Della filologia, ovvero della cura contro il falso

Come la filologia ci insegna a leggere con consapevolezza e a dubitare del falso.

Fino a che punto si accaniranno contro di me? Con quanta impazienza, se si presenterà l’occasione, si affretteranno a trascinare al supplizio me, che non scrivo contro i morti, ma contro quelli che sono ancora vivi; e non contro l’uno o l’altro di essi, ma contro molti; e non solo contro privati cittadini, ma anche contro coloro che rivestono una carica pubblica? Quale carica, ci si chiederà: quella, appunto, del sommo pontefice, il quale stringe tra le mani non solo la spada del potere temporale – alla maniera dei re e dei principi –, ma anche quella del potere spirituale […]. [1]

Il filologo Lorenzo Valla (1407-1457) apre così il suo opuscolo Sulla donazione di Costantino, attribuita e falsificata, l’opera filologica che forse più ha avuto impatto sugli eventi storico-politici del suo tempo. Una denuncia tagliente e spaventosamente gravida di conseguenze che fu pubblicata solo sessant’anni dopo la morte del suo autore. La Chiesa aveva giustificato fino a quel momento il proprio potere temporale (vale a dire il potere politico) attraverso un documento che avrebbe attestato la presunta donazione dei domini dell’Impero Romano d’Occidente da parte dell’imperatore Costantino a papa Silvestro I, in data 30 marzo 315 d.C. 

Innanzitutto, dice Valla, quale imperatore avrebbe rinunciato ai domini di Roma, il centro storico e simbolico dell’impero più grande esistito? Costantino era stato cristiano, vero, ma la sua conversione era stata strumentale, dettata dalla volontà di avere a disposizione uno strumento di controllo su un potere politico ormai in espansione, quello della Chiesa. In ogni caso, papa Silvestro, rappresentante di Cristo in terra, avrebbe dovuto rifiutarlo. 

Ma si analizzino ora le incoerenze oggettive: la lingua. La lingua della Donazione riflette un latino barbarizzato, non quello adoperato ancora nei documenti e nella letteratura occidentale del IV secolo. E ancora, nel testo del documento – che, ribadiamo, sarebbe datato al 315 – si fa riferimento a Costantinopoli, che fu fondata con questo nome solo nel 330 d.C., quindici anni dopo. Come un detective a caccia di prove schiaccianti, Valla sottolinea come, ad esempio, nel testo si faccia riferimento a un diadema d’oro e tempestato di pietre preziose, quando, ai tempi di Costantino, la corona imperiale era fatta di seta e stoffe: il falsario aveva presente i gioielli dei sovrani del suo tempo ed è caduto così in errore. E come poteva Costantino fare menzione dei feudi, un istituto politico che appartiene al Medioevo? La donazione sarebbe stata depositata presso la tomba di San Pietro così da non poter essere presa e modificata: e allora come fa a essere giunta fino al Quattrocento? E in mano di chi? Il caso è risolto: la Donazione è un falso storico prodotto nell’VIII secolo da uno Stato pontificio e da un’accresciuta autorità papale che avevano bisogno di giustificare i propri interessi per il potere terreno. E per cogliere in fallo il falsario, Valla si rifà ad argomenti di ordine storico-politico e linguistico, in una parola, argomenti di ordine filologico.

Ma questo testo, in quanto falso, va dismesso e dimenticato? In altri termini, qual è il valore storico del falso? La Donazione «non serve a nulla per la storia del secolo IV, ma serve moltissimo per quella del secolo VIII»[2]: ci racconta le esigenze e i limiti di un potere politico crescente, riflette le critiche del mondo laico e i peccati di uomini ‘santissimi’. Ci racconta quali fossero i valori di un secolo lontano, le istanze di persone potenti e le richieste di chi da quel potere si vedeva privato di qualcosa.

Il falso – un non vero progettato e coscientemente creato – ci racconta una realtà desiderata, sogni e speranze del suo falsario, che può coincidere con un singolo individuo o con un’intera categoria sociale. E contro il falso esiste un’unica cura: la filologia, la scienza storica nel senso più totale del termine.

Il compito della filologia, cioè dello studio scientifico del mondo antico, è di far rivivere con la forza della scienza quella vita scomparsa, il canto del poeta, il pensiero del filosofo e del legislatore, la santità del tempio, i sentimenti dei credenti e dei non credenti, le molteplici attività del mercato e del porto per terra e per mare, gli uomini intenti al lavoro e al gioco. Come in ogni scienza, come in ogni filosofia, per dirla alla greca, anche qui si comincia con lo stupore che suscita ciò che non si comprende. Lo scopo è di arrivare alla comprensione.
U. von Wilamowitz-Moellendorff, Storia della filologia, 1921 (tr. it. Torino 1967, p. 19)

Conoscere gli antichi significa anche riuscire a capire quando stanno mentendo o quando qualcuno sta mentendo al posto loro. E quando uno ha imparato quali sono gli strumenti per smascherare il falso, è capace poi di applicare il metodo critico a tutto, anche alla contemporaneità. E capiamo quindi che un falsario d’eccellenza come Costantino Simonidis rispondeva con i suoi falsi alla fame bulimica degli studiosi della sua epoca, che altro non volevano se non essere i primi scopritori di antiche opere perdute. Così si può dimostrare che il Diario postumo non è un’opera di Montale, ma il tentativo letterario di una donna che avrebbe voluto essere la musa di Montale; non lo fu e quindi si creò tale.

E questo, nel mondo della post-verità, delle fake news, del potere seduttivo dei titoli di giornale che urlano al sensazionalistico, dovrebbe insegnarci qualcosa di più: l’umiltà del senso critico. Le opinioni sono espressione di pensieri divergenti e il dialogo costruttivo fra di esse porta a una crescita personale prima che epistemologica. Siamo sempre più abituati ad appropriarci di opinioni altrui senza verificarne la veridicità, perché verificare significa leggere, studiare, comprendere – e crediamo che il tempo ci manchi. E quindi spesso ci ergiamo a difensori di quello che abbiamo letto su quella nota testata, di ciò che i nostri genitori, i nostri professori, i nostri amici ci presentano come ‘la verità ovvia’. E, come in un gioco del telefono senza filo, ci facciamo portatori di idee distorte, di cui a volte non comprendiamo a pieno nemmeno il senso, idee che riflettono in sostanza quello che ci piacerebbe fosse vero, perché è controcorrente, perché è contro il potere o, ancora, perché legittima le nostre azioni, perché ci permette di non metterci in discussione.


Bibliografia essenziale

[1]«Quantopere in me debacchaturi? Et, si facultas detur, quam avide me ad supplicium festinanterque rapturi? Qui non tantum adversus mortuos scribo, sed adversus etiam vivos, nec in unum alterum ve, sed in plurimos, nec contra privatos modo, verum etiam contra magistratus. At quos magistratus? Nempe summum pontificem, qui non temporali solum armatus est gladio regum ac principum more, sed ecclesiastico quoque […]». Lorenzo Valla. La falsa donazione di Costantino, a cura di O. Pugliese, Milano, Rizzoli, 1994, p. 60, che riproduce il testo latino dell’edizione di W. Setz (MGH X, 1976).
[2]F. Chabod, Lezioni di metodo storico, Bari-Roma, Laterza, 1978, p. 77.
M. Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico, Torino 2009
L. Canfora, La storia falsa, Milano 2008
L. Canfora, Il copista come autore, Palermo 2019 (ristampa del volume del 2008, con aggiunta del capitolo Il falsario come autore)
F. Condello, I filologi e gli angeli. È di Eugenio Montale il Diario Postumo?, Bologna 2014
J. Martínez (ed. by), Fakes and Forgers of Classical Literature. Ergo decipiatur!, Leiden-Boston 2014

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