Curare il passato attraverso idee per il futuro.  Palin parla con i curatori di ExSA – Ex carcere di Sant’Agata di Bergamo

Può un edificio, un tempo adibito a carcere, essere riconvertito in un centro di cultura?

Nella Città Alta, cuore medievale di Bergamo, in vicolo Sant’Agata 21 sorge ExSA, acromimo di Ex carcere di Sant’Agata: un monumentale complesso di 5000 mq risalente al XIV secolo, prima monastero poi carcere e infine consultorio, con affreschi, scritte, celle e grate ancora visibili, che ha vissuto un lunghissimo periodo di abbandono fino a qualche anno fa. Solo a partire dal 2015, infatti, è stato lentamente riportato a nuova vita e riadibito a centro culturale permanente e polivalente, oggi sede di iniziative artistiche e sociali portate avanti da giovani che hanno dato nuova linfa all’intera struttura.

Una curiosità: proprio negli spazi di ExSa è stato girato il video di Prisoner 709, traccia dell’omonimo album di Caparezza e pubblicato il 7 settembre 2017.

Giorgia Ciolli e Martina Trocano hanno parlato con Arianna, Serena e Ernesto del Progetto Ba.Be.L.E. – Bari Bergamo Local Energy, che dal 2020 si occupa della cura dell’ExSA.


Sempre più frequentemente le parole ‘inclusione’ e ‘accoglienza’ sembrano essere i punti di partenza per creare dei progetti apertamente fruibili laddove le istituzioni culturali consolidate rimangono autoreferenziali, elitarie e senza arrivare a colpire direttamente la persona.
Da dove nasce l’idea di creare Exsa? Il fatto di avere a disposizione un luogo così evocativo quanto vi ha influenzato nella scelta delle attività culturali? 

ExSA nasce informalmente nel 2015 quando l’Associazione Maite chiede il permesso di riaprire una porzione dell’ex Carcere di Sant’Agata, chiuso nel 1980 e rimasto inutilizzato per numerosi anni, per renderlo accessibile alla cittadinanza attraverso mostre, eventi e attività. Questa modalità si ripete negli anni seguenti finché nel 2017 il Comune di Bergamo riconosce il carcere come un Bene Comune e lo affida attraverso un patto di collaborazione all’associazione stessa. In questa prima fase quindi l’obiettivo principale era quello di mostrare il valore storico dell’edificio, raccontando il suo passato attraverso percorsi di approfondimento o riattivandolo tramite manifestazioni artistiche e culturali. Nel 2020 tuttavia, grazie al supporto fornito dal bando Sinergie promosso da ANCI, il gruppo di lavoro coinvolto nel progetto si allarga e si concretizza così una nuova idea: rendere ExSA un presidio culturale stabile della città, non più semplicemente una location per eventi o un luogo di testimonianza passivo, ma anche un cantiere di sperimentazione e progettazione per il futuro. Il modello è quello dei cosiddetti nuovi centri culturali o community hub: spazi con un valore civico e artistico basati su una forte componente partecipativa e relazionale. 
Il fatto di abitare un ex carcere è ovviamente difficile da ignorare: i muri spessi, le stanze anguste e le sbarre alle finestre sono ancora tra le prime cose che saltano agli occhi entrando nello spazio. Per tale motivo nel corso di questi anni molte delle attività ospitate in ExSA hanno recuperato il tema della reclusione: un po’ per scelta – dopo anni di chiusura infatti ci sembrava prioritario mettere in evidenza il valore storico dell’edificio – un po’ perché tale aspetto è senza dubbio molto evocativo.
Tra le iniziative realizzate possiamo citare il progetto Invisibile di Pierpaolo Lameri, che ha recuperato le incisioni lasciate sulle pareti delle celle nel corso degli anni, oppure la mostra Se quei muri, curata da ISREC, che ha approfondito le vicende di alcuni prigionieri durante il settembre del ’43 e aprile del ’45 raccontando anche aneddoti sulla Resistenza». 

Exsa svolge delle iniziative interessanti volte a integrare la comunità. Questo spazio dentro cui i vissuti delle persone si incontrano e scontrano, ha subito diverse trasformazioni. Da monastero a carcere è un luogo ricco di storia e memoria. Le mura stesse dell’edificio infatti raccontano un numero infinito di vissuti; quanto è importante a vostro avviso questo incontro tra storie passate e generazioni future? 

Come accennavamo, il tema della memoria è sicuramente centrale in ExSA, noi stessi abbiamo cercato di mantenerlo tra i pilastri attorno a cui sviluppare i nostri interventi e le nostre attività. L’edificio possiede indubbiamente un grande valore storico perché testimonia e rende materialmente visibile la realtà carceraria del passato, che a volte non è così lontana da quella del presente. Questa presenza decadente permette anche di intravedere lo scorcio di una Bergamo diversa, nella quale un severo edificio penitenziario era collocato nel cuore del suo centro storico, proprio dove oggi invece affollano turisti ed attività legate allo svago. 
Questa leggera dissonanza, a nostro avviso, può essere anche uno spunto di immaginazione generativo: se Bergamo è cambiata rispetto al passato, non è detto che non possa farlo ancora. Qui sta un po’ l’incontro tra storie passate e generazioni future. Non a caso la nuova funzione che stiamo cercando di ritagliare per ExSA è quella di centro culturale giovanile. In un luogo profondamente radicato nel passato abbiamo provato a riunire un folto gruppo di ragazzi e ragazze under 35 per sperimentare insieme nuovi modelli di organizzazione e di produzione artistica. In questo vediamo un buon metodo per fare rigenerazione: immaginare nuove funzioni per gli spazi che hanno perso il loro ruolo originario, che siano in grado di riflettere nuove esigenze e nuovi valori. Possiamo dire che in ExSA si sperimenta materialmente un sottile equilibrio tra conservazione e innovazione, tra tutela e trasformazione.

ExSa si basa su una strategia di governance partecipata legata fortemente ad arte e cultura, tutte le attività che realizzate coinvolgono i cittadini in prima persona. Quali sono gli step fondamentali per promuovere e realizzare progetti culturali partecipati? 

Fin da subito abbiamo deciso che il tratto che avrebbe distinto ExSA da altri spazi culturali sarebbe stata l’accessibilità e la partecipazione orizzontale tra le persone coinvolte. Questo perché crediamo fermamente nel valore di un Bene Comune come di uno spazio al servizio dei cittadini. 
Per realizzare questo obiettivo abbiamo cercato di agevolare una forma di autogestione, nella quale chi utilizza lo spazio non è un fruitore esterno, ma un membro di una comunità alla quale può contribuire attivamente con idee, progetti ma anche attraverso la cura degli spazi stessi. 
Su questi temi siamo ancora in una fase sperimentale. Sicuramente non possiamo dire di avere trovato una formula perfetta e definitiva, ma stiamo continuando ad imparare strada facendo. Questo anche perché ogni processo partecipativo è unico e richiede un certo grado di flessibilità ed adattabilità; molto spesso infatti bisogna testare nella pratica i modelli o le idee che si elaborano e di conseguenza non avere paura di ripensarle quando ci si accorge del loro malfunzionamento. L’ingrediente primario rimane comunque il tempo che viene dedicato alla cura e al mantenimento delle relazioni che permettono lo svolgimento delle attività proposte dall’intero gruppo. 
Il principale esperimento che abbiamo portato avanti in questo modo con la comunità di ExSa è il festival Exsagera!, che ha visto collaborare una ventina di artisti, per sviluppare un palinsesto condiviso di performance, laboratori e workshop da dedicare alla città. In questo contesto ciascuno ha avuto modo di proporre e attuare un proprio progetto artistico, venendo regolarmente contaminato nel processo attraverso lo scambio e il confronto con le altre realtà residenziali artistiche. 
Se quindi non possiamo definire degli step esatti, potremmo affermare che per attivare simili processi è fondamentale allenare le qualità dell’ascolto e del dialogo. Una buona comunicazione interna è cruciale per rendere i passaggi chiari, per agevolare la presa di decisioni e per favorire la partecipazione e l’inclusione. 

Vivere i luoghi, abitarli, è il primo passo per far sì che non vengano dimenticati e che non venga dimenticata la storia che custodiscono. Allo stesso tempo la partecipazione attiva, l’ascolto, il dialogo e l’inclusione aiutano le persone a sentirsi parte attiva, ad essere ascoltati e non abbandonati.
I vostri spazi, le attività culturali che promuovete, possono essere una cura verso una società sempre più frenetica, incentrata sul singolo piuttosto che sulla comunità? 

Questa è la nostra ambizione, ma ancora una volta, non possiamo dire di aver trovato la ricetta perfetta. Infatti, ci siamo accorti che nelle attività di sviluppo di comunità sperimentate, fino ad oggi, molto dipende dal contesto e dalle esperienze che i partecipanti decidono di condividere, per questo motivo ogni sperimentazione sarà unica nel suo genere. 
Possiamo comunque dire che nel nostro piccolo abbiamo raccolto un bel gruppo di giovani che per mesi ha sperimentato un modo diverso di intendere la partecipazione sociale, la progettazione e collaborazione. 
Questo ha permesso a molti di noi di formarsi sui temi dell’innovazione sociale ma anche di attivarsi a livello cittadino. Persone che inizialmente si sono avvicinate per la natura culturale o artistica del progetto hanno pian piano acquisito maggiore consapevolezza anche del suo valore sociale e civico, sviluppando una certa attenzione per i temi della collaborazione e della partecipazione dal basso. 
Ricordiamo che negli ultimi anni sono numerosi gli esperimenti in tutta Italia che mostrano come sia possibile realizzare nuovi modelli di governance e cittadinanza attiva. Dagli orti collettivi fino agli spazi comunitari, il modello dell’autorganizzazione e della messa in comune è sempre più diffuso e può offrire soluzioni utili a problemi della contemporaneità. Lo stress causato dall’iperspecializzazione, dalla competizione e dall’individualismo può essere attenuato dalla presenza di una comunità accogliente e inclusiva. In generale, è in corso una riscoperta del valore della condivisione, di per sé antichissimo.

Bergamo durante la pandemia è stata una delle città più colpite. Durante la chiusura dello scorso anno è comparsa una scritta di fronte a uno dei teatri di Città Alta: Bergamo è di chi la vive. Da qui nasce Restiamo in ascolto con l’obiettivo di vivere e far vivere la città attraverso l’attivazione e il rafforzamento di relazioni, scambi, reti e dialogo.
In che modo? Potreste parlarci di più di questa iniziativa? 

Fin da subito il nostro progetto non voleva essere finalizzato solamente alla gestione di uno spazio, ma voleva anche essere uno strumento per creare connessioni nel tessuto cittadino. La pandemia ha riportato alla luce il tema della prossimità, quindi siamo partiti anche noi dalla scoperta del quartiere in cui operiamo principalmente, cioè Città Alta. Attraverso alcune gite ed esplorazioni abbiamo così iniziato a instaurare un dialogo con le associazioni attive nel quartiere. Si tratta per la maggior parte di realtà storiche, che da anni propongono iniziative creando un collante sociale in un territorio conteso tra il turismo, lo spopolamento e le residenze di lusso. Ovviamente prima di iniziare una qualsiasi azione avevamo bisogno di inserirci in questa maglia, per questo abbiamo cercato di metterci in rete, una modalità che riteniamo utile per valorizzare reciprocamente il proprio lavoro. La conoscenza di queste realtà ci ha stupito in un primo momento: per la maggior parte dei bergamaschi Città Alta è infatti considerata un luogo pittoresco, adatto a passeggiate, cene e aperitivi, ma inaccessibile da un punto di vista culturale o sociale. Di fronte ad una tale ricchezza di iniziative abbiamo pensato fosse utile valorizzare questo patrimonio, attraverso una rubrica di racconto del territorio. Si tratta di un progetto ancora nella sua fase primordiale, ma contiamo di svilupparlo in futuro. 
Oltre al lavoro nel quartiere, abbiamo iniziato ad interfacciarci anche con altri spazi culturali e giovanili della città. Dopo una serie di incontri ed interviste, abbiamo realizzato una prima mappatura osservando la varietà di offerta culturale e di modelli organizzativi. 
Il nostro intento ora è quello di organizzare dei tavoli di discussione con queste realtà, per avviare un processo collaborativo anche a livello cittadino, nei quali potersi confrontare e coordinare in modo da arricchire vicendevolmente il proprio impatto culturale, seppur conservando le differenze di offerta culturale, di orientamento politico o di utenza.


Photo credits: G.E. Galanello

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