Indagare la natura per conoscere noi stessi: perché non possiamo fare a meno della sperimentazione animale

La sperimentazione animale è un atto d’amore?
Scegliere di conoscere attraverso il sacrificio, mai violento, di animali da laboratorio vuol dire prevenire e curare malattie, salvare vite umane.

L’importanza della sperimentazione preclinica venne portata all’attenzione pubblica col caso della talidomide, un farmaco che serviva a mitigare gli stati ansiosi e la nausea da gravidanza. Alla fine degli anni ’50, successivamente alla commercializzazione di numerose formulazioni, sono aumentati in maniera preoccupante i casi di focomelia, una grave malformazione degli arti che si sviluppa nel feto durante la gravidanza. In Italia si contano circa 5000 casi di sopravvissuti con malformazioni gravi a livello di arti e organi interni. In America, grazie alla farmacologa Frances Oldham Kelsey, che si oppose alla commercializzazione di farmaci contenenti talidomide, venne evitato un disastro sanitario. Questa scelta fu premiata dal presidente americano John F. Kennedy con il President’s Award for Distinguished Federal Civilian Service.

Nel 1961 venne ritirato dal mercato europeo qualsiasi medicinale contenente talidomide, momento fondamentale nel mondo della farmacologia dato che portò a ripensare gli approcci di analisi sui farmaci. Oggi abbiamo l’AIFA, un organismo nazionale preposto alla farmacovigilanza, necessaria per garantire la sicurezza di ogni farmaco e la salute pubblica.

Per comprendere come la sperimentazione, anche animale, influenzi le vite di tutti noi basta pensare all’attuale situazione sanitaria mondiale: tutti gli studi che hanno permesso di comprendere la patogenesi del SARS-cov19 sono stati condotti sugli animali e l’efficacia e la sicurezza dei vaccini sono state testate prima su di essi.

In Italia, una parte della politica ha intercettato i consensi delle associazioni animaliste interpretando le loro istanze fino a produrre un testo di legge (2013) a firma Brambilla e Giammanco[1], il cui testo depositato in aula inizia così:

Fin dal secolo XIX la vivisezione e la sperimentazione sugli animali sono state oggetto di critiche e polemiche, per evidenti ragioni etiche.

Il termine vivisezione può trarre in inganno e taccia di crudeltà la ricerca scientifica. Esiste infatti un codice etico che il ricercatore deve seguire per condurre gli esperimenti, ed è assente la vivisezione dato che è illegale da decenni.

Infatti, il mondo scientifico si muove secondo la regola delle 3 R (reduce, refine, replace): cercare di ridurre il numero di animali utilizzati al minimo indispensabile per ottenere un dato statistico valido, ottimizzare le procedure in modo da diminuire il più possibile lo stress e la sofferenza agli animali, infine cercare di sostituire la ricerca sugli animali, dove è possibile, con tecniche che prevedono, ad esempio l’uso di colture cellulari[2].

Proprio per l’importanza che ha la sperimentazione animale nello studio di certe malattia, il 17 giugno 2020 la Società Italiana di Farmacologia ha emanato un comunicato nel quale spiega quali siano le lesioni dei diritti nei confronti dei ricercatori in Italia permesse con la legge citata precedentemente del 2013[3].

Anche la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) ha emanato un documento che evidenzia come la disparità di trattamento tra i vari paesi UE in tema di sperimentazione sia di fatto uno svantaggio per l’Italia, infatti, dei 453 progetti di ricerca a livello di xenotrapianti e sostanze d’abuso, ben 53 i titolati sono italiani, ma di questi 33 si svolgono all’estero[4].

Quale futuro possiamo immaginare se diventiamo sempre meno attrattivi per la conoscenza?


Fonti:

[1] Proposta di legge
[2] Francesca Petetta e Roberto Ciccocioppo, Public perception of laboratory animal testing: Historical, philosophical, and ethical view, Wiley Online Library, 16/12/2020
[3] Direttiva 2010/63/UE
[4] Documenti CRUI

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