dei propri rappresentanti presso le due Camere, di veicolare le proprie istanze in tale contesto istituzionale. Tuttavia, negli ultimi decenni si assiste ad un progressivo restringimento del ruolo parlamentare in questa attività: difatti nel corso della XVIII legislatura (quella attuale con scadenza naturale nel marzo del 2023) il 70% delle leggi approvate sono di iniziativa governativa, così come riporta la fondazione Openpolis¹. Di conseguenza, interpretando questo dato, è possibile affermare che sono poche le necessità evidenziate dai cittadini che hanno poi concrete possibilità di costituire oggetto dei lavori parlamentari.

Proprio per colmare questa mancanza, una serie di soggetti promotori si sono attivati per la campagna di raccolta delle firme per il referendum in favore della legalizzazione dell’eutanasia e della cannabis.  Per il primo, l’obiettivo è quello dell’abrogazione dell’art. 579 del Codice penale in tema di omicidio del consenziente, così come riporta il sito dell’Associazione Luca Coscioni²: diventerebbe lecita la condotta di eutanasia attiva, purché vengano rispettate le disposizioni in materia di testamento biologico, consenso informato e i parametri dettati dalla giurisprudenza con la sentenza Cappato. Questa, la numero 242 del 2019, interviene a proposito dell’incostituzionalità dell’art. 580 c.p. (aiuto al suicidio), consentendo l’agevolazione al suicidio nei confronti di una persona che: <<sia tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli>>, le condizioni << devono esser state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente.>> 

Si consentirebbe, quindi, l’interruzione delle cure nei confronti di quanti si ritrovino in una situazione che rispetti questi parametri, valorizzando la dignità umana degli stessi.

A fronte di una situazione così articolata e di una serie di vicende che hanno caratterizzato le cronache italiane, il Parlamento non è mai intervenuto, nonostante le numerose istanze in materia. E non ha neppure legiferato sul tema entro il termine di un anno che, nel 2018, era stato assegnato dalla Corte costituzionale.  

Solo recentemente l’assemblea dei capigruppo ha calendarizzato per il 25 ottobre l’approdo in Aula della proposta di legge, così come riporta il Fatto Quotidiano³. Sebbene rimanga remota la possibilità di un accordo fra le differenti forze politiche, è evidente che il grande numero di firme raccolte dai numerosi volontari sparsi per tutto il territorio, anche attraverso l’utilizzo dell’identità digitale, abbia esercitato una forte spinta sulle istituzioni, che sono intervenute – seppur con un ritardo eccessivo. 

L’utilizzo dello SPID ha rappresentato l’unico strumento per la raccolta delle firme nel caso del referendum per la legalizzazione della cannabis.  Ciò ha permesso di sfruttare al meglio il poco tempo a disposizione: la campagna è stata avviata l’11 settembre, con la scadenza per il deposito delle firme fissata per il 30 settembre, poi prorogata di un mese in extremis dal governo a seguito di alcune manifestazioni da parte dei promotori.

Per quanto riguarda l’utilizzo medico della cannabis, cioè come strumento per curare e alleviare dolori cronici, sofferenze date dalla sottoposizione a specifici percorsi terapeutici o altri disturbi, si fa riferimento a una previsione del 2007, con l’aggiunta a partire dal 2015 di possibili autorizzazioni rilasciate direttamente dal Ministero della Salute per la coltivazione, produzione, possesso e uso di marijuana4. È necessario tuttavia considerare che le spese di approvvigionamento sono a carico del paziente, con una rimborsabilità che varia a seconda dei singoli Sistemi Sanitari Regionali, non essendoci una disciplina unitaria a livello nazionale. In questo quadro normativo si inserisce la sentenza 12348/20 della Corte di Cassazione che ha stabilito la liceità penale della coltivazione domestica in basso numero di esemplari, con tecniche rudimentali e volta al solo utilizzo personale. Trattandosi di una sentenza bisogna ricordare che quanto sancito in via giurisprudenziale non assicura automaticamente l’irrilevanza penale della condotta, potendosi comunque incorrere nello svolgimento di un processo, cui si associa la configurazione in termini di illecito amministrativo della condotta di detenzione con le sanzioni che ne seguono.

Per l’utilizzo a scopo ricreativo la situazione normativa è più spoglia, con la semplice previsione dell’illegalità delle condotte legate alla cannabis. Secondo i numeri riportati da L’Espresso [mfn]5[/mfn] i consumatori si attestano attorno ai sei milioni, mentre la potenziale legalizzazione consentirebbe lo sviluppo di trentacinque mila nuovi posti di lavoro con un potenziale introito di sette miliardi di euro annui.4

Innanzi a numeri del genere sarebbe stato forse più opportuno un intervento del Parlamento: non necessariamente con una legge approvata in tempi brevi, quasi un’idea utopistica, ma quantomeno con una discussione seria e ragionata sul tema.

Questi sono i fenomeni verso i quali il referendum si pone come un importante strumento di cura delle periodiche infezioni che colpiscono il sistema democratico nel nostro paese. Ma, fermo restando questa preziosa risorsa, non sarebbe più opportuno formare una classe di dirigenti, amministratori e politici in grado di percepire, comprendere e realizzare le esigenze di una società sempre più mutevole e complessa?

FONTI

¹ https://www.openpolis.it/esercizi/i-numeri-della-produttivita/

² https://referendum.eutanasialegale.it/il-quesito-referendario/

[3] F. Q., Eutanasia, la proposta di legge alla Camera il 25 ottobre. Associazione Coscioni: “Le firme per il referendum hanno svegliato il Parlamento”, «il Fatto Quotidiano», 22 settembre 2021

[4] Melchiorre Alessia, Perché in Italia è così difficile accedere alla cannabis terapeutica. Cosa succede in Europa e negli USA, «Valigia Blu», 26 novembre 2020

[5] Rapisardi Rita, Referendum cannabis, parliamo di numeri: quanti vantaggi porterebbe la legalizzazione, «L’Espresso», 16 settembre 2021
Illustrazione in copertina di Claudia Corso

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