Palin legge ‘Atti di sottomissione’

Palinlegge, questo mese, Atti di sottomissione, scritto da Megan Nolan ed edito in Italia da NN Editore con la traduzione di Tiziana Lo Porto. Il libro è il primo della serie Le fuggitive, raccontate dalla casa editrice milanese come «donne dalla voce onesta, diretta, discorde e spiazzante. Le loro storie hanno in comune la fuga, folle e spericolata, alla coraggiosa ricerca di libertà». 

La narratrice, della quale non viene mai indicato il nome, giovanissima, vive a Dublino. 

La sua routine, il suo lavoro e i suoi amici quasi da subito e con l’andare delle pagine si inseriscono in un solco fastidiosamente familiare per la nostra generazione: lavoro che ha la sola utilità di pagare l’affitto, tendenza all’autoanalisi e alla conoscenza di sé che non significa affatto coscienza e comprensione, rapporto complesso con la percezione del proprio corpo che occupa uno spazio di relazione o che è anche oggetto di giudizio. 

Ma prima e più di tutto la protagonista vive se stessa e la propria vita come fosse un pendolo, una continua oscillazione tra un amore e l’altro, tra un momento di vita piena e luminosa e l’altro. 

Nessuna vergogna nell’ammettere che lei si sente veramente se stessa e viva solo nella dimensione dell’amore e della relazione; come fosse monca da sola, insufficiente a se stessa. E se l’onda di empowerment femminile sembra non poter concedere spazio all’ammissione di una donna che vive in funzione di una ricerca che giustifichi se stessa attraverso l’altro – è proprio la libertà di poterne parlare che è rivendicata: sono le confessioni sussurrate della stessa giovane donna che rivela con lucida analisi i suoi bisogni angoscianti al proprio diario che puntellano il racconto. 

E le amicizie, la famiglia, le relazioni e persino l’incontro e l’amore tossico con Ciaran scompaiono dietro la figura della protagonista che si rivela in un susseguirsi di flash, colori, cambi di direzione, incostanza, violenze, alcol, ricominciamenti. 

Quando la narratrice incontra Ciaran – bellissimo, algido, incostante – decide che il suo obiettivo sarà farsi amare da lui; così la sua vita avrà significato e lei, nel tepore sicuro di una relazione, potrà colmare quel qualcosa che sente mancarle. 

Tastare a tentoni il dolore di una mancanza e voler subito riempire quello spazio. 

Tuttavia, l’assoluta contemporaneità di questa narrazione sta nel fatto che la protagonista non vuole Ciaran affinché lui possa provvedere a lei, non ha bisogno di lui come la figura maschile percepita nella società, ma più che altro sembra scegliere la possibilità di una relazione con lui perché occupando la funzione-fidanzata la protagonista assume un significato, uno qualunque, che può – forse, auspicabilmente – mettere fine alla angoscia frenetica di trovarne uno per sé stessa.

E così, in momenti come quello, quando inaspettatamente mi ritrovavo faccia a faccia con i miei bisogni, la reazione che avevo era negare la loro esistenza […] lo imploravo in realtà di pensare quanto in realtà fossi piccola. Mi raggomitolavo e mi nascondevo per dire che ero niente, ed ero felice di essere niente se il niente era ciò che più lo soddisfaceva. […] Non volevo che guardasse nella mia direzione e mi vedesse; perché non c’era niente che potevo affermare di essere.

Interessante, quanto mai realistico, il cambio di percezione che la protagonista ha di se stessa quando è a Dublino e quando invece torna a casa dai suoi genitori, come se la persona adulta che ha scelto di essere nel contesto della città non potesse trovare punti di incontro con l’adolescente insicura che è stata. Ancora, i contorni che la definiscono sembrano svanire. 

L’urgenza espressiva, la foga del racconto, il dialogo sincero e spessissimo crudo che si instaura con il lettore, la dipendenza, la violenza e la rabbia; gli interventi editoriali che sembrano avere tutt’altro tono; le tracce nella narrazione di analisi di una generazione tra lavoro insoddisfacente, famiglie disgregate, possibilità di nomadismo. 

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