Palin: un discorso sulla Natura

Natura, s. f. [lat. natūra, der. di natus, part. pass. di nasci «nascere»]. – 1. Il sistema totale degli esseri viventi, animali e vegetali, e delle cose inanimate, che presentano un ordine, realizzano dei tipi e si formano secondo leggi.

Ci sono due pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice: «Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?». I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede «Ma cosa diavolo è l’acqua?». Questa breve storia di David Foster Wallace è utile per il nostro discorso.

Il termine natura è inscritto al centro stesso dell’esperienza contemporanea. Non siamo di fronte solo a una moltiplicazione dei diversi tipi di ‘natura/e’, ma assistiamo al riemergere di una profonda eterogeneità del campo semantico di questa parola. Dall’ambientalismo, passando per la natura identitaria di molte comunità, all’urbanistica fino al coinvolgimento di interi ecosistemi sociali e artistici. Queste non si sovrappongono, piuttosto si connettono in modi spesso imprevedibili, contribuendo a plasmare nuove forme prioritarie dell’espressione comune.

Il tema del mese, dunque, può essere in parte letto come un contributo alla proliferazione del dibattito critico sulla questione ecologica, la quale coinvolge nell’operare vecchi e nuovi dispositivi di sfruttamento e spossessamento, e intorno a cui ruotano le più promettenti o catastrofiche condizioni per la reinvenzione di un progetto di miglioramento del presente.
Diceva Pasolini a proposito della lotta tra ‘natura’ e neocapitalismo:

Io spero naturalmente che, nella competizione che ho detto, non vinca il neocapitalismo: ma vincano i poveri. Perché io sono un uomo antico, che ha letto i classici, che ha raccolto l’uva nella vigna, che ha contemplato il sorgere o il calare del sole sui campi, tra i vecchi, fedeli nitriti, tra i santi belati; che è poi vissuto in piccole città dalla stupenda forma impressa dalle età artigianali, in cui anche un casolare o un muricciolo sono opere d’arte, e bastano un fiumicello o una collina per dividere due stili e creare due mondi.[1]

Un tale recupero, per quanto entusiastico, di una visione euristica della vita nei campi sembra pressoché impossibile nella società contemporanea. Tuttavia, il cambiamento nella considerazione di una «relazione ritrovata»[2] con gli elementi del paesaggio si configura come un via obbligata: dalla denuncia della «perdita» di Fortini e Pasolini durante gli anni ’50 e poi ’60, al momento dell’inversione delle coordinate culturali affermate di cui ha scritto Calvino, nell’affermarsi delle «civiltà del cicaleccio televisivo», il ritrovare un valore alternativo che non confidi nel solo progresso tecnologico come orizzonte a cielo unico è sollecitato da una duplice urgenza. Da una parte la Natura intesa sia come elemento ecologico su cui urge drastico cambio rotta, dall’altro riscoprire un modo di guardare al paesaggio non solo con lo strumento della ragione di Ulisse, il quale sottomette la natura con la tecnica e l’astuzia, ma guardi a una più ampia importanza della relazione.

Palin ha provato a riscoprire il ruolo della natura, rileggendo i miti, proverbi, luoghi comuni, le parabole in cui siamo confinati.

La natura appartiene a quelle immagini scivolate lentamente, giorno dopo giorno, nella nostra memoria collettiva; e se questo momento storico ha fatto emergere la natura come protagonista, come alternativa in molti casi di libertà a una situazione di prigionia, allora la domanda andrà a toccare le scelte personali di tanti di noi, portandoci a formulare la stessa domanda che ha aperto questa riflessione.

Che cos’è l’acqua?


Note:

[1] Pier Paolo Pasolini, Scritti di politica e società, Mondadori, Milano 2001
[2] cfr. Édouard Glissant, Poetica della Relazione, Quodlibet, Macerata 2006

Lascia un commento