Di perle e cicatrici di Pedro Lemebel. Cronache di identità e metamorfosi

Alla fine degli Novanta, Pedro Lemebel, scrittore e artista cileno emblema della controcultura, pubblica la raccolta Di perle e cicatrici. Settanta cronache scritte per Radio Tierra che fotografano in maniera vivida un Cile in transizione dalla dittatura alla post-dittatura: un carillon di racconti a metà tra letteratura e giornalismo, nei quali vincitori e vinti, vittime e carnefici hanno la loro parte sullo stesso palcoscenico della Storia.

Può l’identità di un uomo raccontare la storia del proprio Paese e la sua metamorfosi più profonda?

Nel secolo breve che è il Novecento, periodo in cui lo scacchiere geopolitico mondiale vide l’avvicendarsi repentino di avvenimenti che coinvolsero e sconvolsero le grandi potenze, anche gli angoli più inaspettati subirono profonde trasformazioni; il Sud America, ad esempio, divenne terreno di equilibri instabili, inflazione, disordini civili e dittature. Come quella del generale Augusto Pinochet, estremamente conservatore e anticomunista, salito al potere in Cile in seguito al golpe militarista del settembre 1973 grazie all’appoggio degli Stati Uniti, che vide la deposizione e il suicidio del presidente socialista Salvador Allende e rinchiuse il paese sudamericano in una sanguinosa e efferata dittatura fino al 1990.

E accadde in un semplice paese appeso alla cordigliera con vista sul grande mare. Un paese disegnato come uno strappo nella mappa; una serpe in letargo che un giorno si è svegliata con una mitragliatrice alla testa ascoltando proclami nasali.

Copertina illustrata da Tito Calvo per Edicola Ediciones.

Così esordisce la prima delle settanta brevi e intense cronache che Pedro Lemebel, autore e artista cileno, scrisse per Cancionero, programma radiofonico di Radio Tierra, raccolte e pubblicate nel 1998 con il titolo De perlas y cicatrices, portate in Italia da Edicola Ediciones e tradotte da Silvia Falorni nel 2019.

Nato nel 1952 in un quartiere povero di Santiago, dove morì di cancro nel 2015, Lemebel seppe distinguersi come intellettuale unico e sensibile ai profondi mutamenti che conobbe la sua terra, oltre a diventare una delle penne più iconiche della letteratura sudamericana contemporanea. Insieme a Francisco Casas, nel 1987 diede vita al collettivo artistico Las Yeguas del Apocalipsis (Le giumente dell’Apocalisse) divenendo mito indiscusso della controcultura tra gli oppositori del regime golpista e simbolo della libertà sessuale. Oltre che in patria, dal 1989 pubblicò le sue cronache anche all’estero, raggiungendo fama internazionale. Una vita nell’esclusione e ai margini vissuta da chi si definiva «pobre y maricón» (povero e frocio), un’esperienza umana e artistica che seppe fotografare il mutamento più autentico dei suoi tempi, con una retorica narrativa popolare grazie alla quale riuscì a dipingere e diffondere anche al di fuori dei confini nazionali il ritratto più vivido e spietato della dittatura del generale Pinochet.

Quella che Lemebel attuò nella scrittura e nella sua produzione è uno smascheramento del conformismo del suo tempo e dell’animo umano senza il minimo compromesso, e le cronache della raccolta Di perle e cicatrici ne sono l’esempio più eloquente.

Per Pedro Lemebel la scrittura fu uno sfogo per la rabbia contro il suo tempo e per l’amore verso la sua gente, attraverso un equilibrio stilistico tra il racconto fedele della metamorfosi politica della sua terra e delle cicatrici di un popolo intero e un linguaggio attrattivo e pungente, mai fuori contesto o eccessivo. Quella di Lemebel è uno scrivere che non scende a compromessi e ci mette davanti persone, personaggi e storie che animarono gli anni della dittatura così come erano e apparivano nella loro nudità: racconti di ingiustizia sociale e civile, sostenitori del regime e violenze perpetrate ai danni di disertori, il dramma profondo dei desaparecidos, di ogni tipo di minoranze e di emarginati. Di cronaca in cronaca, siamo messi di fronte a un teatro di vite che è al contempo una descrizione dell’uomo nel suo lato più vulnerabile, di quello che non siamo ma che potremmo essere.

Lemebel racconta il suo Cile in contrasto all’ordine stabilito, nel periodo che portò con sé mille contraddizioni, dall’ avvicendarsi di una dittatura alla fine di questa, fino a una finta democrazia, attraverso un lirismo che scarnifica e analizza il volto del potere e ciò che esso produce, ritraendo a tinte chiare vittime e carnefici, complici e innocenti, tra esperienza personale e pubblica.

La raccolta di Lemebel è una chimera di letteratura, resoconto storico e giornalismo, in un contesto sociale e politico che richiedeva militanza culturale e onestà di linguaggio, entrambe caratteristiche che il suo autore possedeva pienamente.
Un Norimberga letterario di un immaginario vissuto e uno scavo nell’intimità più oscura di un regime, una critica sociale irruenta e sincera verso il conformismo più sfrenato e un racconto che, seppur sincero fino alla fine, trova la sua personale armonia.

In un momento storico di transizione come quello attuale, nel quale in larga parte del mondo le libertà personali rischiano di essere fortemente minate, i diritti civili sono in pericolo e gli estremismi totalitari e conservatori stanno riemergendo a gran voce, la lettura de Di perle e cicatrici e di altre opere dell’autore risulta di un’attualità impareggiabile: leggere il recente passato del Cile attraverso un viaggio narrativo e il potenziale futuro di qualsiasi altro luogo al mondo.


Fonti:

Francesca Lazzarato, Scomode memorie dal sottosuolo, «Il Manifesto», 9/07/2019 
Beatrice Borgato, ‘Hablo por mi diferencia’. Pedro Lemebel e il suo manifesto umano e politico, «Diacritica», 25/6/2016
John Better Armella, El cuerpo castigado: Una entrevista a Pedro Lemebel, «Latin American Literature Today», ottobre 2014
Ilide Carmignani, Scriveva in tacchi alti o suole bucate e dava dignità (letteraria) alla miseria, «La Stampa», 21/11/2020
Federica Arnoldi, Pedro Lemebel, Le perle della transizione, «Doppiozero»,  21/11/2019
Francesca Lazzarato, Quei corpi periferici di Pedro Lamebel, , «Il Manifesto», 4/12/2020

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