Limiti della nostra società orale

Esiste uno sguardo sulle cose che disseziona, indaga, che non si accontenta di forme determinate, fenomeni visibili e stabiliti: questo entra dentro l’essenza delle cose. La poesia e il suo passaggio epocale dalla forma della scrittura a quella dell’oralità sembra corrispondere alla necessità di diffusione concreta di un messaggio.

Verba volant scripta manent. L’avevano detto loro, i latini, che di oratoria ne sapevano abbastanza; sapevano che la difficoltà dello smuovere l’ascoltare era il primo passo verso la vittoria, disvelamento della verità, conclusione condivisa. L’importanza costantemente assegnata alla parola orale è segno di una concezione intrinseca dell’uomo. Cosa vuol dire? 

Diversamente da un sapere scritto, quello trasmesso oralmente è un sapere manipolabile, fluido, legato oltre che alle capacità individuali, alla concreta interazione sociale e alla sua intrinseca dinamicità. Una tale caratteristica del parlato trasforma il sapere in ‘possibilità democratica’ assegnata ad ognuno. È la diretta possibilità di esprimersi, di essere rappresentati, in primis da se stessi. It’s all on you: un motto di spirito che condividono i più grandi self-made men della storia moderna. In termini generali, la retorica può essere intesa come un metodo di organizzazione del linguaggio naturale, il cui scopo è la persuasione. La persuasione consiste in un fenomeno di assenso psicologico ed è, come nota Roland Barthes, un metalinguaggio, in quanto «discorso sul discorso».

D’altra parte sembra che oggi il flatus vocis, i grandi concetti universali, non siano più appetibili. Tutto si riduce al fattuale, al momentaneo, al pratico. La velocità di esecuzione batte la capacità di riflettere e pensare. Cose per cui serve tempo, ma il mondo non aspetta e macina chilometri. La capacità di creare contenuti e di diffonderli all’istante viene prima della validità o verità del contenuto stesso. Non importa quello che scrivi ma come e a chi arriverà sulla home. Alla più piccola esitazione si è fuori e il populismo fa i suoi proseliti tramite gruppi Facebook.

Ci hanno sempre insegnato, anche in modo paternale, che il verbo, la parola detta, non ha valore. Sono parole a perdere, mentre la parola in quanto scritta, nella sua icastica pregnanza, è documento ufficiale, atto che testimonia le tue abilità. Certificati e attestati sono diventati importanti: curriculum, profili social, annunci del mercato online. Non esisti se non scrivi. E questo è anche il risultato della scrittura stessa: il lasciare una traccia. I diari sono stati sostituiti, la carta è diventata l’internet e in seguito social. Oggi ritroviamo una società di scrittori dilettanti e ognuno è preso dal condividere il romanzo della propria vita. 

Questo è il primo limite della nostra oralità: tendiamo sempre verso il basso, verso le radici. Anche la vita estetica, en plein air, di svago e divertimento è sempre più tesa nel tentativo di immortalamento. È l’attimo che diventa foto e la parola che diventa scritta.

Ma dov’è l’oralità? Dov’è la sua importanza?
Di recente Alberto Bertoni, professore dell’Università di Bologna, nel suo ultimo libro nota una svolta tutta contemporanea: l’emergere della poesia come oralità, il ritrovare la prossimità, innanzitutto spaziale con l’ascoltatore, prima che con il lettore. Il poeta che torna nei luoghi della condivisione incarna la parola che smette di essere verbo inespresso; segue la nuova generazione, la voglia di tornare nelle piazze è tanta. Sono segni di controtendenze a cosa? «È accaduta» scrive Bertoni, «e sta ancora accadendo una vera e propria rivoluzione epistemologica che coinvolge l’ontologia stessa del fare, produrre, percepire poesia. Oggigiorno l’oralità prevale largamente sulla scrittura, come potenzialità di audience e di concreta condivisione del messaggio con interlocutori in carne e ossa. Ed è ciò che avviene anche quando la scrittura si consegna a un qualunque social medium, ove essa è comunque impermanente, fuggitiva come una parola solo detta»[1]

Segno dei tempi, sicuramente, e di un mercato editoriale che si abbandona stanco alla modernità liquida e al modo di agire del consumatore. Infatti a fronte di un milione di poeti (dilettanti e non) in Italia vengono vendute ogni anno solo 2000 copie. Nel mezzo, il problema di mantenere la complessità della poesia senza banalizzarla in ‘memi’ su Instagram – come nel fenomeno di successo degli ‘Instapoets’ – e insieme il tentativo di non esiliare i versi da Facebook e Twitter, facendo in modo che diventino luogo di confronto costruttivo e serio tra autori e appassionati. 

Per alcuni, una battaglia persa. Maurizio Cucchi concorda: «Il problema è che con questi nuovi mezzi di comunicazione si pensa più alla propria presenza che alla ricerca poetica. Occorrerebbero mezzi più selettivi».
Il rischio è che l’autore prevalga sul libro, il contenitore sul contenuto, e si finisca travolti da un mare di componimenti mediocri, che sembrano perfino adottare le forme comunicative e il linguaggio «delle conversazioni virtuali in rete». E tuttavia i ‘mi piace’ sui social si traducono davvero in libri venduti.

L’oralità dovrebbe presentarsi ovunque ancora si abbia voglia di condividere e far vivere la propria mente.

Questo è il senso più alto e nobile che si affida al messaggio. Ma, come scriveva Kafka, è impossibile che un messaggio arrivi e sia consegnato: «Dovrebbe attraversare i cortili; e dopo i cortili, la seconda cerchia dei palazzi; ancora scale e cortili, ancora un palazzo e così di seguito, per millenni […] Nessuno riesce ad avanzare»[2].
Ed ecco che le possibilità dell’oralità sono anche il grande limite: la voce è manipolabile. Il messaggio va nelle piazze e viene perduto, grida cose incomprensibili e altera la realtà. Il messaggero è corrotto.
Cosa fare?

F. KafkaUn messaggio imperiale, in Racconti, traduzione di Giorgio Zampa, Assonanze 2015.

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