Abbiamo ancora ossigeno sul nostro Pianeta? Palin parla con Daniele Urbani, attivista di Extinction Rebellion Bologna

Palin parla con Daniele Urbani, attivista del movimento internazionale Extinction Rebellion della sezione di Bologna.

Attraverso la disobbedienza civile e le azioni dirette non violente, il movimento internazionale Extinction Rebellion, presente in varie città italiane, propone un cambio sistemico della società e una nuova forma di democrazia. L’obiettivo è quello di rendere le persone in grado di ascoltare la comunità scientifica oltre che identificare un problema ed elaborare nuove soluzioni, sviluppate da attivisti e da assemblee deliberative cittadine.

Davide Paulicelli ha intervistato Daniele Urbani, attivista di Extinction Rebellion Bologna.

Verso quale sistema o contro quali condizioni vi ribellate?

Ci piace sempre ricordare come non ci stiamo ribellando contro qualcosa o qualcuno in particolare, ma bensì a favore della vita di tutti gli esseri viventi e della giustizia climatica ed ecologica. È il sistema capitalistico stesso che nella sua complessità ci ha portato alle crisi odierne: le prevaricazioni e lo sfruttamento sistematico del ‘Sud Globale’, che viene portato avanti per garantire un grado di benessere insostenibile se non per pochi; un’economia che, in nome del profitto, si appiglia ad un astratto indicatore della ‘crescita’ per valutarne lo stato di salute, restando indifferente alla concreta distruzione che provoca agli ecosistemi e alle vite di chi produce beni per pochi euro; gli investitori pubblici e privati che strizzano l’occhio alle multinazionali del combustibile fossile e che, inevitabilmente, ora cercano di passare per ‘green’ con campagne pubblicitarie tutt’altro che affidabili; la gerarchia patriarcale simbolo costante delle prevaricazioni che si trasforma in intersezionalità con Extinction Rebellion dove movimenti solitamente distanti riconoscono di lottare contro lo stesso sistema ineguale. La ribellione nasce da tutto questo: dal non accettare lo status quo attuale e dalla necessità di vedere un cambiamento radicale a diversi livelli.

Disinvestire dal fossile o investire sul rinnovabile: a livello individuale e collettivo, quale di queste due azioni risulterebbe più efficace?

Entrambe ma se proprio devo scegliere sicuramente la prima. Greta Thunberg al World Economic Forum 2020 a Davos, rivolgendosi a chi ancora investe sulle energie fossili, disse la famosa frase ‘la nostra casa è in fiamme’. È una metafora tanto semplice quanto efficace: se la nostra casa stesse andando a fuoco, prima di preoccuparci di dove andare a dormire domani sarebbe opportuno uscirne il prima possibile. Continuare a finanziare, purtroppo anche all’insaputa dei consumatori come succede con Intesa San Paolo ed Unicredit, un sistema tossico come quello del fossile è un atteggiamento che sa di criminale e non dovrebbe essere permesso da uno Stato firmatario dei disattesi accordi di Parigi del 2015. Sta da sé che capitali tolti all’industria del fossile possano poi tranquillamente essere reinvestiti nel rinnovabile, proprio come conseguenza diretta del disinvestimento. Faccio presente comunque che le fonti rinnovabili da sole, con i livelli di consumismo attuale, non sono sufficienti e presentano ancora delle lacune pratiche essendo anch’esse dipendenti da terre rare e materie prime critiche che nella loro estrazione provocano danni ambientali verso cui non possiamo rimanere indifferenti.

Lo spreco alimentare è una delle piaghe della nostra società, la cui problematicità aumenta prendendo in considerazione le risorse necessarie per la produzione del cibo (allevamenti intensivi, frutta e verdura fuori stagione…). È necessaria una modifica delle nostre abitudini alimentari?

La consapevolezza personale è sicuramente il primo gradino verso il cambiamento sistemico ma pensare di risolvere una crisi complessa come quella climatica ed ecologica appigliandosi solo ad una modica individuale di uno stile di vita è errato. Non dimentichiamoci che chi produce, importa e smercia i prodotti alimentari ad un altissimo costo ambientale e umano, e chi, dall’alto, regola queste attività commerciali decide senza troppi problemi le sorti del nostro mondo. Purtroppo solo una limitata parte della popolazione è portata a chiedersi quale strada percorra un prodotto prima di entrare nelle nostre case e cosa effettivamente ci sia dietro ad ogni processo produttivo. Se da una parte questi consumatori attenti e critici sono in aumento, dall’altra vediamo supermercati globalizzati, ubiqui in qualsiasi città e paese, in cui fra offerte e luci colorate sarebbe interessante respirare anche i fumi di camion e navi container oltre a leggere etichette informative sul caporalato e il costo umano del prodotto.

Attraverso il Green Deal l’Unione Europea prefissa l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050, oltre alla riduzione delle emissioni dei gas serra del 55% rispetto ai livelli del 1990. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede lo stanziamento di 68,6 miliardi di euro per riforme in tema di economia circolare e gestione dei rifiuti. Queste decisioni politiche hanno come fine quello di provare a migliorare le condizioni del nostro Pianeta: siamo ancora in tempo?

Purtroppo temo che la premessa alla domanda sia sbagliata: queste decisioni politiche non hanno come fine quello di provare a migliorare le condizioni del nostro Pianeta. Da una parte propongono soluzioni parziali e fintamente rassicuranti, mentre dall’altra si stanno affidando consapevolmente a chi questa crisi la alimenta da decenni, come succede ad esempio con ENI. Tutte queste decisioni politiche hanno come fine reale quello di mantenere il più possibile ‘l’ordinaria amministrazione’ economico-politica globale, dilazionando le misure radicalmente trasformative e passando la palla alle generazioni successive, un capitalismo verde che mai si prodigherà ad intaccare il problema alla radice. Dopo 40 anni di conferenze e accordi, ormai è chiaro. Come Extinction Rebellion proponiamo appunto assemblee dei cittadini e delle cittadine rappresentative della società in cui viviamo e che, dopo una fase istruttoria con esperti del settore, decidano in maniera disinteressata sul futuro del nostro pianeta. Mi chiedete poi se siamo ancora in tempo e io non so mai cosa rispondere. Da una parte il tempo è finito, la sesta estinzione di massa è già cominciata e si sta portando via la biodiversità e il valore che aveva nel nostro pianeta. Dall’altra parte salvare il salvabile diventa un dovere anche solo per ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici che, purtroppo, colpiscono duramente sempre i più deboli e meno responsabili della catastrofe.

Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente stima che entro il 2050 ci saranno 12 miliardi di tonnellate di plastica nelle discariche, nell’ambiente e negli oceani. Quali comportamenti e l’utilizzo di quali materiali naturali permetterebbero di arginare questo problema?

Più che un’attenzione particolare a materiali naturali che possano sostituire la plastica, io rifletterei proprio sul concetto di monouso e di imballaggio. Non è più tollerabile che ai giorni nostri qualsiasi cosa venga comprata sia avvolta in un rifiuto immediato. Sfido chiunque ad arrivare a casa dopo la spesa e separare gli imballaggi non necessari dai prodotti comprati giusto per farsi un idea. Questa è follia, stiamo comprando rifiuti non sempre necessari assieme alla nostra spesa. Il monouso è un altro punto critico e che si basa esclusivamente sull’idea di utilizzare un oggetto per pochi secondi e poi gettarlo. Ne posso capire la comodità, ma non sopporto il concetto che ci sta dietro e la mancanza di rispetto nei confronti dell’ambiente. Detto questo, la plastica è un problema ma non va demonizzata: tante volte potrebbe essere sostituita con materiali naturali, ma è sempre una questione di quantità. Passare dalla plastica ad un altro materiale ed utilizzarlo allo stesso modo non è e non sarà mai la soluzione al problema.

All’interno di una società fortemente globalizzata, come quella attuale, le distanze finiscono per azzerarsi: è possibile raggiungere qualsiasi località, gli alimenti finiscono per essere consumati in luoghi assai lontani da quello della loro produzione. Sarebbe auspicabile, in tal senso, un cambiamento negli stili di vita dei singoli? Se sì, quale deve essere l’obiettivo?

Si è ovviamente auspicabile ma non sembra bastare. L’obiettivo di un cambiamento nello stile di vita del singolo secondo me deve passare attraverso un aumento della consapevolezza nei confronti della crisi climatica ed ecologica e di tutte le correlazioni che questa ha dal punto di vista politico-sociale. Non ci si può permettere purtroppo di guardare al proprio orticello e pulirsi la coscienza cambiando il proprio stile di vita e basta. È sempre più necessario un’azione politica che affianchi un cambiamento personale o una presa di coscienza, solo in questa maniera ritengo si possano raggiungere risultati tangibili a livello globale prima che sia troppo tardi.

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