Il signor G, Giorgio Gaber e il teatro canzone. Quando ‘canzone’ fa rima con ‘reazione’

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Fine anni SessantaItalia.

Anche il Bel Paese conosce il clima delle contestazioni studentesche e operaie, la rivoluzione sessuale, nonché la ‘madre di tutte le stragi’: la strage di Piazza Fontana, evento che diede inizio a quelli che sarebbero passati alla Storia come gli ‘anni di piombo’, anni di estremismo violento. Nel frattempo, sullo sfondo mondiale avvenivano altri eventi epocali come la morte del presidente Kennedy e l’assassinio di Martin Luther King in America, la «primavera di Praga», lo sbarco sulla Luna e la guerra in Vietnam.

È stato un periodo carico di tensione, al di là degli avvenimenti politici e non, che conosciamo, e fare televisione era diventato dequalificante. Mi nauseava un po’ una certa formula, mi stavano strette le sue limitazioni di censura, di linguaggio, di espressività, e allora mi dissi, d’accordo, ho fatto questo lavoro e ho avuto successo, ma ora a questo successo vorrei porre delle condizioni. Mi sembrò che l’attività teatrale riacquistasse un senso alla luce del mio rifiuto di un certo narcisismo.

È con queste parole che, nel 1993, Giorgio Gaber racconta in un’intervista la nascita del teatro canzone, genere innovativo e di fusione tra la musica e il teatro, al quale dà vita insieme all’amico pittore e paroliere Sandro Luporini.

Gaber e Luporini preparano il debutto de Il Grigio nel 1988. Foto di Enrica Scalfari. Dall’account Facebook della Fondazione Giorgio Gaber.

Il signor G non è (più) un cantante né uno dello spettacolo, bensì un uomo comune, diviso tra dubbi e contraddizioni come qualsiasi suo altro simile, oltre a essere il titolo dell’omonimo album del 1970 del rinnovato Giorgio Gaber.

Ciò che caratterizza le nuove vesti e la nuova poetica dell’artista milanese è un linguaggio schietto e privo di retorica, specchio di un’anima anarchica e stretta nelle convenzioni sociali; un personaggio nel mirino del quale ci sono l’ipocrisia, il moralismo intellettuale, le ideologie precostituite, il conformismo di facciata e le istituzioni spesso stantìe, in un’eco continua tra ‘personale’ e ‘politico’ in una ricerca dell’individuo a scapito dell’uomo come ‘soggetto politico’. Il signor G si fa, consapevolmente e inconsapevolmente, specchio e modello generazionale che insegue una libertà estrema, fuori dal consumismo e dalle logiche, dai meccanismi della massificazione che tramuta l’uomo in automa e mero consumatore. Quelle del signor G non possono quindi che essere canzoni volutamente provocatorie e senza filtri, che vanno oltre il concetto stesso di ‘canzone’ di intrattenimento da pochi minuti. La si potrebbe scambiare per ironia o satira – e di fatto lo è – ma è anche una fortissima volontà di sfuggire alla banalità e all’alienazione dettata dall’omologazione: così lo spettacolo a metà tra monologo e cantato diventa momento di riflessione autentica sui propri umani dubbi e sulle proprie perplessità, oltre che riflessione pura sul mondo contemporaneo. Linguaggio, musica e teatro si fondono e diventano sfogo di disillusione, utopia e disincanto ma anche voglia di scrollarsi di dosso alcune speranze e talune certezze per indossarne altre.


In un periodo come gli anni Settanta, e più in generale nella storia della musica italiana, Giorgio Gaber è sempre inequivocabilmente la voce fuori contesto e priva di filtri che sfugge a ogni genere di etichetta. Non è un caso che per moltissimi, artisti e non, il signor G sia un mito artistico di riferimento e i suoi testi ancora di profonda attualità.

Siamo onesti: quante volte oggi ci capita di uscire da una sala concerto e da un teatro consapevoli di aver ricevuto una lezione catartica per noi stessi?

Sembra che, per rispondere a questa domanda, basti dare un’occhiata – e un ascolto – a qualche nuova leva della canzone italiana contemporanea. A partire dall’ormai noto Willie Peyote, rapper torinese sempre vicino alla critica sociale e con il gusto della provocazione, ispirato proprio dall’insegnamento di Gaber. In Metti che domani, brano del suo penultimo disco Sindrome di Tôret, cita proprio il suo maestro:

Libertà è partecipazione
Ma anche il maestro vedesse in che situazione siamo adesso cambierebbe posizione.

In un’intervista al «Corriere» di qualche anno fa il rapper dice:

Se tutti parlano tanto per dire la loro non è vera partecipazione. Di Gaber condivido l’approccio non giudicante. Solo su un tema prendo posizione diretta: l’antifascismo è la linea di confine.

Ancora oggi, il rapper non ha perso il gusto per l’anticonformismo privo di compromessi.

Gaber per me è stato un maestro, e soprattutto perché mi sembra molto attuale. Attuale nelle tematiche e attuale nei sentimenti, e forse tutti noi abbiamo bisogno di vivere certi sentimenti e certe emozioni nella musica italiana. Io vivo Gaber come un nonno, quindi mi piace pensare a questa figura così familiare e mitica e avercela intorno a me ogni tanto, quando scrivo una canzone.

Cimini sul palco del Piccolo Teatro di Milano. Dal profilo Instagram ufficiale @ancoramegliocimini.

Così racconta invece Cimini, giovanissimo cantautore della scuderia Garrincha, esibitosi al Piccolo Teatro di Milano in occasione dell’ultima edizione dell’evento Omaggio a G – Io ci sono, sei serate dedicate a Gaber per la manifestazione Milano per Gaber conclusasi il 23 marzo scorso. Sul palco, ad alternarsi con altri giovani artisti del panorama italiano anche N.A.I.P., all’anagrafe Michelangelo Mercuri, l’eclettico polistrumentista divenuto famoso nell’ultima edizione di X-Factor, che dell’artista maneghino dice:

A me Gaber ha insegnato tanto, mi ha illuminato tantissimi punti bui della comprensione mia e della società, e nonostante siano passati gli anni è uno di quei casi in cui le sue parole valgono sempre. A chi vuole fare luce consiglio Gaber perché lui ha fatto fare a me luce.

Lo scorso gennaio, ospite di Far finta di essere sani, format digitale per una serie di incontri virtuali con artisti contemporanei, N.A.I.P. si era già espresso su Gaber attraverso il brano I borghesi:

Ho scelto questo brano perché lo trovo più che mai attuale; si parla dell’ imborghesimento e delle classi sociali, molto definite negli anni ’60 e ’70 ma che, a mio parere, sono riemerse nuovamente durante la pandemia che stiamo attraversando. Ascoltando il brano mi sono inoltre reso conto di alcune somiglianze linguistiche col racconto che faccio io nelle mie canzoni. Ascoltare Gaber per i giovani di oggi può voler dire trovare un secondo padre.

Bene, alla domanda di prima non si può quindi che rispondere con autentico ottimismo: nonostante la società e il periodo in cui viviamo, è ancora possibile ascoltare musica e imparare. Imparare su di noi e magari reagire alla contemporaneità, ponendoci vecchie e nuove domande. Anche negli anni Venti del Nuovo Millennio.

Giorgio Gaber, intanto, continua a fare da maestro.

Qui la Playlist ufficiale di Palin

Link e video consigliati:

Milano per Gaber, giovani artisti sul palco per l’evento «Omaggio a G-Io ci sono», in «Corriere», 19/03/2021 

Far finta di essere sani, il nuovo format di Fondazione Gaber: ospite di questa puntata N.A.I.P. artista rivelazione di X-Factor che sceglie e commenta “I Borghesi” del Signor G, in «Spettacolinews», 15/01/2021

Milano per Gaber 2019 – incontro con Willie Peyote

Far Finta Di Essere Sani …con N.A.I.P., “I borghesi”

Bibliografia:

Manfredi, Roberto, Skan-zo-na-ta. La canzone umoristica e satirica italiana da Petrolini a Caparezza, Prefazione di Alberto Tonti, Skira, 2016

Foto in copertina proveniente dall’account Facebook ufficiale della Fondazione Giorgio Gaber

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