La Scienza come sguardo sull’universo

Il nostro sentire comune ci impone continuamente di cercare punti di appiglio stabili e solidi. Forse per questo la cultura tradizionale, soprattutto quella occidentale, si è da sempre prodigata nel fornirci verità immutabili e non contestabili. Eppure, questo sforzo millenario non sembra fruttare. In definitiva, abbiamo davvero bisogno di certezze? La Scienza ci potrebbe dare senza dubbio alcune risposte.

Quello che al nostro occhio miope sembra immobile,
in realtà è una danza selvaggia
(Richard Feynman, Il senso delle cose)

Il cielo è blu, il pavimento è piatto, il ghiaccio è liscio e la stanza si illumina istantaneamente dopo aver premuto l’interruttore. Vero? No. O meglio, è vero in parte. I nostri sensi ci suggeriscono che il cielo sia blu, ma è solo perché i recettori nella nostra retina sono poco sensibili alle altre frequenze elettromagnetiche ben più abbondanti (violetto e UV). Analogamente, il pavimento è piatto perché non riusciamo a percepire la curvatura terrestre, il ghiaccio presenta delle microscopiche rugosità che il nostro tatto non riesce a percepire, così come la velocità della luce che riempie la stanza è troppo alta per il nostro occhio il quale perciò giudica l’illuminazione della stanza istantanea. Questa è solo una piccola selezione di esempi che mostrano come il nostro sguardo sul mondo (e in generale tutta la nostra esperienza sensoriale) sia inesatto e risulti in un’interpretazione dell’universo corretta solo in prima approssimazione. Insomma: tutto ciò che vediamo è sfumato, tutto ciò che tocchiamo è approssimato, tutto ciò che pensiamo è sostanzialmente imperfetto.

Uno dei più grandi geni del Novecento, Richard Feynman, sintetizzò questo concetto dicendo:

In fisica la verità è raramente perfettamente chiara e ciò è certo universalmente nel caso delle faccende umane. Quindi, ciò che non è circondato da incertezza non può essere la verità.

Non esiste verità senza incertezza. Senza addentrarci nel buco nero che è la definizione ontologica di verità, ci si limiti a dire che la comunità scientifica ormai da molto tempo ha gettato la spugna a riguardo. La Scienza ormai, intesa come osservazione e indagine del nostro universo, ha rinunciato a cercare certezze granitiche per limitarsi a definire con che grado di approssimazione una teoria possa essere definita vera o falsa. Un’ammissione di umiltà e di continua perfettibilità delle teorie scientifiche che già Galilei (che il metodo scientifico lo inventò) aveva intuito, scrivendo nel suo Dialogo sopra i massimi sistemi che «è da sperare che col progresso del tempo si sia per arrivar a veder cose a noi per ora inimmaginabili».

Due secoli e mezzo dopo, invece, fu opinione comune nella comunità scientifica che si fosse vicini alla conoscenza totale delle leggi dell’universo. Uno scienziato del calibro di Albert Michelson (primo americano a ricevere un Premio Nobel in ambito scientifico) arrivò a dire nel 1894 che «sembra probabile che gran parte dei fondamentali principi siano stati saldamente stabiliti». È ironico notare come sia stato proprio grazie ad alcuni suoi esperimenti se, pochi anni dopo, un tale Albert Einstein formulò una teoria destinata a sovvertire l’edificio del sapere dell’epoca: la teoria della relatività.

L’umanità infatti ha spesso avuto una fiducia cieca nell’immediata interpretazione di ciò che accade davanti ai nostri occhi e ha subordinato la verità a una conseguenza diretta di ciò che vediamo e già conosciamo o che siamo abituati a vedere e conoscere. Non a caso, l’aristotelico Ipse dixit ha sempre avuto più successo del socratico so di non sapere. Il diritto e il dovere al dubbio e all’incertezza che la Scienza ha faticosamente conquistato è stato un boccone amaro da mandare giù, laddove gli uomini hanno sempre faticato a orientarsi in un universo in cui i punti di riferimento atavici formati dai nostri sensi erano stati esautorati.

In realtà, tra i non addetti ai lavori persiste ancora un atteggiamento di sfiducia verso l’obiettiva osservazione scientifica, macchinosa e complessa, che può degenerare in vero e proprio rifiuto. Ovviamente ciò genera imprevisti, incertezze, errori e vere e proprie superstizioni. Più precisamente: tutto ciò nasce quando la nostra osservazione e l’interpretazione delle cose non sono supportate da una serie di processi logico-deduttivi che, infine, compongono il famigerato metodo scientifico. Forse, in altre parole, abbiamo semplicemente uno sguardo imperfetto, sostenuto però da un cervello pronto – il più delle volte – a rivelarne le imperfezioni e i fallimenti.

La Scienza stessa, si può dire, si fonda sul riconoscere il fallimento. Purtroppo, però, siamo una società in cui il fallimento non è ammesso. Il sistema economico, sociale e perfino la comunicazione che abbiamo creato è un ecosistema spietato in cui il più forte sbrana il più debole. Il margine di errore concessoci è minimo e viviamo nell’ansia di oltrepassarlo. Anche per questo è così facile per molti rifugiarsi in certezze assolute, quasi religiose, come mezzo di self-empowering. Non è un caso che a questo mondo le persone più sicure delle proprie idee siano in primis i cospirazionisti vari o coloro che credono ciecamente in una fede, sia essa anche il denaro. Prendiamo i religiosi e i politici: se i primi hanno abbandonato il dubbio trovando conforto in Dio e i secondi nel potere, i cospirazionisti in senso lato osservano e interpretano i fatti a modo proprio, piegando i fatti stessi alle proprie convinzioni, mai viceversa. Oggi non c’è spazio per il dubbio, guai quindi a mettere in discussione le idee più granitiche e imperiture, che proprio per questo sono però, come diceva Feynman, sbagliate.

In un’epoca tecnologicamente stupefacente, fatichiamo ancora ad avere uno sguardo scientifico sul mondo. E forse è proprio questo il problema.


Fonti:
Richard Feynman, Il senso delle cose, Adelphi, Milano 2012
Galileo Galilei, Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo, 1632
Annual Register, University of Chicago, 1896

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