There’s no planet B: il cinema e il cambiamento climatico

Immaginate un mondo in cui i mari si innalzano, specie animali si estinguono inesorabilmente, gli alberi prendono fuoco causando gravi incendi, deforestazioni, piogge torrenziali, e un pipistrello è la causa di una pandemia mondiale. Immaginate solo per un istante che questa sia la realtà. Anzi, non immaginatelo, perché lo state vivendo. 

Nella storia dell’Occidente, in particolare nei secoli ante nostra era, la Natura era considerata entità divina, la culla dei popoli. Secoli più tardi, la stessa Natura che veniva venerata è stata infine razziata e conquistata. Con questo non si vuole mettere in discussione il progresso della civiltà umana occidentale, ma lo stile di vita sempre più secolarizzato che ha dato origine a «una visione assolutamente materialistica della vita», per citare il medico accademico di fama mondiale Felix Unger. Questa condotta induce l’essere umano a ergersi come misura del mondo, cioè a dare origine ad una visione antropocentrica che da il via ai disastri naturali di cui oggi siamo spettatori e protagonisti. Cambiamenti climatici, alterazioni degli equilibri ambientali, inquinamenti dei mari, dei fiumi, che come una reazione a catena provocano tra le tante cose epidemie, carestie e migrazioni di massa. Non vi è dubbio quindi, che il cambiamento climatico sia uno dei problemi più urgenti ed importanti al quale bisogna affacciarsi. L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile – sottoscritto nel Settembre 2015 – lo inserisce tra i 17 obiettivi da perseguire per salvare il nostro pianeta.

Nel corso degli anni, la stessa industria cinematografica si è impegnata a richiamare l’attenzione sulle conseguenze dell’antropocentrismo. Secondo i cultural studies, la cultura popolare (nel senso di letteratura, cinema e new-media), è uno strumento importante che da accesso a quelle strutture di pensiero che caratterizza una società in un dato periodo storico. Allo stesso modo, indicano che questo mezzo ha un effetto sulla società consumatrice, riflettendo desideri e interessi. In pratica, ciò che viene prodotto è lo specchio di ciò che si vive, e contemporaneamente la società è il prodotto di ciò che viene visto, letto, creato. La letteratura, il cinema, non sono solo mezzi per mettere in allerta l’occhio umano, ma anche per plasmarne il pensieroMad Max: Fury Road (2015), The Day After Tomorrow (2004), Blade Runner (1982), sono solo alcuni dei titoli di genere sci-fi, post-apocalittico, che pongono l’attenzione sugli effetti devastanti della disattenzione e superficialità dell’essere umano.

Come emblema dell’antropocentrismo spicca Snowpiercer (2013) di Bong Joon-ho, pellicola tratta dalla graphic novel francese Le Transperceneige (1982). Il film è ambientato in un futuro lontano – in realtà non troppo – dove l’umanità è colpita dal surriscaldamento globale. Viene così inventato un agente climatico in grado di abbassare le temperature, ma con conseguenze irreversibili. Il pianeta subisce una seconda era glaciale, annientando in questo modo qualsiasi forma di vita. Un magnate ricco e potente è riuscito nell’intento di costruire un treno con migliaia e migliaia di vagoni in grado di attraversare l’intero globo senza fermarsi mai. Non solo, il treno costituisce un intero ecosistema, con piante, animali da pascolo, e persino un intero acquario a disposizione. Il tranello è che non tutti e tutte possono accedere allo Snowpiercer, ma solo gli uomini e le donne di alto rango. Altro emblema di una società puramente materialista. Tuttavia, appena prima la partenza del treno, un gruppo di persone non autorizzate riesce a salire sul treno, dando vita ad una rigida divisione in tra classi all’interno del treno che porta la classe più povera, quella del Fondo, a vivere in condizioni disumane e di sovraffollamento a differenza delle classi più agiate che vivono in testa al treno. Il film non solo è un affresco – a tratti cruento – sul senso del potere, della democrazia e sulla convivenza tra esseri umani ma, a partire dalla premessa, di come il sistema natura sia un sistema interconnesso. Ogni cosa, ogni entità, esiste all’interno di una relazione con tutti i fenomeni dell’universo. L’epidemia che il mondo attualmente si trova ad affrontare ne è un esempio lampante. Così come ogni cattiva causa che viene posta dall’essere umano ha un effetto negativo sull’ambiente.

Se, secondo Interstellar (2014), può esistere un pianeta B, nella realtà non si dovrebbe arrivare a questo. L’intento di questi film non è solo quello di provocare ansia e angoscia, bensì porre la seguente domanda: se avessi la possibilità di prevenire tutto questo, cosa faresti?


Fonti:

Ailise Bulfin, Popular Culture and the Human Condition: Catastrophe narratives and climate change, Global and Planetary Change, 156 pp. 140-146, 2017.
Daisaku Ikeda, Felix Unger, Siamo umani: l’urgenza dell’empatia e della compassione, 2019, Piemme
Bong Joon Ho, Snowpiercer, 2013, Moho Films

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