Iliade, Orgoglio e pregiudizio, Il barone rampante. Storie di rifiuti e reazioni

Achille rifiuta di entrare in guerra fino alla morte di Patroclo, che scatena la sua reazione, un impeto di rabbia funesta che custodisce in grembo un amore profondo. Elizabeth rifiuta la proposta di matrimonio di Mr. Collins, e il suo rifiuto nasconde e palesa la reazione nei confronti di un sistema maschilista e patriarcale all’interno del quale le donne non hanno il minimo potere decisionale. Cosimo di Rondò rifiuta un piatto di lumache salendo, per reazione, su di un albero. Reagendo così non solo alle imposizioni di suo padre ma anche al sistema nobiliare, con le sue pratiche, le usanze e le vuote apparenze. Cosimo rifiuta di leggere la sua vita come un ordine precostituito fatto di regole da rispettare e domande da non porsi, e reagisce costruendosi una sua personale dimensione di libertà. Tre esempi di rifiuto, tre storie di reazione.

Una reazione è, riportando dall’enciclopedia Treccani, un «atto o comportamento con cui si risponde a un’offesa, a una violenza e simili». L’atto di risposta, quindi, a un’azione che potrebbe arrecare danno al soggetto spinto a reagire.

Non di rado un atto di reazione è legato a un rifiuto, il quale potrebbe sia coincidere con la reazione stessa (reagire ad un ordine rifiutandosi di eseguirlo), sia esserne il fattore scatenante (il rifiuto di un’alleanza può scatenare una crisi diplomatica).

Analizzando tre casi letterari di re-azione tra loro diversi, si nota come ognuno di essi venga determinato dall’indole del protagonista, dalla cultura vigente nella sua epoca, dall’adesione o dalla reazione al proprio contesto sociale e, fondamentale, da un avvenimento improvviso e non prevedibile.

Achille

La guerra di Troia è in pieno svolgimento. I Greci assediano la città nemica ormai da tempo, in un continuo susseguirsi di battaglie tra guerrieri feroci e divinità partigiane. Accade però, ad un certo punto, che qualcosa s’incrini tra le fila achee. Agamennone, il re condottiero, costretto a liberare la schiava scelta per sé dopo l’ultimo assedio al villaggio vicino (essendo lei figlia di un sacerdote di Apollo e per questo protetta dal dio) sceglie di rimpiazzarla con la schiava che era stata assegnata ad Achille, il più valoroso e temuto dei combattenti, figlio di un uomo e di una dea nonché condottiero dell’esercito più spietato tra tutti gli eserciti: quello dei mirmidoni.

Così Achille, ferito più nell’orgoglio che nella sfera degli affetti, si ritira, adirato, dalla battaglia. I dissapori fra lui e Agamennone affondavano le radici in avvenimenti più antichi, per cui l’episodio della schiava Briseide è soltanto la celebre goccia che fa traboccare il vaso. A quel punto, comunque, la situazione dell’esercito greco, senza Achille e i mirmidoni, si complica terribilmente. Vani sono tutti i tentativi di convincere il Pelide a tornare a combattere, finanche quello di Ulisse, il più abile oratore, che porta messaggi di scuse e promesse di ricche offerte da parte del re pentito. Achille è irremovibile nella sua ira. In quei giorni di astinenza dalla lotta però, che lo inducono addirittura a riflettere sull’inutilità di una tale guerra (e in fondo della guerra in generale), non è solo. Patroclo, suo cugino e secondo numerose ricostruzioni anche suo amante, trascorre il tempo con lui, ed essendo egli più giovane e inesperto, e il suo nome ancora totalmente sconosciuto ai nemici, resta affascinato dai discorsi epici di Ulisse. Decide così di appropriarsi delle armi e dell’armatura di Achille – all’insaputa di questi – e di recarsi sul campo di battaglia. Lì, alla vista di quello che sembra Achille, si scatena il panico. Ettore, principe di Troia e condottiero del suo esercito, lo affronta, convinto di trovarsi di fronte all’invincibile guerriero, e lo uccide.

Quando la notizia dell’accaduto raggiunge Achille, la sua reazione è incontrollata.

Torna così a combattere con furia inaudita persino per la sua fama, e trucida decine e decine di soldati troiani fino ad arrivare al cospetto di Ettore. Lo sfida, e quello, consapevole di andare incontro a morte certa, rassegnato, accetta la sfida. Achille vince e, ancora in preda alla sua ira disumana, fa scempio del cadavere del nemico, legandolo alla sua biga e trascinandolo lungo il perimetro delle mura della città.

La storia va poi avanti come sappiamo, ma è interessante qui capire il meccanismo alla base della reazione di Achille. Dentro la sua reazione c’è, infatti, la rabbia per l’oltraggio subìto, l’incontrollabile desiderio di vendetta ma, soprattutto, il senso di colpa per non essere stato in grado di proteggere, conservare e preservare quell’affetto che aveva, a ben vedere, tutti i tratti dell’amore. Perciò la sua violenta reazione è, in fondo, l’espressione del suo profondo amore per Patroclo, manifestato con l’atto per lui più naturale, il combattimento, e con l’unico strumento che padroneggia perfettamente: la spada. È, in altre parole, la manifestazione più spontanea e sincera dell’amore verso l’unica persona che probabilmente avesse mai davvero amato.

Lui, che combatte solo per sé stesso, e che sempre e solo per sé stesso smette addirittura di farlo (è dopo aver subìto un affronto personale che si ritira), in quell’occasione non si batte per la gloria degli eroi e per l’immortalità del nome, ma lo fa, per la prima volta, in nome di qualcun altro. Reagisce per vendetta e si batte per amore.

Inutile dire che la reazione di Achille indirizzerà in modo decisivo l’andamento del conflitto. Senza di essa i Greci avrebbero concretizzato l’ipotesi che già si stava facendo largo prima del suo intervento: girare le navi e tornare a casa.
Ma la reazione di un uomo che ha perso l’amore può valere così tanto da decidere le sorti di una guerra.

Elizabeth Bennet

Quando in Orgoglio e pregiudizio, il romanzo più conosciuto di Jane Austen, Mr. Collins si reca a casa Bennet per chiedere la mano di Elizabeth, secondogenita di cinque sorelle, non può immaginare, per quella che è la mentalità sua e più in generale di tutta una società, di stare andando incontro a un secco rifiuto.

Siamo nell’Inghilterra rurale di inizio XIX secolo, e il matrimonio all’epoca, e fino a molti anni più tardi, è un’istituzione in ogni senso fallocentrica, o meglio ‘fallodiretta’: è l’uomo a scegliere la donna da sposare, è l’uomo a proporre il matrimonio ed è l’uomo, infine, a svolgere l’indiscusso ruolo di capofamiglia. Per questo Mr. Collins intende la sua visita a casa Bennet più come una formalità che come un’incognita da risolvere. Dice, infatti, di essersi recato nell’Hertfordshire con il preciso intento di scegliersi una moglie e che la fortunata risulta essere, dopo attente valutazioni parentali ed economiche, proprio Elizabeth. Solo che lei, Elizabeth, ragazza brillante e consapevole, declina l’offerta mostrandosi assolutamente non intenzionata a sposarlo.

Rifiuto, quindi. E la reazione? La reazione c’è poco dopo, quando Collins mostra quanto poco valgano le parole della ragazza alle sue orecchie. Dice infatti:

Quando avrò l’onore di parlarvi la prossima volta di questo argomento spero di ricevere una risposta più positiva di quella che adesso mi avete concessa, sebbene sia lungi da me l’accusarvi di crudeltà, dato il costume del vostro sesso di respingere un uomo alla sua prima proposta, e forse voi stessa avete già detto abbastanza da incoraggiare i miei propositi, con tutta la delicatezza dell’animo femminile.

Elizabeth è comprensibilmente incredula davanti a una comunicazione tanto ìmpari, e replica:

Davvero, Mr. Collins, […], mi sconvolgete immensamente. Se quanto vi ho detto può sembrarvi una forma di incoraggiamento, non so davvero come esprimere il mio rifiuto perché voi possiate convincervi che sia davvero tale.

Il rifiuto coincide qui con la reazione, e non esprime in questo caso soltanto la volontà di non sposarsi con un uomo che a stento conosce e per il quale non prova nulla, ma incarna un primo baluardo di resistenza al sistema patriarcale da sempre in vigore in Occidente e non solo. Le parole che veicolano questo primo fuoco di resistenza e rivolta sono d’una veemenza e una bellezza rare:

Vi ringrazio ancora e ancora per l’onore che mi avete fatto con la vostra proposta, ma accettarla per me è assolutamente impossibile. I miei sentimenti me lo vietano sotto ogni aspetto. Posso esprimermi più chiaramente di così? Non consideratemi adesso come una donna raffinata che si diverte a stuzzicarvi, ma come una creatura razionale, che dice la verità dal più profondo del suo cuore.

Dopo questa conversazione nulla farà cambiare idea alla giovane donna, né l’insistenza ottusa del goffo pretendente, né i deliri di sua madre, né – soprattutto – la paura che a quel tempo attanagliava la maggior parte delle ragazze della sua età, quella cioè di rimanere nubili, non scelte come mogli e future madri da alcun uomo.

Il rifiuto di Elizabeth, e la successiva reazione alla prepotenza maschile, è un atto che scardina dal basso il conglomerato obsoleto dei valori sette-ottocenteschi.

Una reazione per l’autoaffermazione e per la propria personale felicità.

Cosimo

Altra storia di ribellione, altra storia di reazione. In fondo, in modi ogni volta diversi, si può forse affermare che rifiuto, reazione e ribellione siano tra loro legati, a volte disposti in un rapporto di causa/effetto-conseguenza, altre addirittura sovrapposti per formare un unico processo che ha, sempre, una direzione controcorrente.

Cosimo Piovasco di Rondò, protagonista de Il barone rampante di Italo Calvino, ha dodici anni, vive nel Settecento ed è figlio del ricco e conosciuto barone di Rondò. A raccontare la sua storia è suo fratello, di quattro anni più piccolo di lui.

Tutto inizia quando i due fratelli cominciano a essere ammessi a tavola, durante i pasti, insieme al resto della famiglia (in precedenza avevano sempre mangiato nella loro stanza); la breve convivenza durante pranzi e cene però crea ben presto tensioni: i due fratelli sono inesperti di galateo e buone maniere e gli adulti li richiamano in continuazione, li umiliano e li puniscono. In un tale clima di dissapori e ripicche, succede un giorno che Cosimo rifiuti un piatto di lumache, scelto come simbolo del potere genitoriale e dell’insopportabile arroganza della sorella maggiore. Il narratore infatti informa:

Il modo in cui le lumache eccitavano la macabra fantasia di nostra sorella, ci spinse, mio fratello e me, a una ribellione, che era insieme di solidarietà con le povere bestie straziate, di disgusto per il sapore delle lumache cotte e d’insofferenza per tutto e per tutti, tanto che non c’è da stupirsi se di lì Cosimo maturò il suo gesto e quel che ne seguì.

Ai ripetuti ordini minacciosi del padre, Cosimo reagisce salendo su un albero del loro giardino e promettendo al suo nobiliare genitore, e al resto del mondo, che da lì non sarebbe più sceso.

Calvino intesse poi una trama fantastica e fuori dal tempo, ricca di personaggi e situazioni diverse, alcune improbabili, altre del tutto assurde, ma la promessa fatta da Cosimo, la decisione di fare della sua reazione una ragione di vita, non verrà mai meno. Il giovane infatti su quegli alberi crescerà, scoprirà l’amore in Viola, condurrà rivolte e conoscerà Voltaire attraverso uno scambio di lettere. Senza scendere mai a terra. Il rifiuto delle logiche aristocratiche e nobiliari, dell’etichetta mondana, della costruzione di un’immagine artefatta di sé e della sua famiglia, sarà ciò che gli permetterà di vivere davvero la sua vita, in maniera intensa e istintiva: libera. E mai rinuncerà alla sua libertà, mai scenderà a contraddirsi. Tanto che alla fine, ormai vecchio, quando l’inevitabile morte avrebbe potuto da un momento all’altro buttarlo giù, come un corpo ormai spento che si abbandona alla forza di gravità, Cosimo si aggrappa a una mongolfiera e, arrivato a sorvolare il mare, si lascia cadere nell’infinità dell’acqua. Che non è, e mai sarà, terra.

Una reazione come rifiuto alla prigioniauna reazione per la libertà.

Amore, felicità, libertà: quando sui tre vocaboli più abusati vengono edificate storie di reazioni del tutto prive di retorica.

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