Palin: un limite etnografico

limite /’limite/ s. m. [dal lat. limes -mĭtis]. – 1. a. [linea terminale o divisoria: il l. fra due stati; il l. d’un terreno] ≈ bordo, confine, limitare, margine.

Uscendo dalla sua piccola boccia di vetro, Palin ha scoperto che non vi sono elementi e vasche chiuse a sé stanti, ma un unico grande mare che sfiora ogni costa, in cui tutto è collegato. Ma quanto è difficile varcare una soglia? Si dice che la l’intera distanza che percorriamo nella vita sia uno spazio ornamentale rispetto a quelle sei o sette soglie che ognuno oltrepassa. Questo concetto sembra richiamare un’idea dell’evoluzione di ogni individuo come in divenire, così come Deleuze lo concepiva: come brulicante e metamorfico trasformarsi dell’identico. Tutto cambia restando identico. Un principio molto vicino alla concezione della materia e al suo mutare: nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma.

Questa introduzione non vuole fornire un riassunto delle diverse ricerche qui presentate, ma ambisce piuttosto a tratteggiare il quadro generale in cui esse s’inseriscono allo scopo di evidenziare i punti di forza dell’approccio interdisciplinare e il suo contributo all’analisi delle complessità sociali. Mi pare opportuno spendere innanzitutto qualche parola sul titolo di questo numero. Ho scelto il termine “etnografie” per sottolineare che gli articoli qui raccolti sono tutti il risultato di prolungate ricerche sul terreno, inteso come culturale e locale.

Portiamo la considerazione del limite come perno del nostro discorso: un centro irradiatore da cui dipartono le nostre piccole visioni su microporzioni del reale.

Utilizziamo il limite come scatola ontologica, scelta di circoscrivere un’indagine che si vuole più varia, trasversale e multiforme possibile.

Limite come occasione di riflessione comune, come sguardo sull’Altro, come tentativo di conciliare i grandi protagonisti del contemporaneo.

Per limite intendiamo anche qualsiasi elemento avente la funzione di determinare il confine di un terreno. E’ anche, frontiera, margine. Anche nella sua accezione di livello massimo cui qualcosa può giungere, termine che non può né deve essere superato. Ma anche arginare, contenere, frenare, limitare.

Esiste perciò uno sguardo che disseziona, indaga, che non si accontenta di forme determinate, fenomeni visibili e stabiliti. Dalle varie forme dell’arte, accomunate da una caratteristica di inafferrabilità, a uno sguardo che sa spaziare nelle città in cui viviamo, quelle che ci parlano e raccontano di una società quanto mai divisa e polarizzata; così come anche il limite superato dalla letteratura come forza capace di creare un dialogo che va oltre il semplice rapporto tra materia e il tempo; e la scienza come superamento di una realtà composta da geometrie frattali.

Per noi di Palin nel tempo dell’individualizzazione, nell’epoca delle divisioni e dei compartimenti stagni, è necessario un ritorno a una visione di insieme che non si lasci condizionare da limiti preesistenti, imposti, ma si impegni per superarli o confrontarsi con essi, così da tornare ad uno sguardo capace di vedere il tutto in comunione e non l’universo come strutturato in compartimenti stagni.

Palin adotta un modello di humanitas basato, quindi, su un ideale di formazione dell’uomo in funzione dell’uomo stesso, orientato verso la vita civile, e poggia sulla considerazione di tutte le cose come «create per la salute degli uomini» (F. Petrarca) e sull’idea di centralità dell’uomo nel mondo, definita in base al rapporto tra microcosmo e macrocosmo. Una tale politica culturale si basa sull’idea di comunicazione e tutela delle diverse identità culturali e linguistiche di ciascuna delle componenti che compongono lo stato di cose, abbandonando ogni costruzione, ogni struttura precostruita e limitante.

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