Un caffè con Beatrice Zerbini. «C’è sempre uno sforzo di luce»

Beatrice Zerbini è nata a Bologna nel 1983. Ha cominciato a scrivere molto presto, per se stessa e i suoi cari, spinta dalla necessità di dire e condividere, e dal bisogno di elaborare i dolori del vivere. Sono state le canzoni, da bambina, a insegnarle la musicalità, il ritmo, il verso e la metafora.

Le poesie di Beatrice sono infatti scandite da ritmi precisi e dolci cadenze, tanto che in molti hanno notato e commentato la propensione alla musicalità dei sui versi.

Ma sono anche poesie che hanno un inizio e una fine, si aprono e si snodano partendo da un punto e giungendo a un altro, mantenendo la capacità di cambiare registro, toni e tonalità. C’è ironia, intimità e complessità.

Dal 2019 a oggi ha pubblicato due raccolte, In comode rate (Interno Poesia) e Mezze stagioni (Anima Mundi), che non le hanno impedito di continuare a rendere accessibile la sua poesia anche in assenza dell’oggetto-libro.

Pubblicare non è mai stata una mia priorità, sia perché non scrivo per vendere – tant’è che quasi tutti i miei testi sono reperibili in internet, tra siti, blog e riviste – sia perché non mi sono mai sentita brava. Quando ho scoperto che una mia poesia era uscita su «la Repubblica» a Firenze ho preso un giorno di permesso dal lavoro e sono andata in treno fin lì solo per comprare una copia del giornale. Non mi pareva vero. Quando poi mi ha chiamata Interno Poesia non smettevo di ripetermi: «Io? Ma siam sicuri?».

Anche il libro, come i testi che lo compongono, è nato come elaborazione di un dolore.

Sì, una persona a me molto cara si era ammalata e io ho sentito crollarmi il mondo addosso. Sono stata un mese a letto, non riuscivo nemmeno ad alzarmi, mi sentivo persa. Poi mi son detta di dover reagire, e allora mi sono tuffata nella selezione delle poesie e nell’impostazione da dare alla raccolta.

L’utilizzo del linguaggio è maledettamente efficace, per l’ordine in cui sono disposte le parole e per le sensazioni che i loro suoni riescono a evocare. In generale, sembra esserci qualcosa di meticolosamente calibrato in queste poesie, come fossero il risultato di uno studio attento e di una tecnica sapientemente padroneggiata. Mi domando come convivano tecnica, ragionamento, istinto e flusso del momento.

Sono la stessa cosa. Quella che sento è un’urgenza e tutto nasce di conseguenza. La tecnica, imparata dalle canzoni e dalle letture, si pone al servizio di ciò che devo dire: se devo esprimere il mio tedio userò l’endecasillabo, ma se sento di dover andare più veloce lo spezzo e rendo il verso più fluente. Quando sento che la mia emozione è ben espressa dalle parole capisco che la poesia è pronta. Fino a quel momento la lascio riposare o continuo a lavorarla. È come fare il ragù, per me che sono bolognese, poi: finché non ottengo il sapore che voglio, che combacia perfettamente con il desiderio che ho, continuo a mescolare, aggiungere ingredienti o ridosarli. Mi fermo quando c’è il giusto equilibrio. È un lavoro di testa ma soprattutto di ‘pancia’.

In comode rate parla di assenze, presenze e soprattutto attese. C’è un ‘tu’ a cui l’io poetico si rivolge che cambia e si muove e si nasconde, restando sempre destinatario di un messaggio accorato che, per quanto carico di dolore, è pieno di speranza. Una poesia che lotta contro la morte: presenza incombente ma che non riesce a concretizzarsi finché si parla a qualcuno, lo si invoca, lo si aspetta.

Ho sempre patito la solitudine di tutti noi esseri. Avverto un senso di comunione e vorrei poterlo comunicare, vorrei poter dire a chi legge: «So che è capitato anche a te, per questo mi capisci, e io capisco te». In questo la poesia è un miracolo: tu senti quel che sento io. È una verità costruita insieme.

Una sorta di empatia reciproca quindi, un ciclo che si compie: quando scrivi riesci a essere in empatia con un interlocutore ipotetico, che quando poi si concretizza, e legge, riesce a empatizzare con chi ha scritto, come in una ellissi temporale che si ripiega su se stessa.

Torna, se puoi tornare,
confideremo nel miracolo urgente,
nello spavento da dietro
le porte,
lo sgambetto che ti fa
volare;
torna da me,
la morte faceva paura quando
non c’era;
adesso è placata, è tutta presenza
e meno
attesa.
[…]

Ho l’urgenza
della tua bella faccia fredda,
che si imperla di sudore,
ma non muore.
Torna, perché ho bisogno che anche tu
e ancora tu, di nuovo
mi voglia bene.
Perché ho paura che un pezzo di me
ti sia rimasto
imbrigliato e anch’io
ho dimenticato:
di darti delle cose,
un bacio,
gli occhi con la campagna di papaveri,
il sudore sulla mia
camicia stretta;
di dirti grazie per aver guardato,
avermi lasciato
sguazzare nell’azzurro.
Torna e torna
a credere come i vivi
che la morte non esista.

E poi c’è Mezze stagioni.

Nata per caso. Mi ha contattata Anima Mundi comunicandomi di voler collaborare.

Non sorprende vista la comune propensione verso temi come l’amore, la natura, l’attesa.

Infatti mi sono accorta di avere dei testi, alcuni risalenti ai miei vent’anni altri nuovi che, parlando di esperienze vissute, sembravano riprodurre una ciclicità. Così li ho messi assieme ed è nato il libricino uscito nella collana Piccole Gigantesche Cose. Un sunto di ciò che tutti noi proviamo, le nostre stagioni, le suggestioni attraverso le quali passano le nostre vite. Dedicato agli amici e a quelle persone che mi sono state accanto.

Sferza fino al rosso
vivo, l’epilogo dei blu:
del cielo, del mare, degli occhi,
fa’ coltre, fa’ sonno, fa
tu;
poi sbianca, depriva, smungi,
fai torpidi
i giardini dei circoli;
finiscici,
in fuga dai tendoni burrascosi;
chiudici
dentro alle vetrine dei bar,
a scampare il disastro di un metro;

[…]

Piovi, ingrigisci, sciogli
le foglie sotto alle suole;
strappa di venti per strada
il velo alle suore.
Ridi nel mosto,
mettici
i frutti nei piatti;
sii autunno, senza
vergogna, tripudio
di niente, preludio
al finire; per quanto
difetti
di gemme, sii
perfettamente autunno.
Qualcuno ti amerà pure,
senza che sbocci,
senza che splendi,
senza che inverdi,
senza che dia,
ché tutto prendi;
lo avrai un fiorire tuo
che non ti vedo io,
la tua
stagione degli amori, in te,
come anche il morire dovrà pure
da qualche parte
cominciare.

Non è vero allora che le mezze stagioni non esistono più, se la poesia se ne occupa.

Ultima cosa: Beatrice Zerbini parlerà di Guido Gozzano durante un ciclo di incontri organizzato da La Scuola di Editoria. Perché Gozzano?

Perché è un moribondo che non vuol morire, come me, come tutti noi.

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